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sabato 2 giugno 2018

Nicaragua :”Quando le menzogne vincono e diventano realtà” / Nicaragua : cuando las mentiras ganan y se convierten en realidad “aceptada



La mobilitazione ‘azul y blanco’ del 30 maggio per le madri di (una parte) delle vittime degli scontri che hanno afflitto il Nicaragua nelle ultime sei settimane è stata gigantesca. Quasi impossibile calcolare il numero di persone che hanno deciso di uscire per le strade e camminare pacificamente attraverso l'autostrada centrale fino a Masaya.
In parallelo, sul viale da Chávez a Bolívar, che divide la capitale in due e raggiunge il lago Xolotlán, il partito governativo convocava la sua militanza per celebrare la festa della mamma con una cantata. Anche qui una folla di persone che canta e scandisce slogan. Non tutti sono riusciti ad arrivare. Il convoglio di autobus che veniva dal nord del paese a #Managua è stato attaccato con armi da fuoco da persone sconosciute. Al momento il saldo è di un morto e almeno 22 feriti, alcuni gravemente.
Mentre la mobilitazione ‘azul y blanco’ arrivava senza grossi problemi fino alla concentrazione finale (Universidad Centroamericana UCA), e a meno di un chilometro il presidente Daniel Ortega concludeva il suo intervento invocando ripetutamente la pace, gruppi di dimostranti 'pacifici' si avvicinavano al nuovo stadio nazionale di baseball, entrando in contatto con attivisti del Fronte Sandinista di ritorno dall’attività ‘oficialista’.
Creare lo scontro è stato molto semplice. Subito dopo, gli stessi manifestanti pacifici (ci sono immagini molto chiare di come caricavano le armi e sparavano) attaccavano le installazioni dello stadio e il contingente di polizia in custodia del luogo. Nello scambio di colpi ci sono stati i primi morti e feriti da entrambe le parti, tra cui due giovani militanti sandinisti, Kevin Antonio Cofin Reyes e Heriberto Maudiel Pérez Díaz.
Lo scontro è continuato per lunghi minuti, mentre i gruppi d’assalto dell'opposizione (il termine non è propriamente corretto, perché ci sono settori dell'opposizione che puntano ancora su una soluzione pacifica e negoziata al conflitto) si sono ritirati verso l'UCA, dove migliaia di persone si trovavano in totale tranquillità.
E mentre le prime barricate sono state erette nei pressi dell'Università di Ingegneria (UNI), a poche centinaia di metri dallo stadio, la piattaforma mediatica #SOSNicaragua e simili hanno lanciato il loro attacco tramite i social network, saturando in pochi minuti l'etere e superando la capacità dei media ufficiali di raccontare cosa stava realmente accadendo.
Le reti si impongono
Ancora una volta, il Nicaragua torna ad essere il ‘país de nunca jamás’, in ostaggio di una realtà fittizia che si muove al ritmo dei social network, dove la realtà virtuale può contare più della realtà reale. Dove le vittime sono carnefici e i provocatori armati sono pacifici dimostranti. Dove la massa di persone che in forma autoconvocata, genuina e rispettosa della pace si mobilita per la democrazia viene trasformata in carne da macello, in "danno collaterale" per raggiungere l'obiettivo finale: spazzare via il governo, a tutti i costi.
Si diffonde il panico. Migliaia di persone corrono senza una direzione, molti si rifugiano nell'UCA. Ci sono morti e feriti. Per rappresaglia, gli stessi "manifestanti pacifici" attaccano di nuovo l’emittente radiofonica vicina al governo Radio Ya, bruciano, saccheggiano e distruggono ciò che ne è rimasto. Poi vanno alla Caja Rural Nacional (Caruna), una cooperativa che da anni gestisce fondi ALBA per progetti sociali di cui hanno beneficiato migliaia di famiglie. Attaccano le strutture e bruciano tutto, compresi i veicoli parcheggiati.
Non contenti, attaccano l'edificio del Ministero dell’Economia Familiare. A Masaya distruggono gli uffici di Renta, saccheggiano negozi e attività commerciali. A Estelí cercano di distruggere il municipio, ma vengono respinti da gruppi di cittadini. Ci sono morti e feriti.
Ma non importa. Come abbiamo detto, la realtà virtuale è più forte. Media nazionali e internazionali, organizzazioni per i diritti umani, rettori universitari e persino vescovi che compongono la Commissione di Mediazione per il Dialogo Nazionale riproducono automaticamente (senza la minima prova) ciò che arriva sul cellulare o computer attraverso #SOSNicaragua e #NicaraguaSOS: un massacro del governo.
Nessuno menziona che ci sono morti da entrambe le parti, che ci sono poliziotti morti, che ci sono morti nella carovana che è stata attaccata a La Realidad, Estelí.
Nessuno si chiede cosa stessero facendo i dimostranti armati vicino allo stadio, a meno di due isolati da dove sarebbero passati gli attivisti sandinisti. Nessuno parla di quello che è successo a Masaya e Estelí.
Tutto è inghiottito dall'indifferenza. I giornali del mondo oggi ripetono all'unisono la stessa cosa: è stato un massacro del governo.
Vediamo El País, il cui articolista lavora presso Confidencial - il principale portale elettronico dell’opposizione - come descrive la giornata di ieri:
«l presidente Daniel Ortega ha mostrato il suo volto più brutale mercoledì pomeriggio in Nicaragua, dopo aver ordinato l'attacco a una gigantesca manifestazione guidata dalle madri delle vittime della repressione di aprile in questo paese. Numerosi testimoni hanno riferito che i sostenitori del Fronte sandinista, i gruppi paramilitari e la polizia antisommossa hanno sparato sui manifestanti, che hanno marciato disarmati lungo l'autostrada Masaya a Managua. L'attacco ha lasciato a Managua dozzine di feriti e almeno sei morti, tra cui un adolescente di 15 anni».
La verità non ha più importanza. La realtà reale diventa virtuale o è il contrario. Chi lo sa?
Chi trae profitto dal caos?
La domanda è: a chi giova il caos e le morti? È così ovvio che è quasi spaventoso vedere la mancanza di analisi in questo momento, non solo in Nicaragua, ma a livello internazionale.
Vediamo.
C'è un governo che ha mostrato la volontà di sedersi a un tavolo di dialogo, consentire l'accesso al paese di organizzazioni internazionali per i diritti umani (anche le più ostili e parziali come Amnesty International) per indagare e preparare rapporti, di conformarsi alle 15 raccomandazioni della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), per discutere la questione della democratizzazione del paese che include le riforme elettorali e anticipo delle elezioni (purché non sia infranto l'ordine costituzionale).
Ci sono settori della società che, dal tavolo dei negoziati, hanno accettato questa strada e condividono apertamente la posizione dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS) e del suo segretario generale, Luis Almagro. Tutti loro vedono il dialogo nazionale come l'unica via possibile per uscire dal conflitto.
Ma ci sono anche settori dell’autoproclamata società civile, movimenti politici ultra conservatori senza rappresentanza popolare, settori conservatori della gerarchia cattolica e imprese private, studenti scioccati dalla morte e altri che sono la punta di lancia di movimenti che cercano di capitalizzare politicamente la crisi, che puntano a un solo obiettivo: le dimissioni incondizionate di Ortega, del suo governo e di tutte le autorità pubbliche legalmente elette. Settori che guardano al dialogo come un ostacolo al loro progetto, alla loro vendetta (anche di questo si tratta). Settori già infiltrati da elementi violenti.
Ritorno alla domanda. Chi approfitta di questa situazione di violenza e caos?
Forse a un governo che sta aprendo spazi per il dialogo e la negoziazione? A un’opposizione disposta a negoziare e concordare misure per "democratizzare" il paese, seguendo le proposte dell'OSA? Non penso, non ha senso.
Chi allora? La risposta è tanto facile quanto assurda che così tante persone si innamorano di questa bufala fantascientifica. Perché se c'è una cosa certa, è che la prossima mobilitazione dell'opposizione sarà ancora più grande, più gigantesca. E ci saranno probabilmente più 'danni collaterali’.
Continuando su questa strada, mettendo nell’angolo e lasciando senza vie d’uscita un governo e un partito organizzato ed esperto come il Fronte Sandinista è pericoloso. Il timore è che generare una risposta violenta della massa sandinista sia ciò che questi settori perseguono, per poi capitalizzare lo sgomento mondiale.
Dobbiamo tornare al dialogo, alle riforme, al rispetto dell'ordine democratico e costituzionale. Solo isolando i settori che vogliono capitalizzare crisi e caos, il Nicaragua sarà in grado di provare a uscire dal pantano. Dobbiamo dare una possibilità alla pace.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)


Nicaragua : cuando las mentiras ganan y se convierten en realidad “aceptada /

La movilización ‘azul y blanco’ de este 30 de mayo para las madres de (una parte) de las víctimas de los enfrentamientos que durante las últimas seis semanas han enlutado a Nicaragua ha sido gigantesca. Casi imposible calcular la cantidad de gente que decidió salir a las calles y caminar pacíficamente por la céntrica carretera a Masaya.

Paralelamente, en la avenida de Chávez a Bolívar, que parte en dos la capital y llega hasta el Lago Xolotlán, el partido de gobierno convocaba a su militancia para celebrar con una cantata el Día de la Madre. También aquí una multitud de gente cantando y coreando consignas. No todos pudieron llegar. La caravana de buses que venía del norte del país rumbo a Managua fue atacada con armas de fuego por desconocidos. Al momento el saldo es de un muerto y al menos 22 heridos, algunos de gravedad.

Mientras la movilización ‘azul y blanco’ llegaba sin mayores problemas al punto de reconcentración final (la Universidad Centroamericana UCA), y a menos de un kilómetro el presidente Daniel Ortega concluía su intervención llamando repetidamente a la paz, grupos de manifestantes ‘pacíficos’ se acercaban al nuevo estadio nacional de béisbol, entrando en contacto con activistas del Frente Sandinista que regresaban de la actividad oficialista.

Armar el enfrentamiento ha sido algo muy sencillo. Acto seguido, los mismos manifestantes pacíficos (hay imágenes muy claras de cómo cargaban armas y disparaban) atacaban las instalaciones del estadio y al contingente de policías que resguardaban el lugar. En el intercambio de disparos hubo los primeros muertos y heridos de ambos lados, incluyendo a dos jóvenes militantes sandinistas Kevin Antonio Cofin Reyes y Heriberto Maudiel Pérez Díaz.

El enfrentamiento continuó por largos minutos, mientras los grupos de choque de la oposición (el termino no es propiamente correcto, porque hay sectores de la oposición que todavía apuestan por una salida pacífica y negociada al conflicto) se replegaban hacia la UCA, donde miles de personas permanecían en total tranquilidad.

Y mientras se levantaban las primeras barricadas cerca de la Universidad de Ingeniería (UNI), a pocos centenares de metros del estadio, la plataforma mediática #SOSNicaragua y similares lanzaban su ataque en las redes sociales, copando en pocos minutos el éter y rebasando la capacidad de los medios oficialistas de contar lo que verdaderamente estaba ocurriendo.

Se imponen las redes

Una vez más, Nicaragua volvía a ser el ‘país de nunca jamás’, rehén de una realidad ficticia que se mueve al ritmo de las redes sociales, donde la realidad virtual puede más que la realidad real. Donde las víctimas son verdugos y los provocadores armados son manifestantes pacíficos. Donde la masa de gente que de forma autoconvocada, genuina y respetuosa de la paz se moviliza por la democracia es convertida en carne de cañón, en ‘daño colateral’ para lograr el objetivo final: botar al gobierno, cueste lo que cueste.

Cunde el pánico. Miles de personas corren sin rumbo, muchas de ellas se refugian en la UCA. Hay muertos y heridos. En represalia, los mismos ‘manifestantes pacíficos’ atacan nuevamente la oficialista Nueva Radio Ya, queman, saquean y destruyen lo que quedaba de ella. Luego pasan a la Caja Rural Nacional (Caruna), cooperativa que por años ha administrado los fondos ALBA para proyectos sociales que han beneficiado a miles de familias. Atacan las instalaciones y queman todo, incluyendo a vehículos parqueados.

No contentos, atacan el edificio del Ministerio de Economía Familiar. En Masaya destruyen las oficinas de Renta, saquean tiendas y negocios. En Estelí tratan de destruir los locales de la alcaldía y de Renta, pero son rechazados por grupos de ciudadanos. Hay muertos y heridos.

Pero no importa. Como hemos dicho, la realidad virtual es más fuerte. Medios nacionales e internacionales, organizaciones de derechos humanos, rectores de universidades y hasta obispos que integran la Comisión Mediadora del Diálogo Nacional reproducen automáticamente (sin la más mínima prueba) lo que les llega a su celular o computadora por #SOSNicaragua y #NicaraguaSOS: es una masacre del gobierno.

Nadie menciona que hay muertos de ambos lados, que hay policías muertos, que hay muertos en la caravana que fue atacada en La Realidad, Estelí. Nadie se pregunta qué estaban haciendo manifestantes armados cerca del estadio, a menos de dos cuadras de donde iban a pasar los activistas sandinistas. Nadie habla de lo que pasó en Masaya y Estelí.

Todo se lo traga la indiferencia. Los periódicos del mundo hoy repiten al unísono lo mismo: fue una masacre del gobierno.

Veamos El País -cuyo articulista trabaja en Confidencial, el principal portal electrónico de la oposición- como describe la jornada de ayer:

“El presidente Daniel Ortega mostró su rostro más brutal la tarde del miércoles en Nicaragua, tras ordenar el ataque a una gigantesca manifestación encabezada por las madres de las víctimas de la represión de abril en este país. Numerosos testigos informaron que seguidores del Frente Sandinista, grupos parapoliciales y oficiales antidisturbios dispararon contra los manifestantes, que marchaban desarmados por la céntrica Carretera a Masaya de Managua. El ataque ha dejado decenas de heridos y al menos seis muertos en Managua, entre ellos un adolescente de 15 años”.

Ya no importa la verdad. La realidad real se convierte en virtual o es todo lo contrario. Quién sabe.

¿Quién trae provecho del caos?

La pregunta es: ¿a quién benefician el caos y las muertes? Es algo tan obvio que casi asusta ver la falta de análisis en este momento, no sólo en Nicaragua, sino a nivel internacional.

Veamos.

Hay un gobierno que ha mostrado estar dispuesto a sentarse a una mesa de diálogo, a permitir el acceso al país de organismos internacionales de derechos humanos (hasta los más hostiles y parciales como Amnistía Internacional) para que investiguen y elaboren informes, a acatar las 15 recomendaciones de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH), a discutir el tema de la democratización del país que incluye reformas electorales y adelanto de elecciones (siempre y cuando no rompa el orden constitucional).

Hay sectores de la sociedad que, desde la mesa de negociación, han aceptado este camino y que comparten abiertamente la posición de la Organización de Estados Americanos (OEA) y de su secretario general Luis Almagro. Todos ellos ven el diálogo nacional como la única salida posible al conflicto.

Pero también hay sectores de la autodenominada sociedad civil, movimientos políticos ultra conservadores sin representatividad popular, sectores conservadores de la jerarquía católica y la empresa privada, estudiantes conmocionados por las muertes y otros que son punta de lanza de movimientos que pretenden capitalizar políticamente la crisis, que apuntan a una sola cosa: la renuncia incondicional de Ortega, de su gobierno y de todas las autoridades públicas legalmente electas. Sectores que miran al diálogo como un obstáculo a su proyecto, a su venganza (de eso también se trata). Sectores que ya están infiltrados por elementos violentos.

Vuelvo a la pregunta. ¿quién saca provecho de esta situación de violencia y caos?

¿Acaso un gobierno que está abriendo espacios de diálogo y negociación? ¿Una oposición dispuesta a negociar y consensuar medidas para ‘democratizar’ el país, siguiendo los planteamientos de la OEA? No creo, no tiene sentido.

¿Quién entonces? La respuesta es tan fácil como es tan absurdo que tanta gente caiga en este engaño de ciencia ficción. Porque si hay algo seguro es que la próxima movilización de la oposición será aún más grande, más gigantesca. Y posiblemente habrá más ‘daños colaterales’.

Seguir este camino, arrinconando y dejando sin salida a un gobierno y a un partido organizado y experto como el Frente Sandinista es peligroso. El temor es que generar una respuesta violenta de la masa sandinista sea lo que estos sectores persiguen, para luego capitalizar la conmoción mundial.

Hay que volver al diálogo, a las reformas, al respeto del orden democrático y constitucional. Solamente aislando a los sectores que quieren capitalizar crisis y caos, Nicaragua podrá intentar salir del atolladero. Hay que dar una oportunidad a la paz.

Original:

 Foto 2:



venerdì 18 agosto 2017

I movimenti latinoamericani : azioni urgenti di solidarietà in tutto il mondo per il Venezuela. Giornata di solidarietà il 22 agosto.



La Segreteria dei movimenti sociali verso l’Alba, sezione brasiliana e l’Assemblea internazionale dei popolo rivolgono un appello urgente ai popoli dell’America latina e del mondo.

Cari compagni,
tutti noi seguiamo da vicino la crisi sociale e politica del Venezuela. Ci impressiona l’escalation di violenza messa in atto dalle forze di destra, con vittime già numerose. Si è arrivati al punto che “civili” formati a Miami e in Colombia, forze di destra hanno attaccato postazioni militari, cercando di provocare più vittime.

Il governo di N. Maduro e le forze progressiste del Venezuela vedono nell’Assemblea Costituente un modo per rinegoziare il patto sociale nel paese; ampio è stato il sostegno del popolo venezuelano, con la partecipazione di oltre 8 milioni di elettori il 30 luglio, malgrado le numerose difficoltà.

I deputati della destra hanno detto pubblicamente che la loro tattica è produrre il massimo di violenza e caos, ottenendo un’ampia copertura mediatica internazionale così da provocare un intervento internazionale nel paese. Una tattica spiegata anche dall’ex primo ministro spagnolo, Felipe Gonzales.

Il governo di Trump, privo di qualunque etica e legittimità, sta cercando di influenzare gli eventi in Venezuela.

Il governo golpista del Brasile ha subito chiesto una riunione del Mercosur per sospendere il Venezuela. Dunque un governo illegittimo, sostenuto da circa il 3% dei brasiliani, osa condannare il Venezuela per mancanza di democrazia!

Sulla base di diversi incontri e consultazioni fra i movimenti brasiliani e latinoamericani, CHIEDIAMO A TUTTI I MOVIMENTI POPOLARI  DEL BRASILE, DELL’AMERICA LATINA E DEL MONDO:
1)     di esprimere solidarietà al popolo venezuelano, al governo e all’Assemblea Costituente, al diritto legittimo e sovrano di decidere del futuro nazionale;
2)     di creare “Comitati per la pace in Venezuela” nel maggior numero possibile di città e nazioni. Comitati ampi e unitari, con organizzazioni popolari e politiche, attivisti, artisti, intellettuali ecc., si impegneranno in azioni di solidarietà;
3)     di organizzare proteste pubbliche contro l’ingerenza del governo statunitense negli affari interni di altri paesi. Come ha denunciato Julian Assange, il governo Trump vuole creare un nuovo Iraq nell’America del Sud. Non possiamo stare zitti;
4)     di organizzare proteste in diverse forme, per mandare un messaggio chiaro agli Usa e agli altri: proteste in strada, eventi politici e culturali, azioni mediatiche;
5)     Proponiamo una giornata internazionale di solidarietà con il Venezuela, il 22 agosto, durante la quale si tengano azioni simultanee in  diverse città del mondo, compresi sit-in ad ambasciate, consolati e altri simboli degli Stati uniti per consegnare lettere di protesta;
6)     Raccogliere firme per la lettera che intendiamo mandare a governi, ai parlamentari e alle organizzazioni  degli Stati uniti. Chiediamo il sostegno di tutti per diffondere il nostro appello e raccogliere firme di organizzazioni e individui da mandare entro il 20 agosto a: secretaria@asambleadelospueblos.org. Siamo a disposizione per informazioni.

Contiamo sul contributo di tutti per questo sforzo che richiederà da tutti noi molto impegno e generosità al fine di massimizzare il processo di costruzione unitaria, centrato sulla difesa della rivoluzione bolivariana, del governo venezuelano e della Costituente.

Joao Pedro Stédile
Segreteria operativa del Movimento dei popoli verso l’Alba – Brasile
Jaime Amorim MST –Via Campesina internazionale
Paola Estrada, segreteria dell’Assemblea internazionale dei popoli


mercoledì 2 agosto 2017

#antifascismo ; RETE NO WAR SUL VENEZUELA: «I PAESI GUERRAFONDAI DELLA NATO – COMPRESA L’ITALIA - CONTINUANO A SOSTENERE IL TERRORISMO DELL’OPPOSIZIONE DI DESTRA. CI DISSOCIAMO»


In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Il segretario Pd Matteo Renzi - ed è solo un esempio fra tanti altri -  accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi corresponsabili della rovina di un paese.

Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.

La situazione del Venezuela non è facile, a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?

Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi?

Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): un vero Asse della pace, attivo in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’Asse della guerra Nato-Golfo.


Rete No War Roma

giovedì 11 luglio 2013

25 verità sul caso Evo Morales / Edward Snowden-25 verdades sobre el caso Evo Morales/Edward Snowden



25 verità sul caso Evo Morales / Edward Snowden

Salim Lamrani * | resistir.info - operamundi.uol.com.br
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/07/2013

A seguito di un ordine da Washington, Francia, Italia, Spagna e Portogallo, hanno proibito il volo all'aereo presidenziale

Il caso Edward Snowden è stato all'origine di un grave
incidente diplomatico tra la Bolivia e diversi paesi europei. A seguito di un ordine da Washington, Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno proibito all'aereo presidenziale di Evo Morales di sorvolare sul loro territorio.

1. Dopo una visita ufficiale in Russia per partecipare a un vertice dei paesi produttori di gas, il presidente Evo Morales ha preso il suo aereo per tornare in Bolivia.

2. Gli Stati Uniti, pensando che Edward Snowden, ex agente CIA e della NSA, autore delle rivelazioni sulle operazioni di spionaggio del suo paese, fosse sull'aereo presidenziale, ha ordinato a quattro paesi europei, Francia, Italia, Spagna e Portogallo, di proibire il sorvolare del loro spazio aereo a Evo Morales.

3. Parigi ha immediatamente soddisfatto l'ordine proveniente da Washington e ha annullato l'autorizzazione di sorvolo del proprio territorio che era stato concessa alla Bolivia il 27 giugno 2013, mentre l'aereo presidenziale si trovava a pochi chilometri dal confine francese.

4. Così, Parigi ha messo in pericolo la vita del Presidente boliviano, il quale è dovuto atterrare in emergenza in Austria, per mancanza di carburante.

5. Dal 1945, nessuna nazione al mondo ha impedito a un aereo presidenziale il sorvolo del proprio territorio.

6. Parigi, oltre che a scatenare una crisi di estrema gravità, ha violato il diritto internazionale e l'immunità diplomatica assoluta del quale gode qualsiasi Capo di Stato.

7. Il governo socialista di François Hollande ha seriamente compromesso il prestigio della nazione. La Francia appare agli occhi del mondo come un paese servile e docile, che non esita un attimo ad obbedire agli ordini di Washington, contro i propri interessi.

8. Prendendo una tale decisione, Hollande ha denigrato la voce della Francia sulla scena internazionale.

9. Parigi diventa anche oggetto di risate nel mondo. Le rivelazioni fatte da Edward Snowden hanno portato alla scoperta che gli Stati Uniti spiano diversi paesi dell'Unione Europea, tra cui la Francia. A seguito di queste rivelazioni, François Hollande ha chiesto pubblicamente e fermamente a Washington di fermare tali atti ostili. Tuttavia, in contraddizione, il Palazzo dell'Eliseo ha seguito fedelmente gli ordini della Casa Bianca.

10. Dopo aver scoperto che si trattava di una informazione falsa e che Snowden non era sull'aereo, Parigi ha deciso di annullare il divieto.

11. Italia, Spagna e Portogallo hanno seguito anch'esse gli ordini di Washington e hanno proibito a Evo Morales il sorvolo sul proprio territorio prima di cambiare idea, dopo aver appreso che l'informazione non era vera e consentire al presidente boliviano di proseguire il suo percorso.

12. In precedenza, la Spagna ha perfino richiesto di visionare l'aereo presidenziale in violazione di tutte le leggi internazionali. "Questo è un ricatto; non lo consentiamo per una questione di dignità. Aspetteremo il tempo necessario", ha replicato il Presidente boliviano. "Non sono un criminale",  ha dichiarato Evo Morales.

13. La Bolivia ha denunciato un attacco contro la sua sovranità e contro l'immunità del suo presidente. "Si tratta di una istruzione del governo degli Stati Uniti", secondo La Paz.

14. L'America Latina ha condannato all'unanimità l'atteggiamento della Francia, Spagna, Italia e Portogallo.

15. L'Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), ha convocato d'urgenza una riunione straordinaria dopo questo scandalo internazionale e ha espresso la sua "indignazione" attraverso il suo Segretario Generale Ali Rodriguez.

16. Venezuela ed Ecuador hanno condannato "l'offesa" e l'"attacco" contro il Presidente Evo Morales.

17. Il Presidente Nicolas Maduro del Venezuela ha condannato "l'aggressione rude, brutale, inadeguata ed incivile".

18. Il Presidente ecuadoriano Rafael Correa ha espresso la sua indignazione: "La Nostra America non può tollerare tanto abuso!"

19. Nicaragua ha denunciato una "azione criminale e barbara".

20. L'Avana ha criticato l'"atto inaccettabile, infondato ed arbitrario, che offende tutta l'America Latina e i Caraibi".

21. La Presidentessa dell'Argentina Cristina Fernandez, ha espresso la sua costernazione: "In definitiva sono tutti matti. Il Capo dello Stato ed il suo aereo hanno la totale immunità. Non ci può essere questo grado di impunità".

22. Attraverso la voce del suo Segretario Generale José Miguel Insulza, l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) ha condannato la decisione dei paesi europei: "Non ci sono circostanze alcune per commettere tali azioni ai danni del presidente della Bolivia. I paesi coinvolti devono fornire una spiegazione, i motivi per cui hanno preso questa decisione, soprattutto perché questa ha messo in pericolo la vita del presidente di un Paese Membro dell'OEA".

23. L'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), ha denunciato "la palese discriminazione e minaccia all'immunità diplomatica di un Capo di Stato".

24. Invece di concedere asilo politico alla persona che gli ha permesso di scoprire che sono vittima di spionaggio ostile, l'Europa, in particolare la Francia, non esita a a dar via ad una crisi diplomatica, con l'obiettivo di consegnare Edward Snowden agli Stati Uniti.

25. Questo caso illustra che se l'Unione Europea è una potenza economica, è un nano politico e diplomatico incapace di assumere una posizione indipendente nei confronti degli Stati Uniti.

* Salim Lamrani è Dottore in Studi Iberici e Latino-americani presso l'Università Paris Sorbonne-Paris IV, Salim Lamrani è professore presso l'Università di La Reunion e giornalista, specialista delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Il suo ultimo libro è The Economic War Against Cuba. A Historical and Legal Perspective on the U.S. Blockade, New York, Monthly Review Press, 2013, con introduzione di Wayne S. Smith e prefazione di


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25 verdades sobre el caso Evo Morales/Edward Snowden

Tras una orden de Washington, Francia, Italia, España y
Portugal le prohibieron al avión presidencial sobrevuelo

El caso Edward Snowden estuvo al origen de un grave incidente diplomático entre Bolivia y varios países europeos. Tras una orden de Washington, Francia, Italia, España y Portugal le prohibieron al avión presidencial de Evo Morales sobrevolar su territorio.

1. Tras un viaje oficial a Rusia para asistir a una cumbre de países productores de gas, el Presidente Evo Morales tomó su avión para regresar a Bolivia.

2. Estados Unidos, pensando que Edward Snowden, ex agente de la CIA y de la NSA autor de las revelaciones sobre las operaciones de espionaje de su país se encontraba en el avión presidencial, ordenó a cuatro países europeos, Francia, Italia, España y Portugal, que le prohibiera el sobrevuelo de su espacio aéreo a Evo Morales
.
3. París cumplió inmediatamente la orden procedente de Washington y canceló la autorización de sobrevuelo de su territorio que había otorgado a Bolivia el 27 de julio de 2013, mientras que el avión presidencial se encontraba a apenas unos kilómetros de las fronteras francesas.

4. Así, París puso en peligro la vida del Presidente boliviano, el cual tuvo que aterrizar en emergencia en Austria, por falta de combustible.

5. Desde 1945, ninguna nación del mundo ha impedido a un avión presidencial sobrevolar su territorio.

6. París, además de desatar una crisis de una extrema gravedad, violó el derecho internacional y la inmunidad diplomática absoluta del cual goza todo Jefe de Estado.

7. El gobierno socialista de François Hollande atentó gravemente al prestigio de la nación. Francia aparece ante los ojos del mundo como un país servil y dócil que no vacila un solo instante en obedecer a las órdenes de Washington, contra sus propios intereses.

8. Al tomar semejante decisión, Hollande desprestigió la voz de Francia en la escena internacional.
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9. París también se vuelve objeto de risa en el mundo entero. Las revelaciones hechas por Edward Snowden permitieron descubrir que Estados Unidos espiaba a varios países de la Unión Europea, entre los cuales Francia. Tras esas revelaciones, François Hollande pidió pública y firmemente a Washington que parar esos actos hostiles. No obstante, en entresijos, el Palacio del Elysée siguió fielmente las órdenes de la Casa Blanca.

10. Tras descubrir que se trataba de una información falsa y que Snowden no se encontraba en el avión, París decidió anular la prohibición.

11. Italia, España y Portugal también siguieron las órdenes de Washington y prohibieron a Evo Morales el sobrevuelo de su territorio, antes de cambiar de opinión tras enterarse de que la información no era verídica y permitir al Presidente boliviano seguir su ruta.

12. Antes de ello, España hasta exigió revisar el avión presidencial en violación de todas las normas legales internacionales. “Esto es un chantaje; no lo vamos a permitir por una cuestión de dignidad. Vamos a esperar todo el tiempo necesario”, replicó la Presidencia boliviano. “No soy un criminal”, declaró Evo Morales.

13. Bolivia denunció un atentado contra su soberanía y contra la inmunidad de su presidente. “Se trata de una instrucción del gobierno de Estados Unidos”, según La Paz.

14. América Latina condenó unánimemente la actitud de Francia, España, Italia y Portugal.

15. La Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) convocó en urgencia una reunión extraordinaria tras este escándalo internacional y expresó su “indignación” mediante la voz de su Secretario General Ali Rodríguez.

16. Venezuela y Ecuador condenaron “la ofensa” y “el atentado” contra el Presidente Evo Morales.

17. El Presidente Nicolás Maduro de Venezuela condenó “una agresión grosera, brutal, inadecuada y no civilizada”.

18. El Presidente ecuatoriano Rafael Correa expresó su indignación: “¡Nuestra América no puede tolerar tanto abuso!”

19. Nicaragua denunció una “acción criminal y bárbara”.

20. La Habana fustigó “acto inadmisible, infundado y arbitrario que ofende a toda la América Latina y el Caribe”.

21. La Presidenta argentina Cristina Fernández expresó su consternación: “Definitivamente están todos locos. Jefe de Estado y su avión tiene inmunidad total. No puede ser este grado de impunidad”.

22. Mediante la voz de su Secretario General José Miguel Insulza, la Organización de Estados Americanos (OEA) condenó la decisión de los países europeos: “No existe circunstancia alguna para cometer tales acciones en detrimento del presidente de Bolivia. Los países involucrados deben dar una explicación de las razones por las cuales tomaron esta decisión, particularmente porque ello puso en riesgo la vida del primer mandatario de un País Miembro de la OEA”.

23. La Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) denunció “una flagrante discriminación y amenaza a la inmunidad diplomática de un Jefe de Estado”.

24. En vez de otorgar el asilo político a la persona que le permitió descubrir que era víctima de espionaje hostil, Europa, particularmente Francia, no vacila en crear una grave crisis diplomática con el objetivo de entregar a Edward Snowden a Estados Unidos.

25. Este caso ilustra que si la Unión Europea es una potencia económica, es un enano político y diplomático incapaz de adoptar una postura independiente hacia Estados Unidos.

*Salim Lamrani es Doctor en Estudios Ibéricos y Latinoamericanos de la Universidad Paris Sorbonne-Paris IV, Salim Lamrani es profesor titular de la Universidad de La Reunión y periodista, especialista de las relaciones entre Cuba y Estados Unidos. Su último libro se titula The Economic War Against Cuba. A Historical and Legal Perspective on the U.S. Blockade, New York, Monthly Review Press, 2013, con un prólogo de Wayne S. Smith y un prefacio de Paul Estrade.

Contacto: lamranisalim@yahoo.fr ; Salim.Lamrani@univ-reunion.fr

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giovedì 11 aprile 2013

Morto Chàvez, Evo Morales è nel mirino dei "globalizzatori"


Morto Chàvez, Evo Morales è nel mirino dei "globalizzatori"

Vicky Pelaez * lahaine.org
traduzione da ciptagarelli.jimdo.com

Com'è facile spingere la gente ... Ma com'è difficile guidarla
(Rabindranath Tagore, 1861 - 1941)

L'agenda degli "illuminati" globalizzatori, il cui vero fine è stabilire un controllo assoluto sulle risorse natutrali del pianeta attraverso la lotta preventiva contro i leaders che osano sfidare questo processo difendendo gli interessi nazionali dei loro paesi, non ha mai riposo o intervallo.

E' permanente, irreversibile, spietata ed essi utilizzano tutti i mezzi disponibili che vanno dai più rudimentali ai più sofisticati. Per più di 14 anni hanno fatto una guerra "nascosta" contro il governo bolilvariano di Hugo Chàvez, ma non hanno mutato le loro intenzioni neppure dopo la sua morte annunciata.

Ora è il turno del primo presidente aymara della Bolivia, Evo Morales, che ha osato dichiararsi "antimperialista" guidando il suo popolo verso uno Stato del Buon Vivere, realizzando cambiamenti sostanziali con nuovi impegni sulla qualità di vita e la protezione della natura.

 Negli ultimi mesi la guerra mediatica contro Evo Morales e il suo governo si è intensificata; lo hanno definito comunista, dittatore, chavista, fidelista, individualista, egocentrico, anticlericale, narcisista, ecc. ecc. Ma c'è un elemento nuovo che consiste nel corrompere, confondere e sviare le basi tradizionali di appoggio alla gestione del presidente attraverso le Organizzazioni Non Governative (ONGs).

In realtà di tratta del riciclaggio della premessa del concetto di "democrazia controllata" elaborato e spiegato dal professore nordamericano William A. Douglas già nel 1972, nel suo libro "Developing Democracy" (Sviluppando la democrazia).

Per Douglas, la strada più sicura per mantenere l'egemonia nordamericana nel Terzo Mondo, e in questo caso in America Latina, è creare agenzie specializzate nordamericane per prendere il controllo, evitando che sia visibile, sulle organizzazioni di base perchè queste diventino strumenti per la promozione e l'imposizione degli interessi geopolitici e geoeconomici di Washington in ogni paese considerato importante per la sicurezza degli USA.

L'agitazione indigena contro un progetto di costruzione della strada Villa Tunari-San Ignacio de Moxos, che attraverserebbe il Territorio Indigeno Parco Nazionale Isiboro-Secure (TIPNIS) è uno dei casi dell'influenza delle ONGs nell'organizzazione delle nove marce contro il progetto e nella preparazione della decima, annunciata dal presidente della Confederazione dei Popoli Indigeni della Bolivia (CIDOB), Adolfo Chàvez.

Le ONGs REDD (finanziata dalla Svezia), il Fondo Verde (finanziato da Gran Bretagna, Norvegia, Australia e Messico) e altre 20 hanno partecipato attivamente a tutte queste marce.

Attualmente sono coinvolte in un progetto, questo sì davvero assurdo, tra le 64 comunità indigene degli yurakares, trinitorios, mojenos e chimanes, in totale circa 10.000 persone del TIPNIS, perchè il governo "riconosca il nostro diritto di ricevere il pagamento di compensazione per la mitigazione dei gas serra che effettuano i nostri territori".

Si sa che il progetto di questa strada esiste dal 1765 e che nel 1826, durante il governo del maresciallo José Antonio de Sucre, fu emessa una legge per unire i dipartimenti del Beni e di Cochabamba attraverso una strada e che ciò è favorevole all'economia di entrambe le regioni oltre che al benessere degli abitanti del TIPNIS.

Si sa anche che la maggioranza dei popoli indigeni della zona si è pronunciata a favore della costruzione della strada e che il governo si è impegnato a fornire, martedì 2 aprile, il rapporto finale della consultazione dei popoli del TIPNIS.

La consultazione ha raggiunto 58 delle 69 comunità indigene, 11 hanno deciso di non partecipare. In totale sono 55 le comunità che appoggiano la costruzione della strada e 3 che sono contrarie.

Nonostante il voto della maggioranza, le marce della minoranza non finiscono, dato che esistono interessi di grandi corporations che utilizzano con frequenza le ONGs per ottenere l'accesso alle risorse naturali della Bolivia.

Ufficialmente nel paese stanno operando 399 ONGs e non si sa quante altre non registrate. Si sa anche che 22 di esse sono dietro alle marce indigene. Recentemente la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini ha avvertito che "dietro le marce degli indigeni dell'Oriente esiste un forte movimento politico per destabilizzare il governo".

Sembra vi sia la consegna, da parte dei globalizzatori, di alterare la stabilità socio-economica della Bolivia per non permettere che Evo Morales vinca le prossime elezioni presidenziali, nell'aprile 2014.

Da dicembre dello scorso anno è cominciata una campagna orchestrata dall'opposizione, che denuncia l'alto grado di corruzione del governo nazionale.

Successivamente si è intensificato il processo di divisione tra le basi di appoggio di Evo Morales.

La cosa strana di tutto questo processo è la coincidenza degli interessi di destra e sinistra nel'attaccare il presidente utilizzando pretesti elaborati dall'opposizione dell'élite tradizionale boliviana.

I due gruppi non hanno risparmiato sforzi per denunciare l'"evonarcisismo" e la "megalomania" del presidente, col pretesto che 16 strutture pubbliche, tra aeroporti, stadi, scuole e centri culturali e sportivi portano il nome di Morales. Sia la sinistra che la destra lo accusano di vanità perchè ha ricevuto 20 lauree Honoris Causa concessegli da diverse università straniere.

Quello di cui i suoi detrattori non tengono conto che che è stato per volontà degli abitanti dei diversi luoghi mettere il nome del presidente alle opere, come ringraziamento per aver cercato di migliorare il livello di vita costantemente ignorato dalle precedenti autorità.

L'opposizione ha paralizzato la vita economica di Oruro per 40 giorni per il mero fatto che all'aeroporto locale, che il presidente ha fatto riattivare per il funzionamento normale, sia stato cambiato il nome, da Juan Mendoza a Evo Morales, per volontà dell'Assemblea Legislativa Dipartimentale.

Questa protesta è stata così abilmente diretta che nessuno ha tenuto conto del danno che è stato fatto all'economia del dipartimento di Oruro e delle perdite che si sono dovuti accollare i suoi abitanti. E, in questo contesto, i maestri trotskisti sono stati i più attivi nel destabilizzre il dipartimento, come se non esistessero altre forme di lotta contro ciò che si ritiene un'arbitrarietà o un'ingiustizia storica.

Sorprendentemente anche vari gruppi di dirigenti minatori guidati dal segretario esecutivo della Centrale Operaia Dipartimentale (COD) di Oruro, un'organizzazione storicamente conosciuta come rivoluzionaria, si sono alleati con la destra razzista in questo sciopero. I minatori di Huanuni si sono dimenticati che, per la prima volta nella loro storia, i loro salati, grazie alla gestione dell'attuale governo di Bolivia, hanno raggiunto i 30.000 boliviani al mese.

Ma la storia non finisce qui. Appena la situazione ad Oruro si era tranquillizzata, i contadini della provincia di Manco Kapac hanno bloccato la strada Tiquina-Copacabana proprio all'inizio della Settimana Santa, in cui migliaia di credenti prendono questa via per venerare la vergine di Copacabana. I promotori dell'azione propongono un referendum per determinare la costruzione di un ponte sullo stretto di Tiquina rifiutando il dialogo con il governo.

Neppure la Confederazione Operaia Boliviana (COB), di orientamento trotskista, è rimasta indietro in questa lotta contro Evo Morales, decidendo di costruire il Partito dei Lavoratori. Il proposito di questa creazione è opporsi a Evo Morales nelle elezioni presidenziali dell'aprile 2014 e la parola d'ordine del nuovo partito è "Trema, Evo! Siamo minatori". Ma alla COB sono affiliati 6.186 minatori appartenenti al settore statale, mentre 112.000 lavoratori del ramo appartengono al settore cooperativo minerario e non hanno nulla a che vedere con la COB.

Neppure la Chiesa cattolica ha simpatia per Evo Morales. Come in Venezuela, Ecuador, Nicaragua e Argentina, questa istituzione religiosa si è opposta ai programmi sociali che favorivano i poveri.

Durante il secondo tentatvvo di colpo di stato nel giugno dell'anno scorso (il primo ha avuto luogo nell'aprile 2009), la Chiesa cattolica ha benedetto i disordini messi in atto dalla polizia.

Secondo il presidente, "in Bolivia ci sono nuovi nemici. Non più soltanto la stampa di destra ma gruppi della Chiesa Cattolica, i gerarchi della Chiesa cattolica che sono nemici della trasformazione pacifica della Bolivia".

Non ci si aspetta che con il nuovo papa Francesco le relazioni tra Evo Morales e la chiesa abbiano occasione di migliorare, a causa delle tensioni che il governo attuale ha sempre avuto con la "Agenzia di Notizie FIDES", un organo di stampa gesuita.

Secondo Evo Morales, "Quando il popolo è rovinato dallo Stato coloniale, la Chiesa cattolica non appare per salvarlo. Quando il popolo mette all'angolo lo Stato coloniale, lì appare il padre, pregando con i dirigenti, con i mediatori. Ma quando il popolo è sconfitto dallo Stato, non c'è Chiesa".

Neppure gli Stati Uniti perdonano ad Evo Morales l'espulsione delle loro agenzie USAID (Agenzia di Aiuto Esterno) e DEA (Agenzia di Lotta Antidroga) per spionaggio e tentativo di destabilizzare il paese, insieme all'ambasciatore nordamerica Philip Goldberg per aver istigato le proteste violente contro il Governo boliviano. Tutto questo spiega perchè il Dipartimento di Stato ha scritto, per quattro anni consecutivi nei suoi rapporti annuali, che la Bolivia "ha fallito manifestamente" nella lotta al narcotraffico, e questo nonostante le statistiche diverse che le autità del paese hanno mostrato in questi anni.

Sicuramente, se Evo Morales avesse accettato il ritorno della DEA, i risultati dei rapporti arebbero stati più positivi per la Bolivia. Ma la storia conserva la statistica che mostra, nel periodo 1985-1990 con la presenza della DEA, che le piantagioni di coca aumentarono da 35.000 ettari a 75.000. Ma questa è farina di un altro sacco.

Intanto, nonostante tutte le difficoltà, i sabotaggi, gli sioperi e le marce, la Bolivia prosegue il suo corso verso uno Stato del Buon Vivere.

Recentemente, nella celebrazione del 18° anniversario della creazione del partito Movimento al Socialismo (MAS), Evo Morales ha detto che continuerà "combattendo il capitalismo, l'imperialismo e il neoliberismo". Ha anche sottolineato che "ora abbiamo la Patria, abbiamo recuperato la Patria per i boliviani".

E in questa Patria, secondo il vice-presidente Alvaro Garcìa Linera, "sempre meno boliviani e, in tempi brevi, nessun boliviano, se ne andranno a dormire affamati perchè qui stiamo distribuendo la ricchezza, quello che apprtiene a tutti per favorire i più poveri, i più umili, quelli che hanno più bisogno".

Se il drammaturgo nordamericano Arthur Miller
avesse visto il processo boliviano, cominciato da Evo Morales, avrebbe certo pronunciato la sua famosa frase: "ci sono ruote che muovono ruote in questo popolo e fuochi che nutrono fuochi". Speriamo che questi fuochi siano positivi per il loro popolo e che nessun vento del Nord possa spegnerli.

(*) Giornalista peruviana
traduzione di Daniela Trollio - Centro di Iniziativa Proletaria "G.Tagarelli" - Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)


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