domenica 17 marzo 2013

CHAVEZ : L'ADDIO POPOLARE


L’ADDIO POPOLARE

Ieri l’ultimo saluto. Pronti al voto

Ultimo viaggio per Hugo Chávez. La bara del leader socialista, morto il 5 marzo, è stata trasferita dall’Accademia militare – dov’è stata visitata da migliaia di persone per 9 giorni – al Cuartel del la Montaña, nel quartiere 23 Enero. Vi rimarrà finché non sarà trasportata nel Pantheon nazionale, dove riposano i resti del «libertador» Simón Bolívar.

Dopo la cerimonia alla presenza delle massime autorità di governo, famigliari, leader e delegazioni internazionali, il corteo è passato tra due ali di folla. Le organizzazioni dello storico quartiere popolare hanno formato una catena umana al passaggio.

La piazza 13 aprile – che ricorda la resistenza del quartiere al colpo di stato del 12-13 aprile 2002 – era gremita di collettivi operai, medici di quartiere, studenti, militanti, scouts bolivariani indipendenti, «luchadores sociales». Tutti con slogan per la prossima campagna elettorale.

L’appuntamento è al 14 aprile, quando il candidato 
 socialista, Nicolas Maduro, sfiderà Henrique Capriles Radonski, il leader di opposizione che corre per la Mesa de la unidad democratica (Mud).Gli aerei hanno solcato il cielo in omaggio al «comandante supremo» accompagnati da «Patria querida», cantata da Chávez quando si accommiatò dal paese, l’8 dicembre.


martedì 12 marzo 2013

Con Chávez y Maduro el pueblo está seguro.

-->

Con Chávez y Maduro el pueblo está seguro.


Come era da attendersi la destra venezuelana torna all’attacco con l’appoggio del Dipartimento di Stato. Finita la tregua durata il tempo dei funerali del Presidente Chávez, Washington ha espulso due diplomatici venezuelani come ritorsione all’espulsione da parte del Venezuela di due addetti miltari statunitensi accusati di ingerenza negli affari interni.
Sul versante interno, Henrique Capriles, candidato di Washington e della cosiddetta Mesa de Unidad Democratica che riunisce i litigiosi partiti dell’opposizione, ha usato i violenti toni di sempre per annunciare la sua nuova candidatura alle elezioni del prossimo 14 aprile. Capriles era stato sconfitto ampliamente lo scorso 7 Ottobre, quando Hugo Chávez aveva vinto con più di 8 milioni di voti, (55,07%) contro il 44,31% ottenuto da Capriles. E a Dicembre la destra era stata nuovamente battuta nelle elezioni regionali dove i candidati bolivariani avevano vinto in 20 delle 23 regioni che formano il Paese, mettendo a segno l’ennesima vittoria elettorale.
In Aprile Henrique Capriles dovrà affrontare la sfida con Nicolàs Maduro, il nuovo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, votato dal Parlamento in base alla Costituzione. Quella stessa Carta Magna che la destra ha sempre disconosciuto e mai rispettato.
In una conferenza stampa, Capriles ha ripreso i toni abituali di arroganza e di violenza verbale verso il governo, acusando il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ed Tribunale Supremo di Giustizia di aver violato la Costituzione accreditando la nomina presidenziale di Maduro. A corto di argomenti, con tono teatrale e macabro, ha rilanciato i dubbi sulle modalità della morte di Chávez, accusando Maduro di aver mentito al Paese ed al mondo. Nei giorni scorsi, infatti, il quotidiano franchista e monarchico spagnolo ABC, aveva citato “fonti militari venezuelane”, naturalmente anonime, per raccontare che Chávez sarebbe morto a Cuba, in un orario diverso da quello ufficale, poi trasportato di nascosto e la bara del funerale all’inizio sarebbe stata vuota per poi essere sostituita con la vera. E molta della stampa italiana aveva dato risalto all’articolo, dal Corriere a Repubblica, da Il Fatto alla stessa Rai 3.
Una strategia che punta a seminare dubbi, vista la difficoltà dell’opposizione venezuelana, di fronte ai milioni di persone che hanno assistito ai funerali, insieme a decine di Capi di Stato di diverso orientamento politico e a delegazioni internazionali da tutto il mondo.
Ieri Maduro ha presentato la sua candidatura ufficiale al CNE, accompagnato da migliaia di sostenitori, come è prassi ormai consolidata a Caracas, insieme a 12 organizzazioni politiche che lo appoggiano. Nella cerimonia ufficiale risuonavano gli slogan della piazza: “Con Chávez y Maduro el pueblo está seguro”, "Chávez te lo juro, mi voto es con Maduro". Il bolivariano è arrivato alla guida di un bus. Una scelta non casuale, per ricordare ai venezuelani le sue origini umili, di autista appunto. Un lavoro che Maduro ha svolto per anni e che nel passato lo aveva portato ad essere rappresentante sindacale del settore.
Nei giorni scorsi, durante il Congresso del Partito Comunista del Venezuela che per primo ha annunciato il suo appoggio, il candidato bolivariano aveva annunciato la presentazione come programma di governo del “Plan de la Patria”, elaborato dallo stesso Chávez con il suo esecutivo pochi mesi fa.
“Sarò presidente e comandante in capo delle Forze Armate Nazionali Bolivariane, perchè me lo ha ordinato Chávez. Obbedirò i suoi ordini, ma ho bisogno dell’appoggio del popolo, delle forze rivoluzionarie e della gente nobile di questo paese”.
Maduro ha poi chiarito che si sente come un figlio del dirigente rivoluzionario. “Io non sono Chávez; parlo della sua intelligenza, del suo carisma, della sua forza spirituale e della capacità di direzione del Comandante. Una cosa è essere chavista, ed un’altra è che qualcuno possa aspettarsi da Nicolás Maduro che sia Chávez. Sono solo uno dei suoi figli chavisti”, ha poi proseguito, ricordando che “le prossime elezioni sono un impegno costituzionale” dovuto alla “mancanza assoluta” del Presidente Hugo Chávez.

Sembra davvero improbabile che l’opposizione riesca a vincere le prossime elezioni di Aprile. Anche se nel passato lo stesso Capriles in qualità di governatore dello Stato di Miranda era riuscito a vincere ben due candidati bolivariani (prima Diosdado Cabello, oggi Presidente del parlamento e poi Elias Jaua, l’attuale Ministro degli Esteri). Ma nelle ultime presidenziali ha subito una pesante sconfitta e non gioca certo a suo favore l’onda emotiva per la scomparsa di un Presidente molto popolare nel Paese latinoamericano. Henrique Capriles, dopo essere stato recentemente a Miami e a Bogotà per incontrarsi tra gli altri con gli oppositori al governo bolivariano ed i golpisti lì rifugiati, tenta la sua ultima carta elettorale sperando in una rimonta tutta in salita.
Marco Consolo
LIBERAZIONE.IT ON LINE


sabato 9 marzo 2013

Chávez: Del "por ahora" al "Hasta siempre"


Chávez: Del "por ahora" al "Hasta siempre"
Iroel Sánchez

En octubre de 1965, el trovador cubano Carlos Puebla, escribió su célebre guajira dedicada al Comandante Che Guevara -con el nombre de “Hasta siempre, Comandante”- inmediatamente después de escuchar, en voz de Fidel, la carta de despedida del héroe argentino-cubano que terminaría sus días asesinado en Bolivia por orden de la CIA.
Su título, inspirado en las palabras de despedida de esa carta, “Hasta la victoria siempre”, ha devenido desde entonces cita obligada en discursos revolucionarios en todo el mundo y ha vuelto a resonar por estos días alrededor de los homenajes tributados al Presidente de Venezuela, Comandante Hugo Chávez. El uso de esa frase nos conmueve a muchos que nos identificamos con las ideas y la obra de Chávez, el Che y Fidel y no debería pasar inadvertido para sus detractores.
Como hicieron y hacen con Fidel y el Che, los enemigos del líder bolivariano tratarán de enlodar su memoria y encubrir su legado pero sólo conseguirán lo contrario. Difícil tarea tendrán quienes deseen volver a subordinar al pueblo venezolano a la clase política que Hugo Chávez mantuvo fuera del poder durante catorce años. Sólo conseguirán engrandecerlo.
Si en el mandato de Chávez la tasa de pobreza pasó de un 42,8% en 1999 a un 26,5% en 2011 y la extrema pobreza de un 16,6% a un 7% en igual período; si la mortalidad infantil disminuyó a la mitad entre los mismos años, desapareció el analfabetismo y los servicios de salud, educación y vivienda se proclamaron como un derecho; ¿cómo van a lograr sus enemigos convencer a los pobres de que vuelvan a serlo, a los que dejaron de ser analfabetos de que se comporten como si continuaran siéndolo, y a quienes veían morir a sus hijos sin atención médica de que es ése su destino?
Cuando el golpe de estado contra Chávez en 2002 fueron ellos los que insurreccionaron y lo volvieron a colocar en el cargo para el que lo eligieron sucesivamente, ignorando los consejos de doctos analistas promocionados por los más poderosos medios de comunicación. Han sido también los representantes de las clases más humildes en América y el mundo los que más se han dolido con la muerte del fundador del ALBA, Petrocaribe y la CELAC, del impulsor de UNASUR. Habría que preguntarse cómo hará Estados Unidos -principal obstaculizador histórico de la integración latinoamericana- para volver todo eso a la situación anterior.
La legitimidad de los sucesores de Chávez, como acaban de demostrar los discursos de Nicolás Maduro, radica precisamente en su expresa voluntad de sostener y desarrollar todo lo que su líder inició. Ni en Venezuela ni en América, hay espacio político hoy entre las mayorías para triunfar en sentido contrario al legado que él ha dejado.
Si en 1992, al alzarse en armas contra el neoliberalismo que masacró a los humildes de su patria y ser apresado, el entonces coronel de paracaidistas dijo aquel “por ahora” que le abrió el corazón de su pueblo, ahora son cientos de millones de personas en todo el planeta los que dicen “Hasta siempre” al Comandante que demostró que otro mundo no sólo es posible sino imprescindible y, como el Che y Fidel, se puso a construirlo. (Publicado en CubAhora)
En octubre de 1965, el trovador cubano Carlos Puebla, escribió su célebre guajira dedicada al Comandante Che Guevara -con el nombre de “Hasta siempre, Comandante”- inmediatamente después de escuchar, en voz de Fidel, la carta de despedida del héroe argentino-cubano que terminaría sus días asesinado en Bolivia por orden de la CIA.
Su título, inspirado en las palabras de despedida de esa carta, “Hasta la victoria siempre”, ha devenido desde entonces cita obligada en discursos revolucionarios en todo el mundo y ha vuelto a resonar por estos días alrededor de los homenajes tributados al Presidente de Venezuela, Comandante Hugo Chávez. El uso de esa frase nos conmueve a muchos que nos identificamos con las ideas y la obra de Chávez, el Che y Fidel y no debería pasar inadvertido para sus detractores.
Como hicieron y hacen con Fidel y el Che, los enemigos del líder bolivariano tratarán de enlodar su memoria y encubrir su legado pero sólo conseguirán lo contrario. Difícil tarea tendrán quienes deseen volver a subordinar al pueblo venezolano a la clase política que Hugo Chávez mantuvo fuera del poder durante catorce años. Sólo conseguirán engrandecerlo.
Si en el mandato de Chávez la tasa de pobreza pasó de un 42,8% en 1999 a un 26,5% en 2011 y la extrema pobreza de un 16,6% a un 7% en igual período; si la mortalidad infantil disminuyó a la mitad entre los mismos años, desapareció el analfabetismo y los servicios de salud, educación y vivienda se proclamaron como un derecho; ¿cómo van a lograr sus enemigos convencer a los pobres de que vuelvan a serlo, a los que dejaron de ser analfabetos de que se comporten como si continuaran siéndolo, y a quienes veían morir a sus hijos sin atención médica de que es ése su destino?
Cuando el golpe de estado contra Chávez en 2002 fueron ellos los que insurreccionaron y lo volvieron a colocar en el cargo para el que lo eligieron sucesivamente, ignorando los consejos de doctos analistas promocionados por los más poderosos medios de comunicación. Han sido también los representantes de las clases más humildes en América y el mundo los que más se han dolido con la muerte del fundador del ALBA, Petrocaribe y la CELAC, del impulsor de UNASUR. Habría que preguntarse cómo hará Estados Unidos -principal obstaculizador histórico de la integración latinoamericana- para volver todo eso a la situación anterior.
La legitimidad de los sucesores de Chávez, como acaban de demostrar los discursos de Nicolás Maduro, radica precisamente en su expresa voluntad de sostener y desarrollar todo lo que su líder inició. Ni en Venezuela ni en América, hay espacio político hoy entre las mayorías para triunfar en sentido contrario al legado que él ha dejado.
Si en 1992, al alzarse en armas contra el neoliberalismo que masacró a los humildes de su patria y ser apresado, el entonces coronel de paracaidistas dijo aquel “por ahora” que le abrió el corazón de su pueblo, ahora son cientos de millones de personas en todo el planeta los que dicen “Hasta siempre” al Comandante que demostró que otro mundo no sólo es posible sino imprescindible y, como el Che y Fidel, se puso a construirlo. (Publicado en CubAhora)

 Foto inserite da internet a discrezione autore Blog internazionalismo
 

venerdì 8 marzo 2013

8 MARZO, LE ORIGINI DELLA FESTA INTERNAZIONALE DONNA

Il compagno Comandante Hugo Chavez ci ha lasciato e in questo triste 8 marzo 2013 noi comunisti Maremmani lo vogliamo ricordare ,  ringraziandolo per aver sfidato l'arroganza imperialista e iniziato la costruzione dell'altro mondo possibile,un mondo  dove la donna avrà il ruolo e il rispetto che gli spetta nella società.

Viva Chavez !!!!
Viva la rivoluzione Bolivariana  """

8 MARZO, LE ORIGINI DELLA FESTA INTERNAZIONALE  DONNA

Ogni anno in tutto il mondo occidentale si celebra la Giornata internazionale della donna o Festa della Donna , ma non tutti conoscono la storia, specialmente oggi che il capitalismo ha lavorato in maniera capillare tanto da ridurla ad una festa ad esclusivo uso consumista,sterilizzando  la cultura, la storia  e le  tradizioni che accompagnano  questa festività . Il giorno 8 marzo commemora le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne in tutto il mondo e ricorda la grande manifestazione dell'8 marzo 1917 a San Pietroburgo, dove una folla di donne si ritrovò per protestare contro lo zar per aver partecipato alla prima guerra mondiale. Un evento storico a cui fecero eco  altre proteste  che, diedero l'inizio della "Rivoluzione russa di febbraio" mese che verrà  scelto a rappresentare la data della "Giornata internazionale dell'operaia", scelta nata nel 1921 a Mosca dalla seconda conferenza internazionale delle donne comuniste. In Germania, l'8 marzo del 1914, si era  già realizzata  una giornata dedicata alle rivendicazioni femminili promossa dai socialisti tedeschi,  a Parigi in Francia fu tenuta il 9 marzo 1914. In Italia la Giornata internazionale della donna apparve per la prima volta solo nel 1922, per volontà del Partito comunista d'Italia, che però la celebrò il 12 marzo,
 Il  tempo via via fece perdere questa origine di "carattere comunista" mettendo in risalto  come data simbolo della Giornata altri avvenimenti, come un tragico episodio accaduto nel 1857 a New York (ma non è sicuro se accadde proprio l'8 marzo) quando delle operaie, per la prima volta, protestarono contro le basse paghe e le cattive condizioni di lavoro. La protesta sembra che terminò con cariche della polizia e nel marzo di due anni dopo le stesse operaie si riunirono in un sindacato organizzato.
Dunque i primi scioperi operai e le violente repressioni divennero il simbolo delle lotte delle nascenti organizzazioni di emancipazione femminile a cavallo tra i due secoli. L' avvento di una giornata che sostenesse i diritti delle donne si concretizzò  nel 1909  quando le donne socialiste di Chicago presero la decisione di tenere ogni ultima domenica di febbraio il "Woman's Day", sull'ali dell'entusiasmo per il successo dello sciopero di oltre 20mila lavoratrici tessili  newyorkesi , uno sciopero  era  iniziato a novembre 1908 ed  era terminato pochi giorni prima. Successivamente l'internazionale delle donne socialiste decise di tenere la prima giornata della donna il 19 marzo 1911 e questo accadde in diversi paesi europei, Germania, Austria, Svizzera e Danimarca. La data scelta rievocava il 19 marzo 1848 quando una rivoluzione obbligò il re di Prussia a cedere per la prima volta alle richieste del popolo, tra cui la promessa del riconoscimento del diritto di voto alle donne. In Francia la manifestazione si tenne il 18 marzo 1911, data in cui cadeva il quarantesimo anniversario della Comune di Parigi. La Giornata in Russia fece la sua apparizione a San Pietroburgo il 3 marzo 1913. Quindi vennero le già citate manifestazioni del marzo 1914 in Germania e Francia. Inoltre nel 1911, il 25 marzo, (e non l'8 marzo come viene spesso frainteso confondendo l'episodio con lo sciopero del 1857), a New York, 146 operaie della aziende tessile "Triangle Shirtwaist Company", sottopagate e sfruttate, scesero in sciopero, come risposta  i proprietari fecero bloccare le uscite della fabbrica, impedendo alle operaie di uscire. Nella fabbrica scoppiò un incendio e vi   persero la vita  146 persone , in maggioranza giovani operaie donne immigrate dall'Italia , dell'Europa orientale.....Una folla di 100 mila persone partecipò ai funerali. La mimosa, scelta in Italia dall'Unione donne italiane come fiore simbolo di questa data, fece la sua prima comparsa alla manifestazione dell'8 marzo 1946 ma in realtà è il tulipano l'emblema mondiale dell'anniversario. Da ricordare che solo dal 1977 che la Festa della Donna è riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite.
Molti fatti menzionati sopra come sempre accade, vengono messi in dubbio e snaturati dalla stampa reazionaria che in qualsiasi maniera vuol cancellare  la storia e le lotte comuniste
                                                            BY SANDINO
                                                                                   PRC PIOMBINO (LI)

giovedì 7 marzo 2013

Piombino, il Prc nel mirino (Lliberazione on line)

 

  Piombino, il Prc nel mirino


Una azione premeditata e ben organizzata contro la federazione del Prc di Piombino e il suo segretario Alessandro Favilli, quella che è stata realizzata da ignoti tre giorni fa e che continua a creare allarme nella cittadina toscana.
Nella notte la sede della federazione del partito è stata imbrattata con vernice gialla fosforescente, scritte incomprensibili simili a quelle che si notano in numerose città italiane, ma con all’interno una frase netta di due parole «Siete morti». Nella stessa nottata, dall’altra parte della città, il segretario cittadino, nonché membro della segreteria regionale, dirigente molto conosciuto e stimato, si è ritrovato la propria automobile imbrattata di vernice, stavolta di colore rosso.
È stato lo stesso Favilli a far presente come evidentemente l’azione di teppismo sia stata studiata a tavolino e programmata: «Fino a pochi giorni fa tenevo l’automobile in un garage. Solo da alcuni giorni ho trovato modo di parcheggiarla nei pressi della mia abitazione». La stessa automobile già nel 2007 venne imbrattata, con vernice nera, da persone rimaste ancora sconosciute. Si tratta di azioni dirette specificatamente contro il Prc, raccontano i compagni; nella stessa via, a pochi metri, la locale sede del Pd è rimasta totalmente intonsa.
Attestati di solidarietà e di condanna per il gesto sono arrivati dall’Udc locale, da Sinistra Critica, dal Pd, dal Pcl e da Legambiente, anche Beppe Grillo nel suo blog ha condannato il gesto. Ad indagare sono intervenuti prima i carabinieri e poi, trattandosi di episodio di carattere evidentemente politico, la Digos: «Né il partito, né io – racconta Favilli – abbiamo ricevuto minacce o altro di recente. Certo che frasi e slogan del tipo “siete morti” sono ricorse spesso in questa campagna elettorale appena terminata e così accesa. Evidentemente qualcuno deve averli presi sul serio. Nei prossimi giorni dovevo dimettermi dal mio ruolo di segretario – conclude Favilli – ma non lo farò adesso, non vorrei passare per uno che si è lasciato intimorire. Quanto
 accaduto più che farmi arrabbiare mi deprime, mi dimostra a quale livello è giunta la vita politica anche nella mia cittadina. Quello che mi ha sollevato è stata la reazione dei cittadini. Sono venuti oltre al sindaco attuale tre suoi predecessori, i militanti del Pd e semplici abitanti a portarci la loro solidarietà mentre svolgevamo il comitato politico federale».
Favilli, che ieri, mentre si affacciava alla finestra, ha visto una persona lanciare una bottiglia, fortunatamente vuota, contro la sua abitazione, racconta che gli inquirenti considerano preoccupante la serie di accadimenti. Tra gli elementi che testimoniano come le azioni siano state ben studiate c’è il fatto che chi ha scelto le vernici utilizzate, soprattutto quella che ha danneggiato l’automobile del dirigente del Prc, sono state scelte con cura per produrre il maggior danno possibile. Una mano esperta nel campo, insomma. La solidarietà, oltre che dal gruppo regionale del partito è giunta anche dal segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero.
Stefano Galieni

tratto Liberazione on line 6 marzo 2013

 Nella sede del PRC Piombino è nato e dimora anche il coordinamento alta Maremma per la libertà dei cinque eroi cubani
                                                                                        Momento della festa di liberazione agosto 2011


mercoledì 6 marzo 2013

Hugo Chávez, la leggenda del Liberatore del XXI secolo


Hugo Chávez, la leggenda del Liberatore del XXI secolo

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale. L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria grande latinoamericana. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana. A Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile!
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha superato con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti, che aveva tutti i media contro e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato. Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennaro carotenuto.it
tratto da liberazione .it
del 6 marzo 2013

immagini da internet inserite dal blogger

martedì 5 marzo 2013

Nazioni Unite chiedono l'eliminazione di leggi discriminatorie contro le donne /Mutilazione dei genitali, una minaccia per la salute delle donne


Nazioni Unite chiedono l'eliminazione di leggi discriminatorie contro le donne


Nazioni Unite, 4 mar (Prensa Latina) Le Nazioni Unite hanno confermato oggi l'obbligo degli Stati d'eliminare dalla loro legislazione tutte le disposizioni discriminatorie contro le donne originate in norme sociali e culturali.

La reiterazione è stata fatta a Ginevra dal relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all'alimentazione, Olivier De Schutter, durante l'inizio questo lunedì a New York della 57ª sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione delle donne.

L'esperto ha ricordato il dovere degli Stati di garantire la parità di genere e il raggiungimento al potere delle donne come fattori essenziali affinché questo settore della popolazione eserciti il suo diritto al cibo.

Tale prerogativa si riflette anche nel miglioramento dello sviluppo fisico e mentale dei bambini, perché aumenta la capacità di questi d'imparare e d'avere una vita sana e produttiva, e con migliori condizioni di salute e d’alimentazione nella casa, ha aggiunto.

Allo stesso tempo, ha insistito, è in grado di riequilibrare il potere decisionale nella famiglia in favore delle donne e d'aumentare la produttività dei lavoratori nel settore alimentare.

De Schutter ha sottolineato l'obbligo degli Stati di investire per ridurre il carico del lavoro domestico delle donne, per ridistribuire i ruoli di genere come un approccio di trasformazione per l'occupazione e per la protezione sociale.

Inoltre, ha chiesto l'integrazione della prospettiva di genere in tutte le leggi, nelle politiche, e nei programmi statali e nella creazione di incentivi per ricompensare le amministrazioni pubbliche che stabiliscono e raggiungono gli obiettivi in questo settore.

Ha suggerito anche l'adozione di linee dirette al conseguimento della piena parità per le donne, sotto il controllo di un organismo indipendente di monitoraggio, per i progressi in questo senso.

Sulle donne rurali, il relatore delle Nazioni Unite ha fatto un appello per il combattimento delle restrizioni culturali che le riguardano ed ha sottolineato la necessità di una ridistribuzione dei ruoli tra loro e gli uomini nel settore agricolo.

Ig/ogt/vc


Mutilazione dei genitali, una minaccia per la salute delle donne 

 Vivian Collazo Montano*

 Almeno 120 milioni di bambine e di donne hanno subito la mutilazione dei genitali, una pratica che secondo i dati del Fondo delle Nazioni Uniti per l'Infanzia (UNICEF) è diminuita negli ultimi anni.
Tuttavia, i dati dell'agenzia internazionale indicano che sebbene si osservi un certo progresso in questo senso 30 milioni di ragazzine minori di 15 anni possono ancora essere in pericolo, la grande maggioranza in Africa, ma anche i paesi del Medio Oriente e l'Europa non sono esenti dal rischio.

Questi progressi dimostrano che è possibile mettere fine alla mutilazione dei genitali delle donne, ha dichiarato Anthony Lake, direttore esecutivo dell'UNICEF, che considera che c'è bisogno di terminare con questa pratica allo scopo di permettere che milioni di donne abbiano una vita migliore.

Nel 2008 il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) e l'UNICEF hanno creato un programma con l'obiettivo di evitare questa procedura nelle attuali e nelle future generazioni, ciò che ha fatto sì che diversi paesi dove esiste un altissimo tasso di questa pratica si siano uniti.

Alcuni degli obiettivi del programma sono: creare leggi che proibiscano la mutilazione, avviare campagne mediatiche  che servano ad informare sui danni che causa questa pratica, aggiornare i lavoratori della sanità ed attrezzare i centri con i materiali necessari per la cura e la prevenzione.

Grazie a questo si sono fatti passi avanti. Ormai in 11 paesi la legislazione proibisce la mutilazione dei genitali ed in altri, dove si registrano grandi percentuali, stanno cambiando l'atteggiamento nei confronti di questa pratica.

In Egitto, per esempio, dove il 90% delle bambine e delle donne sono state mutilate, si è raddoppiato il numero di donne entro i 15 ed i 49 anni, che pensano che si debba mettere fine a questa pratica.

La consapevolezza delle donne e delle bambine è un elemento essenziale per terminare con la discriminazione e la violenza ed anche per la promozione e la protezione dei diritti umani, includendo la salute sessuale ed i diritti alla riproduzione, ha affermato Babatunde Osotimehin, direttore esecutivo dell’UNFPA.

Lavorando insieme con i governi e con la società civile, l'UNFPA e l'UNICEF  sono riusciti a mettere in rilievo l'aspetto dei diritti umani rispettando le culture, allo scopo di mettere fine a questo problema, ha aggiunto l'esperto quando si è celebrato il 6 febbraio il Giorno Internazionale di Zero Tolleranza con la Mutilazione dei Genitali
Femminili.

L'ablazione dei genitali include una diversità di procedure. L'80% dei casi consiste nell'escissione del clitoride e delle labbra minori e, nella sua forma estrema, l'infibulazione, che implica l'estirpazione di quasi tutti i genitali esterni.

Dato il carattere privato del fatto, è impossibile calcolare quante sono le vittime mortali, però si sa che molte giovani muoiono dissanguate od a causa di un'infezione nelle settimane posteriori al fatto, hanno indicato gli specialisti.

Quelle che sopravvivono, hanno sottolineato, soffrono in seguito di mestruazioni dolorose, di infiammazione pelvica, di formazione di ascessi e di cisti, d'infezioni urinarie, aumento del rischio di contagio con il HIV/AIDS, epatite ed altre malattie infettive ed una perdita quasi totale della sensibilità. Alcune donne possono anche rimanere sterili.

Alcuni difendono l'ablazione considerando che è una pratica tradizionale che contribuisce a sottolineare la bellezza, la reputazione, lo status sociale e la castità della donna ed altri affermano che è una aggressione all'integrità fisica e psicologica del sesso femminile.

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato in dicembre scorso una risoluzione dove chiede di aumentare gli sforzi per eliminare questa pratica, che assicura, costituisce un abuso irreparabile ed irreversibile dei diritti umani delle donne e delle bambine ed una minaccia per la salute.


*giornalista della Redazione di Scienza e Tecnica di Prensa Latina