venerdì 28 giugno 2013

In Moldavia l'anti-comunismo è in rotta: la falce e il martello, così come il nome "comunista", non sono più vietati



In Moldavia l'anti-comunismo è in rotta: la falce e il martello, così come il nome "comunista", non sono più vietati
 
Se l'offensiva anti-comunista si intensifica in tutta Europa, assume forme più brutali in Europa orientale: in Moldavia come in Ungheria, l'interdizione stessa dei simboli, del nome e dell'ideologia comunista è posta oramai sul tavolo.
La Moldavia, al di là delle dimensioni relativamente modeste di questo paese, è un territorio strategico tra Russia ed Unioni europea, un territorio dove esiste un Partito comunista di massa che dopo il 1991 non ha rinnegato il nome o i simboli comunisti.
Lungi dall'essere crollato, il Partito Comunista della Repubblica di Moldavia (PCRM) ha conosciuto un'irresistibile ascesa una volta cadute le ultime illusioni sulla restaurazione del capitalismo. Dal 2001 al 2009, sotto la presidenza di Vladimir Voronin, sono i comunisti ad aver governato questa Repubblica di 4 milioni di abitanti. Le ultime elezioni del 2009 hanno fatto del PCRM, più che mai, il primo partito dal paese col 44,76% dei voti, 30 punti davanti al Partito liberal-democratico, la seconda formazione del paese!
Tuttavia, in virtù dei meccanismi di formazione della maggioranza parlamentare, con i suoi 48 seggi, i comunisti hanno lasciato il potere alla cosiddetta "Alleanza per l'integrazione europea" composta da quattro partiti liberali di destra, nazionalisti filo-rumeni ed europeisti.
Davanti alla crescente popolarità del Partito comunista dal 2009, la classe dirigente moldava si è impaurita. Il primo ottobre 2012, ha fatto passare una mozione al Parlamento che vieta "su tutto il territorio, con obiettivi politici di propaganda, i simboli comunisti (come la falce e il martello)".
Da ottobre, il Partito comunista mobilita le sue forze, porta nelle strade decine di migliaia di persone, come nel caso delle ultime manifestazioni per la Vittoria sul fascismo, il 9 maggio scorso. Per via del rapporto di forze sempre più sfavorevole alla coalizione governativa - il Partito comunista è dato grande vincitore alle prossime elezioni politiche del 2014 - il governo è stato costretto ad indietreggiare.
Questo 4 giugno, è stata la Corte costituzionale di Moldavia a dichiarare anti-costituzionale il progetto di legge avanzato dal governo che mira a vietare i simboli comunisti della falce e martello.
Il PCRM potrà dunque continuare a portare il nome di "comunista" e manterrà falce e martello come simboli del partito, sui suoi manifesti, volantini o schede elettorali. Il presidente del PCRM, Vladimir Voronin, salutando questa decisione della Corte costituzionale, ha rovesciato l'accusa, proponendo invece di giudicare quelli che hanno contribuito alla rovina del popolo moldavo, anche indicando come nemica la sola forza che possa difenderlo: il Partito comunista.

In Moldavia, come altrove in Europa, l'offensiva anti-comunista che assume molteplici forme mira a cancellare, fare sparire, trasformare i simboli e il nome dei partiti comunisti. La resistenza è la prima delle necessità. In Moldavia, ha pagato!
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mercoledì 26 giugno 2013

Bilderberg 2013. Le presunte novità, chi ha partecipato e di cosa si è discusso



Bilderberg 2013. Le presunte novità, chi ha partecipato e di cosa si è discusso
L'ultimo incontro annuale del Bilderberg si è tenuto tra il 6 ed  il 9 giugno 2013 in un hotel di lusso della campagna inglese circondato, come di consueto, da un cordone protettivo di polizia. Eppure, quest'anno il Gruppo Bilderberg, su sollecitazione del premier britannico Cameron, anch'egli tra gli invitati, aveva promesso una maggiore trasparenza, predisponendo un ufficio stampa per i giornalisti. Una mossa che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto contrastare le accuse, sempre più frequenti, di manipolazione delle politiche nazionali e mondiali da parte del Bilderberg. Da parte di alcuni mass media si è persino presentata come una novità la pubblicazione dell'elenco degli invitati e delle tematiche dei dibattiti sul sito dell'organizzazione, quando, invece, è da diverso tempo che queste informazioni vengono rese pubbliche.

Al contrario e come sempre, l'essenziale, cioè i contenuti e le conclusioni delle discussioni, continua ad essere coperto dal più stretto riserbo. Rimane, dunque, il problema politico fondamentale ovvero la mancanza di trasparenza relativa non ad una semplice cena d'affari, ma ad un incontro ai massimi livelli, tra esponenti del potere economico e del potere politico, organizzato per discutere di aspetti fondamentali per la vita di centinaia di milioni di cittadini europei e americani. Soprattutto, la partecipazione di politici eletti e di funzionari statali ad un evento simile solleva molti interrogativi sulla indebita commistione tra pubblico e privato e non depone certo a favore di un corretto, e soprattutto socialmente neutrale, funzionamento della democrazia politica e dello Stato in Occidente.

Ma vediamo chi sono e di cosa hanno discusso i partecipanti all'incontro dell'Hertfordshire. Come sempre a partecipare sono solamente personalità provenienti dagli Usa, dal Canada e dall'Europa Occidentale. Quest'anno, a parte il ministro delle finanze polacco Jacek Rostowsky, che, però, è britannico per nascita ed educazione,  non si sono verificate neppure le timide aperture a businessmen, intellettuali e politici dell'Est europeo, specialmente russi, della Cina o di altre regioni, che si erano verificate nel 2010-2012. Tranne poche eccezioni, i partecipanti vengono da Paesi che appartengono alla Nato. Il che è coerente con il carattere fortemente "atlantico" del Gruppo Bilderberg, basato sull'alleanza politico-economica-militare tra Usa ed Europa Occidentale.

In questo senso va spiegata la presenza nel Bilderberg della non europea ed islamica Turchia. Questo Paese è il principale partner militare della Nato dopo gli Usa e sta rivestendo un ruolo fondamentale anti-Assad in Siria. Inoltre, è considerato un esempio di liberismo economico e di islamismo moderato da esportare nel resto del Medio Oriente. O almeno lo era prima della violenta ondata di repressione poliziesca in atto in queste ultime settimane. Quest'anno la Turchia ha presentato una delegazione più numerosa del solito, costituita da un docente universitario, un giornalista, due importanti imprenditori, e due politici. Coerente con il suo orientamento bipartisan, il Bilderberg ha invitato sia l'islamico Ali Babacan, vice premier e ministro delle finanze, sia Safak Pavey del principale partito d'opposizione, il laico e kemalista CHP.

Gli invitati di quest'anno erano 138, di cui solo 34 sono membri fissi del Bilderberg, facendo parte del comitato direttivo. La presenza anglosassone, considerata come singole nazioni, è schiacciante. Quest'anno gli Usa sono stati presenti con 33 invitati (24% sul totale), seguiti dalla Gran Bretagna con 23 (16,7%), dalla Francia con 10, dalla Germania con 8, e da Canada, Italia, Olanda e Turchia con 6. Gli altri paesi hanno presenze più ridotte. Nell'insieme, però, l'Europa è prevalente: la Ue ha 81 presenze e l'area euro 49.  Vi sono, inoltre, 5 personalità qualificate come internazionali, perché rappresentano organizzazioni sovranazionali, come il presidente della Commissione europea, Barroso.

Se andiamo a vedere le presenze per appartenenza di
gruppo sociale, prevalgono tre categorie. In primo luogo, le grandi corporation private che partecipano con 65 personalità (47,1%), poi i politici e i funzionari statali con 38 personalità (27,5%), e infine gli intellettuali con 28 (20,3%). Tra le imprese private ne abbiamo 28 finanziarie, tra cui alcune delle più importanti banche del mondo come Goldman Sachs, Hsbc, Barclays, Deutsche Bank, e assicurazioni come Axa, Zurich e Prudential. Abbiamo poi 37 personalità provenienti da multinazionali  leader nei rispettivi settori industriali, tra cui Royal Dutch Shell, British Petroleum, Alcoa, Eads, Bae System, Michelin, Siemens, Novartis, Heineken, Microsoft, Amazon e Google. Un settore molto rappresentato è quello dei media, con 8 personalità. Tra i politici i nomi sono di vertice. Prevalgono i ministri economici e degli esteri, ma non mancano i primi ministri come l'olandese Rutte e gli ex premier italiano, Mario Monti, e francese, François Fillon, o banchieri nazionali come lo svizzero Tomas Jordan.

La provenienza è bipartisan, dai partiti "moderati" sia del centro-destra che del centro-sinistra.  Ad esempio, per la Gran Bretagna troviamo sia il ministro delle finanze conservatore, George Osborne, sia quello "ombra" laburista, Edwards Balls, mentre per la Svezia abbiamo Borg e Bildt, ministri di centro-destra degli esteri e delle finanze e Stefan Lofven, capo del partito socialdemocratico ed ex leader dei metalmeccanici svedesi, tutti invitati da Jacob Wallenberg, membro del comitato direttivo del Bilderberg e imprenditore più potente della Svezia.

Ci sono, inoltre, alcune importanti figure appartenenti ad organismi sovrannazionali come Christine Lagarde, direttore del Fondo Monetario Internazionale, il già citato Barroso,Viviane Reding, vice presidente della Commissione europea e commissario alla Giustizia e Olivier de Balinchove, comandante dell'Eurocorps, la forza multinazionale europea che fa capo alla Ue ma agisce sotto il controllo della Nato. Tra gli esponenti dei think tank, spesso statunitensi, di orientamento neoconservatore ed emanazione di fondazioni di grandi corporation industriali e bancarie, troviamo nomi famosi come Richard Perle, ex consulente di George W. H. Bush, Robert Zoellick, ex presidente della Banca Mondiale, e Robert Rubin, ex ministro del Tesoro di Bill Clinton. Tra gli ex politici e funzionari di spicco troviamo Kissinger, forse il più importante segretario di Stato della storia Usa recente, David Petreus, ex comandante in Iraq e Afghanistan ed ex direttore della Cia (dimessosi di recente per uno scandalo) ed ora manager di Kkr, colosso Usa del private equity, e Timothy Geithner, ex ministro del Tesoro di Obama.

Anche gli italiani presenti al meeting del 2013 sono figure di spicco dell'establishment economico e politico nazionale, con importanti connessioni internazionali. Oltre al già citato Monti, che per anni è stato membro del comitato direttivo, abbiamo Franco Bernabè, attuale rappresentante italiano al direttivo del Bilderberg e presidente di Telecom Italia, Enrico Tommaso Cucchiani, amministratore delegato di Intesa San paolo, la principale banca italiana, Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, la banca al centro della storica "Galassia del Nord" e del patto di sindacato di Rcs-Corriere della Sera, il nucleo più forte del capitalismo italiano, Gianfelice Rocca presidente del gruppo di ingegneria e costruzioni Techint e di Assolombarda, la potente associazione degli imprenditori della Lombardia, e infine la giornalista Gruber. C'è poi un altro italiano, Emanuele Ottolenghi, che è un esperto di Iran e Medio Oriente e figura come appartenente al gruppo statunitense, facendo capo al think tank Foundation for Defence of Democracies.

Di fatto, il Bilderberg, come è facilmente intuibile dalla composizione dei suoi partecipanti, è il momento di incontro tra il grande capitale transnazionale e i decision maker, i vertici politici e i burocratici nazionali ed internazionali, con la mediazione del personale intellettuale dei think tank e dei centri di ricerca legati ai grandi gruppi economici. Un momento di incontro in cui si discutono e si socializzano le linee guida che dovranno ispirare le politiche, in genere bipartisan,  delle singole nazioni e dell'Europa.

Quali siano  i temi cui si applicheranno tali linee guida è facile dirlo, visto che il Bilderberg lo rivela chiaramente anche quest'anno. Si tratta di temi "caldi":  le politiche dell'Unione Europea, la crescita e la disoccupazione in Europa e negli Usa, il Medio Oriente, l'Africa, la politica estera Usa, il nazionalismo ed il populismo, la questione del debito, la cyberguerra e le minacce asimmetriche. Quali siano i contenuti e soprattutto gli interessi cui si ispirano gli indirizzi generali, che poi verranno tradotti in politiche, è facile intuirlo, vista la prevalenza degli esponenti dell'alta finanza e della grande industria degli Usa e dei paesi europei più potenti. Così come è facile intuire che tali indirizzi saranno ripresi ampiamente e veicolati fra l'opinione pubblica nazionale ed internazionale dai mass media e dagli opinion maker presenti al Bilderberg.
 
Domenico Moro:
 Club Bilderberg - Gli uomini che comandano il mondo


Recensione di Alexander Höbel

Sul Gruppo Bilderberg e organismi affini è fiorita in questi anni una letteratura di taglio "complottistico" che, per quanto attraente per molti lettori, di fatto non favorisce una reale comprensione del fenomeno. In una direzione diversa va invece il libro di Domenico Moro (Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, Aliberti 2013), che colloca la questione in un quadro più ampio, quello dell'attuale fase della storia del capitalismo e delle dinamiche della lotta di classe; Moro insomma affronta il problema da un punto di vista marxista.

Se il titolo e il cuore del libro riguardano il Club Bilderberg (cui si aggiunge la più giovane Trilateral), sullo sfondo ci sono questioni più complessive, il ruolo delle élite (e del "ritorno delle élite" parla anche l'ultimo libro di Rita di Leo), i caratteri dell'attuale oligarchia capitalistica trans-nazionale, le forze di classe in campo e gli scontri in atto sul piano globale, la questione della democrazia e della sua crisi.

Se partiamo da quest'ultimo punto, non possiamo che partire dalla straordinaria avanzata della "democrazia organizzata", della partecipazione popolare e dei partiti di massa, che riguardò molti paesi e l'Italia in modo particolare negli anni Sessanta e Settanta. Fu allora che la domanda sociale crescente trovò sbocchi politici e anche legislativi nella costruzione del Welfare State e in quelle riforme (riforme vere, ben diverse dalle controriforme degli ultimi decenni) che determinarono il progresso sociale e civile, tra gli altri, del nostro paese. La costruzione dello Stato sociale - forma peraltro del salario indiretto - e le conquiste salariali vere e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative (dunque nello Stato stesso), misero dunque in allarme le classi dominanti, che proprio negli anni Settanta (apice della loro difficoltà sul piano mondiale) avviarono la loro micidiale controffensiva, dotandosi di strumenti nuovi, quali appunto la Commissione trilaterale. E non a caso, uno dei primi documenti di questa struttura, fu quel testo sulla "crisi della democrazia" che Domenico Moro cita ampiamente, opera di quel Samuel Huntington che diventato famoso in anni recenti per la sua pseudo-teoria dello "scontro di civiltà", e di Michel Crozier, il quale individuava il pericolo principale nei partiti comunisti, a partire da quelli europei, "le sole istituzioni rimaste nell'Europa occidentale la cui autorità non venga messa in dubbio" (p. 119).

Da allora, nel dibattito pubblico, la governabilità iniziava a prendere il posto della rappresentanza, fino a sostituirla quasi del tutto, giungendo a quello svuotamento delle istituzioni rappresentative e alla conseguente apatia politica di massa che oggi sono davanti ai nostri occhi.

Il libro di Moro, peraltro, mostra come quella controffensiva fosse iniziata ancora prima, negli anni Cinquanta; gli anni più duri della guerra fredda, quelli della nascita di Gladio e della rete Stay-behind, e appunto del Club Bilderberg, fondato nel 1954 da esponenti del grande capitale come David Rockefeller. E non a caso, l'anticomunismo e la lotta al blocco sovietico sono al centro dei primi incontri del Club. Ma che cosa è dunque il Gruppo Bilderberg? Secondo la definizione che ne dà Domenico Moro, è "il luogo dove il capitale finanziario si incontra con la politica internazionale" (p. 72), e infatti al suo interno troviamo finanzieri, proprietari e dirigenti di corporation, grandi manager privati e pubblici, uomini politici, accademici, giornalisti. Ed è molto interessante il meccanismo descritto nel libro, quello delle "porte girevoli", per cui un ministro (o, nel caso degli USA, un segretario di Stato) si ritrova poi al vertice di una multinazionale, o magari ne aveva fatto parte prima (tipici i casi di Dick Cheney, Donald Rumsfeld e molti altri esponenti dell'amministrazione Bush), mentre grandi manager pubblici come Romano Prodi dopo aver portato avanti massicce privatizzazioni si ritrovano presidenti del Consiglio o ai vertici dell'Unione europea, o ancora uomini come Mario Draghi passano da presidente del Comitato economico e finanziario del Consiglio della UE a direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, per poi diventare vicepresidente della Goldman-Sachs, infine governatore della Banca d'Italia e infine presidente della Banca centrale europea.

Ed è inquietante il dato - documentato da Moro - per cui per il Club Bilderberg sono passati tutti i ministri delle Finanze italiani degli ultimi anni, due governatori della Banca d'Italia e almeno due presidenti del Consiglio, tra cui quello attualmente in carica.

La commistione e lo scambio continuo tra settori diversi dell'oligarchia è a sua volta il riflesso di un intreccio sempre più stretto fra grandi corporation, Stati e organismi sovranazionali. Quella che compare sulla scena è dunque una nuova classe dominante, quella che Leslie Sklair chiama "classe capitalistica transnazionale", una definizione ripresa in Italia da Luciano Gallino (La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza 2012) e che anche Domenico Moro fa propria e sviluppa, descrivendo attraverso alcuni dei suoi principali esponenti una classe, che oltre che nel Club Bilderberg e nella Trilateral trova luoghi di coordinamento e "camere di compensazione" anche in altri organismi, come il World Economic Forum di Davos.

Questa classe - il libro lo mette bene in luce - ha vari punti di forza: la grande omogeneità ideologica, una forte capacità di egemonia attraverso think-tank e mass-media, e infine appunto quel carattere trans-nazionale che ha spiazzato il movimento operaio. E però ha anche rilevanti punti deboli. Come osserva l'Autore, infatti, la complessità del quadro e la stessa molteplicità della sua composizione e dei suoi interessi pongono seri limiti "alla sua capacità di controllare il processo sociale complessivo e soprattutto di organizzare un ordine mondiale" stabile (p. 131). Non a caso, la potenza ancora egemone, quella statunitense, attraversa una crisi grave, che ha finora superato grazie al signoraggio del dollaro e alla sua stessa collocazione nel mercato mondiale; ma non è più in grado di svolgere il suo ruolo, e quindi è sempre più spesso indotta all'uso della forza militare, attuando quello che alcuni studiosi hanno definito un "dominio senza egemonia", per non parlare della crisi di legittimità che si è aperta ormai esplicitamente. E non a caso il restringimento degli spazi democratici continua, all'interno degli Stati nazionali e grazie alle cessioni di sovranità ad organismi sovranazionali privi di ogni legittimazione.

D'altra parte, Moro osserva come questa classe abbia potuto portare avanti il suo programma anche grazie alla globalizzazione, alla mondializzazione del ciclo produttivo, dei mercati e dell'economia in generale, che ha messo in seria difficoltà il movimento dei lavoratori, che fino ad allora aveva contrastato l'avversario sul terreno nazionale, ottenendo risultati non irrilevanti.

Se questo è vero, è chiaro che i versanti su cui agire sono almeno due: la difesa degli spazi di sovranità nazionale rimasti e la ricostruzione di spazi di sovranità popolare sulle decisioni più rilevanti; l'internazionalizzazione della risposta, dell'organizzazione e della strategia del movimento operaio che incredibilmente - nato internazionalista - proprio su questo terreno è rimasto indietro. Su entrambi i fronti - e su quello di una nuova lotta per la democrazia - il fronte che si può costruire è molto ampio, a patto che ci si doti degli strumenti di analisi e controffensiva ideologica e culturale, e di organizzazione politica e sindacale, adeguate; in sostanza a patto che il movimento dei lavoratori riacquisti una sua autonomia strategica. Lo slogan "voi 1%, noi 99%" sebbene ingenuo e per certi versi sbagliato, segnala che si sta facendo strada una nuova consapevolezza della contrapposizione di interessi tra la stragrande maggioranza della popolazione e oligarchie sempre più ristrette, uno dei punti essenziali della riflessione di Marx.

Su questa strada, i comunisti e gli anticapitalisti in generale hanno praterie davanti a sé, o se si preferisce un oceano dentro al quale devono reimparare a nuotare. Per farlo devono però tornare a orientarsi attraverso un serio lavoro di analisi. Il libro di Domenico Moro offre in tal senso un contributo importante.
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mercoledì 19 giugno 2013

La Rivoluzione bolivariana sulla tomba di Gramsci


La Rivoluzione bolivariana sulla tomba di Gramsci

Por eso, es que voy a valerme del pensamiento, de algunas de las ideas de ese gran pensador revolucionario italiano, Antonio Gramsci, para hacer una reflexión sobre el momento que estamos viviendo. Una verdadera crisis histórica ocurre cuando hay algo que está muriendo pero no termina de morir y al mismo tiempo hay algo que está naciendo pero tampoco termina de nacer. En el tiempo y en espacio donde esto ocurre, ahí se presenta una auténtica crisis orgánica, crisis histórica, crisis total”. “Aquí en Venezuela no lo olvidemos, desde hace varios años estamos en una verdadera crisis orgánica, una verdadera crisis gramsciana, una crisis histórica. Lo que está muriendo se niega a morir y todavía no termina de morir y lo que está naciendo tampoco ha terminado de nacer. Estamos en el epicentro de la crisis, buena parte de los años por venir formarán parte de esa crisis histórica hasta que no muera definitivamente la IV República y nazca plenamente la V, la República socialista y bolivariana de Venezuela. (Hugo Chávez)
Fonte: Cubadebate
Roma, 17giu2013
Il presidente Nicolas Maduro ha affermato oggi che “la Rivoluzione venezuelana ha un progetto storico e chiaro, sa verso dove va ed appartiene ad un popolo cosciente delle minacce e delle sfide”.
In un incontro con i movimenti sociali a Roma,
Nicolás Maduro ha affermato che la Rivoluzione possiede inoltre la forza dei secoli, l’etica politica della trasparenza, l’onestà, l’umiltà e l’impegno giurato con la storia e con il popolo.
La nostra Rivoluzione è in buone mani, quelle dei figli autentici del Comandante di Acciaio, Hugo Chávez, e nelle mani di un popolo che ha saputo affrontare le tensioni che si creano quando facciamo una Rivoluzione Socialista in questi tempi”, ha risaltato.
L’omaggio alla Memoria sulla tomba di Antonio Gramsci
Il Presidente ha osservato che “Chávez è stato il bolivariano più grande che sia mai esistito in America, e lo sarà negli anni e nei secoli a venire”.
Gli interessi imperiali l’hanno perseguito fino all’ultimo momento della sua vita, non lo hanno mai lasciato riposare, ma non hanno potuto sconfiggerlo, e neanche sono riusciti ad evitare la vittoria bolivariana nelle elezioni presidenziali del 14 aprile scorso”, ha affermato.
Inoltre, ha sottolineato che non potranno neanche distruggere il valoroso progetto rivoluzionario del Socialismo del secolo XXI, che si è alzato dal Venezuela, perché in lui ci sono la speranza e la forza del popolo.
Il Presidente ha dichiarato che la morte di Chávez è stata una tragedia storica che il popolo ha affrontato con dolore, lacrime e coscienza, mentre ha assicurato che ora i suoi figli sono più leali alle sue idee, al suo esempio ed al sogno di Patria socialista, grande ed umana.
Ha anche denunciato che nella nazione latinoamericana hanno scoperto un seme della destra fascista che cerca di infettare la società, ma che sarà combattuto senza pietà.
La controrivoluzione venezuelana, ha sottolineato, è avvicinata verso un’opposizione di destra diretta da un nucleo fascista e profondamente vincolato ai settori più retrogradi, conservatori e cospiratori dell’elite imperiale statunitense ed al capitale finanziario.
Per noi la vittoria sui fascisti significa ottenere la pace, la stabilità e la prosperità con il lavoro”, ha concluso.
[traduzione di Ida Garberi]


venerdì 24 maggio 2013

Il nuovo nome del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese / Partido Comunista Obrero Húngaro cambia de nombre para impedir su ilegalización /To the Communist and Workers’ Parties of the world



Il nuovo nome del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese

Ai Partiti Comunisti e Operai del mondo

Compagni,

Il Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese ha tenuto il suo 25° Congresso straordinario l'11 maggio 2013 a Budapest. In tale occasione abbiamo cambiato il nome del partito che d'ora in avanti si chiamerà Partito dei Lavoratori Ungherese.

Il cambiamento del nome del partito non corrisponde ad alcun cedimento politico o ideologico. Vogliamo continuare la nostra lotta contro il capitalismo apertamente piuttosto che essere costretti all'illegalità. Ecco perché il Congresso ha modificato il nome del partito, al fine di registrarsi come Partito dei Lavoratori Ungherese.

Anche se il nostro nome cambierà, non muteranno i nostri principi. Rimaniamo un partito comunista marxista-leninista in lotta contro il capitalismo.

Compagni,

Siamo stati costretti a celebrare questo congresso perché il governo ungherese ha lanciato un nuovo e gravissimo attacco al partito. Il 19 novembre dello scorso anno, il Parlamento di Budapest ha adottato una nuova legge che vieta l'uso pubblico di denominazioni legate ai "regimi autoritari del 20° secolo."

La legge è entrata in vigore il 1° gennaio di quest'anno. Secondo la Costituzione ungherese e la politica del governo attuale, con "regimi autoritari" vengono identificati il regime fascista guidato da Ferenc Szallasi in essere dal 15 ottobre 1944 fino all'aprile 1945 e il periodo di costruzione del socialismo tra il 1948 e il 1990.  Nessuna menzione alla dittatura di Miklos Horthy del 1919-1944.

Di conseguenza, nessun partito politico, azienda, organo dei mass media, via, piazza o luogo pubblico può includere "il nome delle persone che hanno giocato un ruolo di primo piano nella fondazione, sviluppo o mantenimento di regimi politici autoritari del 20° secolo, o parole ed espressioni o nomi di organizzazioni che possono essere direttamente collegate ai regimi politici autoritari del 20° secolo".

Ciò significa che dovranno essere rinominate 43 strade dedicate a Lenin, 36 in onore di Karl Marx e 6 alla Stella Rossa. Inoltre 44 vie della Liberazione, destinate in origine a ricordare l'affrancamento dell'Ungheria dal fascismo hitleriano dovrebbero essere ribattezzate. Ci sono 53 strade in memoria di Endre Ságvári, il più famoso antifascista ungherese ucciso nel 1944 dalla polizia fascista. Ora è vietato il suo nome. Non ci possono più essere strade in onore all'Esercito Popolare, al Fronte Popolare, alla Repubblica Popolare. Una delle piazze principali di Budapest, Piazza di Mosca, è stata rinominata di recente.

In effetti, l'uso pubblico di parole e categorie come "comunista", "socialista", "liberazione" e molte altre sono state rese illegali.

Perché le forze pro-capitaliste attaccano il nostro partito? E' perché l'Ungheria è in crisi. Quasi 500.000 persone sono ufficialmente registrate come disoccupate: oltre l'11 per cento della forza lavoro. Circa lo stesso numero di giovani lavorano in altri paesi dell'Unione europea, in particolare in Gran Bretagna, Austria e Germania, perché non riuscivano a trovare un posto di lavoro a casa. Nonostante ciò, il tasso di disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni) in Ungheria risulta superiore al 28 per cento.

Il governo di Unione Civica (Fidesz) guidato dal primo ministro Viktor Orban è ben consapevole di questi fatti, mentre proclama il "miracolo ungherese". La realtà è che molte persone comuni stanno peggio di quanto non siano mai state.

Le forze pro-capitaliste in Ungheria sanno molto bene che solo il nostro partito propone una reale alternativa alla disoccupazione di massa, alla povertà e all'occupazione coloniale dell'Ungheria da parte delle multinazionali.

Sempre più persone stanno risvegliandosi e prendendo coscienza che non sono solo i governi capitalisti da biasimare per la loro situazione. E' il sistema capitalista in generale che non funziona, almeno per loro. Apprezzano il fatto che i comunisti ungheresi sono dalla parte degli operai. Il nostro partito ha accumulato un notevole capitale morale nella nostra società.

Cari compagni,

Grazie per la solidarietà mostrata alla nostra lotta. Informate i vostri militanti sulla situazione ungherese e dite loro che possono fare affidamento sui comunisti ungheresi, anche in futuro.

Fraternamente vostro
Gyula Thürmer
Presidente del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese

Partido Comunista Obrero Húngaro cambia de nombre para impedir su ilegalización



El Partido Comunista Obrero Húngaro realizó su 25º Congreso Extraordinario el 11 de mayo de 2013 en Budapest. Hemos cambiado el nombre del partido. Ahora nuestra organización se llama Partido Obrero Húngaro. El cambio de nombre del partido no significa ningún cambio político ni ideológico. Queremos continuar nuestra lucha contra el capitalismo abiertamente, y no ser forzados a la ilegalidad. Por esto el congreso modificó el nombre del partido para permitir su registro como Partido Obrero Húngaro. Aunque cambia nuestro nombre, nuestros principios no. Seguimos siendo un partido marxista-leninista y comunista en lucha contra el capitalismo.
Hemos sido obligados a reunir este congreso porque el gobierno húngaro lanzó un nuevo ataque, muy serio, contra el partido. El 19 de noviembre del año pasado, el parlamento en Budapest adoptó un nuevo estatuto prohibiendo el uso público de nombres conectados con los “regímenes autoritarios del siglo XX”.
Esta ley entró en vigencia el 1 de enero de este año. De acuerdo con la Constitución húngara y la política del gobierno actual, los “regímenes autoritarios” son la dictadura fascista de Ferenc Szalasi, que existió entre octubre de 1944 y abril de 1945, y todos los gobiernos de la construcción socialista entre 1948 y 1990. Notarán que no se incluye la dictadura de Miklos Horthy, de 1919 a 1944.
De acuerdo con eso, ningún partido político, compañía, medio de comunicación, calle, plaza o sitio público puede incluir el “nombre de personas que hayan jugado un papel dirigente en la fundación, desarrollo o mantenimiento de los regímenes políticos autoritarios del siglo XX, ni palabras, ni expresiones, ni nombres de organizaciones que puedan relacionarse directamente con los regímenes políticos autoritarios del siglo XX”.
Esto significa que las 43 calles Lenin, 36 calles Karl Marx y seis calles Estrella Roja han sido rebautizadas. También lo serán las 44 calles Liberación, que conmemoraban la liberación de Hungría del fascismo hitleriano, y las 53 calles Endre Sagvari, que honran al mártir antifascista más importante de Hungría, asesinado en 1944 por la policía fascista. Su nombre no se debe mencionar. Todas las calles Ejército Popular, Frente Popular y República Popular deben desaparecer. La conocida Plaza Moscú de Budapest ha sido rebautizada hace poco.
En efecto, el uso público de palabras y categorías tales como “comunista”, “socialista”, “liberación” y muchos otros se han vuelto ilegales.
¿Por qué las fuerzas pro capitalistas atacan a nuestro partido? Porque Hungría está en crisis. Casi 500 mil personas están oficialmente registradas como desempleadas, algo más del 11% del personal. Una cantidad parecida de jóvenes trabajan en otros países de la Unión Europea, principalmente Gran Bretaña, Austria y Alemania, porque no encuentran empleo en su país. Aun así, la tasa de desempleo juvenil (menores de 25 años) en Hungría está en más del 28%.
El gobierno del partido Fidesz -Unión Cívica Húngara-, dirigido por el primer ministro Viktor Orban conoce bien estos datos, mientras proclama el “milagro húngaro”. La realidad es que mucha gente del común está peor que nunca.
Las fuerzas pro capitalistas en Hungría saben muy bien que sólo nuestro partido propone una alternativa real al desempleo masivo, la pobreza y la ocupación colonial de Hungría por parte de las compañías multinacionales.
Cada vez más gente se despierta y se da cuenta que no sólo los gobiernos capitalistas son culpables de su difícil situación. Es el sistema capitalista en general que no funciona, al menos para ellos. También aprecian que los comunistas húngaros estamos al lado de los trabajadores. Nuestro partido ha acumulado un considerable capital moral en nuestra sociedad.
Agradecemos su solidaridad con nuestra lucha. Difundan la situación que vivimos en Hungría y sepan que pueden contar con los comunistas húngaros.

Traducido para SemanarioVoz.com por David Moreno
Last Updated on Friday, 17 May 2013 14:52

 
To the Communist and Workers’ Parties of the world
Comrades,
The Hungarian Communist Workers’ Party has held its 25th Extraordinary Congress 11 May 2013 in Budapest.
We have changed the name of the party. Our party will be called in the future Hungarian Workers Party.
The change of the name of the party does mean any political or ideological change. We want to continue our fight against capitalism openly, rather than be forced into illegality. That’s why the congress has modified the party's name in order to register as the Hungarian Workers Party.
Although our name will change, our principles will not. We remain a Marxist-Leninist, Communist Party fighting against capitalism.
Comrades,
We have been forced to have this congress because the Hungarian government launched a new and very serious attack on the party. On November 19 last year, the parliament in Budapest adopted a new statute banning the public use of names connected with the "authoritarian regimes of the 20th century." (See the attachment)
The law came into force on January 1 this year. According to the Hungarian Constitution and current government policy, "authoritarian regimes" mean the fascist dictatorship headed by Ferenc Szalasi, which existed from October 1944 until April 1945, and all the governments of socialist construction between 1948 and 1990. Not, you'll note, the Miklos Horthy dictatorship of 1919 to 1944.
Accordingly, no political party, company, organ of the mass media, street, square or public place can include the "name of persons who played a leading role in founding, developing or maintaining the authoritarian political regimes of the 20th century, or words and expressions or names of organisations which can be directly related to the authoritarian political regimes of the 20th century."
This means that 43 Lenin streets, 36 Karl Marx streets and six Red Star streets have been renamed. So, too, will 44 Liberation streets - named originally to celebrate the liberation of Hungary from Hitlerite fascism - and the 53 Endre Sagvari streets named in honour of Hungary's most famous anti-fascist martyr, killed in 1944 by the fascist police. His name shall not be spoken.  All the People's Army, People's Front and People's Republic streets have to go. Budapest's well-known Moscow Square has recently been renamed.
In effect, the public use of such words and categories as "communist," "socialist," "liberation" and many others have been made illegal.
Why do the pro-capitalist forces attack our party? It is because Hungary is in crisis. Almost 500,000 people are officially registered as unemployed - just over 11 per cent of the workforce.  About the same number of young people are working in other EU countries, notably Britain, Austria and Germany, because they could not find a job at home.  Even so, the rate of youth unemployment (under the age of 25) in Hungary stands at more than 28 per cent.
The Fidesz (Civic Union) government led by Prime Minister Viktor Orban is well aware of these facts, while proclaiming the "Hungarian miracle." The reality is that many ordinary people are worse off than they have ever been.
The pro-capitalist forces in Hungary know very well that only our party proposes a real alternative to mass unemployment, poverty and the colonial occupation of Hungary by multinational companies.
More and more people are waking up and realising that it is not only capitalist governments, which are to blame for their plight. It's the capitalist system in general that isn't working - at least for them.  They also appreciate that Hungary's communists are on the side of the workers. Our party has accumulated considerable moral capital in our society.
Dear Comrades,
Thank you for your solidarity in our fight. Please inform your members about the Hungarian situation and tell them that you can rely upon the Hungarian communists in the future, too.


 

martedì 21 maggio 2013

Bolivia e Stati Uniti discutono sulla procedura di uscita dell'agenzia USAID


Bolivia e Stati Uniti discutono sulla procedura di uscita dell'agenzia USAID


La Paz, 20 mag (Prensa Latina) Il governo di Bolivia e l'Ambasciata degli Stati Uniti definiranno questa settimana la procedura per la partenza dell’US Agency for International Development (USAID), espulsa dal paese dopo le accuse di cospirazione contro il governo.

Secondo quanto ha detto oggi il ministro della Presidenza, Juan Ramon
Quintana, l'ambasciata e funzionari boliviani lavoreranno nei prossimi giorni per stabilire le procedure che appoggeranno il ritiro dell’organizzazione statunitense.

"Abbiamo inviato la comunicazione ufficiale per il ritiro definitivo dell’USAID. So che questa settimana i funzionari dell'Ambasciata degli Stati Uniti stanno lavorando con il Ministero della Pianificazione per definire le procedure e le regole amministrative su cui si sosterrà il ritiro,"ha detto.

Il 1° maggio, in una cerimonia per il Giorno Internazionale dei Lavoratori, il presidente Evo Morales ha annunciato l'espulsione, dopo aver accusato l'agenzia di aver cospirato contro la sovranità e la sicurezza della nazione.

Il presidente ha incolpato l'USAID di commettere atti di cospirazione e di interferenza politica nei sindacati contadini ed in altre organizzazioni sociali per destabilizzare il suo governo, come ha fatto antecedentemente l'ambasciata della nazione settentrionale.

"Non mancano alcuni istituti dell' ambasciata statunitense che continuano cospirando contro questo processo, contro il popolo e soprattutto contro il governo nazionale e così approfittiamo del 1° maggio, per annunciare che abbiamo deciso di espellere l'USAID dalla Bolivia, l'USAID lascerà la Bolivia”, ha detto.

Morales aveva già valutato una possibile espulsione dell'Agenzia lo scorso 18 aprile, quando ha criticato un discorso del capo della diplomazia statunitense, John Kerry, che ha descritto il sub-continente latino-americano come un patio posteriore del suo paese.

"Condanniamo le dichiarazioni per considerarle irriverenti, perché ignorano la realtà dei popoli dell'America Latina", ha dichiarato il presidente.

Questo è il terzo istituto degli Stati Uniti che viene espulso dal presidente da quando è salito al potere nel gennaio del 2006.

Nel 2008, Morales ha espulso l'ambasciatore Philip Goldberg, accusato di aver cospirato con l'opposizione, e nel novembre dello stesso anno, ha chiesto il ritiro dell'agenzia anti-droga del paese nordico (DEA) per presunto spionaggio.

L'USAID lavorava in Bolivia dal 1964 e aveva fondi, strutture, flotte di automobili e spiegamento di agenti,la più grande di tutte le organizzazioni straniere esistenti in Bolivia.

Bolivia è così diventato il secondo paese al mondo che ha espulso l'USAID, preceduta dalla Russia nel mese di ottobre del 2012.

Ig/ogt/lio



LA DERECHA INTENTA RECONSTRUIR EN VENEZUELA UN FASCISMO SIMILAR AL QUE AZOTÓ A CHILE


 

LA DERECHA INTENTA RECONSTRUIR EN VENEZUELA UN FASCISMO SIMILAR AL QUE AZOTÓ A CHILE

19 DE MAYO 2013
Los medios y el empresariado apoyan este tipo de regímenes, confirmaron sobrevivientes del pinochetismo. El sociólogo Miguel Contreras asegura que se magnifica un problema real, como la inseguridad o la falta de algunos rubros alimenticios
Ante los 11 crímenes y las múltiples agresiones perpetradas por la derecha luego de que Nicolás Maduro fuese electo para la Primera Magistratura, la hipótesis del fascismo opositor cobra cada vez más vigencia en Venezuela.
La denuncia inicial fue planteada por el comandante Hugo Chávez, quien tomando como referente el caso chileno y basado en las luchas que le tocó enfrentar como líder del proceso revolucionario, advirtió que un sector de la oposición no cesaba en la búsqueda de un escenario de caos político para derrocarlo, e incluso para asesinarlo.
Un inesperado cáncer terminó en apenas dos años con la vida de Chávez, hecho que para algunos resulta sospechoso. Ahora Maduro, su sucesor, enciende nuevamente las alarmas, pues en su opinión, la derecha intenta establecer en Venezuela un régimen fascista similar al aplicado en Chile para neutralizar a Salvador Allende, con el firme propósito de frenar la continuidad de la Revolución Bolivariana.
Para conocer a profundidad la experiencia chilena, el Correo del Orinoco contactó en la ciudad de Santiago a dos periodistas, militantes de izquierda, que vivieron en carne propia el proceso de descomposición social causado por esta ideología.
La conspiración fue apoyada por EE.UU.
Manuel Cabieses Donoso, director de la Revista Punto Final, explicó que la dictadura militar en Chile fue la culminación de un largo proceso que se inició con la misma elección de Allende en 1970.
Reveló que el gobierno estadounidense, a petición de Agustín Edwards, dueño del periódico más importante de Chile y de otros negocios, dio vía libre a la CIA y otras agencias para impedir que la victoria de Allende fuese ratificada por el Congreso Pleno o que asumiera el gobierno.
El apoyo financiero de Estados Unidos al golpismo en Chile, que alcanzó a partidos, medios de comunicación y sectores militares, entre otros grupos, está consignado en documentos oficiales como el Informe Church del Senado norteamericano, detalló.
Según el testigo, “la labor de la CIA se apoyaba en sectores militares, civiles y religiosos chilenos, y principalmente en los medios de comunicación. Fracasadas las maniobras para impedir que Allende fuese ratificado por el Congreso, se inició la conspiración para derrocarlo”.
Dijo que en la conspiración y campaña de desestabilización participaron todos los sectores opositores al proyecto socialista del presidente Allende. Sin embargo, más adelante hubo sectores que se arrepintieron de haber conspirado y facilitado la entronización de una dictadura sumamente cruel.
Tal es el caso de la democracia cristiana, que jugó un rol muy importante en la conspiración y en la primera fase de la dictadura, a la cual apoyó abiertamente”, apuntó.
Transformación a sangre y fuego
Cabieses, quien permaneció en varios campos de prisioneros y posteriormente fue expulsado del país por sus ideas progresistas, sostuvo que “la dictadura militar-empresarial transformó el país a sangre y fuego”. Por esa razón se vio en la obligación de huir y luego regresar a su tierra, viviendo en clandestinidad desde 1979 hasta 1989.
Afirmó que moldeado por el neoliberalismo, el país comenzó a poner fin a las políticas de solidaridad social que lo habían caracterizado durante su historia contemporánea. No obstante, asegura que pese a haber superado la dictadura, “todavía en Chile se vive bajo ese modelo económico, social, político y cultural, organizado en 1980 mediante una Constitución que se mantiene vigente”.
Odio demencial
Un país que Cabieses conoce bien, además de su Chile natal, es Venezuela, donde vivió por varios años y además vio nacer a uno de sus hijos, lo que lo obliga a mantenerse en contacto permanente con su realidad político-social.
Con pleno conocimiento de causa, el escritor compara a Chile con la patria de Bolívar, estimando que los procesos históricos de ambas naciones son diferentes, aunque encuentra un denominador común que en cierta forma las vincula: “el odio demencial de los sectores que se oponen al necesario cambio social”, el cual cree que “es capaz de engendrar verdaderos monstruos sedientos de sangre, como lo demuestra la experiencia chilena”.
Ascenso popular impulsó el fascismo
La toma de conciencia y el ascenso político organizado de la clase obrera, así como de campesinos y estudiantes que empezaron a aumentar sus demandas, provocando primero la inquietud y, luego el temor de la oligarquía que vio amenazada su situación de privilegio, impulsaron en cierta medida la instalación del régimen fascista en Chile, expresó Manuel
Salazar Salvo, escritor y columnista de la revista Punto Final.
Indicó que la oligarquía organizó su resistencia a través de los gremios profesionales, el empresariado, el comercio y el transporte. Además, dispuso de una gran cantidad de medios de comunicación y de ingentes recursos económicos para financiar paros y protestas.
Entre las principales acciones desestabilizadoras, destacó que “un pequeño grupo denominado Patria y Libertad, en connivencia con algunos miembros de las Fuerzas Armadas, realizó pequeñas operaciones de sabotaje para incrementar la sensación de caos y desorden” que finalmente provocaron el derrocamiento de Allende.
Desaparición del tejido social
A juicio del periodista chileno, la dictadura militar y sus colaboradores civiles de la oligarquía modificaron completamente la estructura política e institucional del país para imponer un nuevo modelo de desarrollo inspirado en las doctrinas neoliberales.
Instalaron una nueva Constitución y decretaron cientos de leyes que cambiaron la educación, la salud, la previsión social, las leyes laborales, los colegios profesionales, los sindicatos, los códigos de agua, de minería y toda la estructura productiva. Privatizaron, además, la enorme mayoría de las empresas que estaban en manos del Estado”, describió.
Salazar relató que los primeros años de la dictadura de Augusto Pinochet fueron de “terror, opresión, impotencia, desconfianza, abusos y explotación”. Más tarde provocaron la desaparición del tejido social que había costado décadas construir.
Narró que todos los partidos y movimientos de izquierda fueron reprimidos violentamente. Primero los militares trataron de exterminar físicamente a los miembros del Dispositivo de Seguridad Presidencial (DSP), mejor conocido como GAP (Grupo de Amigos de Allende), que estaba integrado por miembros del aparato militar del Partido Socialista, quienes a su vez formaron parte del Ejército de Liberación Nacional (ELN) que trató de combatir junto al Che Guevara en Bolivia.
Muchos de ellos fueron detenidos, asesinados y hechos desaparecer. Luego la represión se dirigió en contra del Movimiento de Izquierda Revolucionario (MIR), de origen castrista. Le siguieron el Partido Socialista, el Movimiento Reacción Popular Unitario (MAPU) y, finalmente el Partido Comunista. Luego, entre 1973 y 1976 se eliminaron físicamente a los mejores cuadros de la izquierda chilena”, aseveró.
Por si fuera poco, a ese listado también habría que añadir las decenas, o quizás cientos de miles de personas que fueron detenidas entre 1973 y 1990, primero en la represión directa y luego en la represión selectiva y/o masiva para impedir la disidencia, precisó el comunicador.
Clase media molesta
Para el escritor, resulta verdaderamente inquietante “el poder que nuevamente ha acumulado la oligarquía y los grupos dominantes de la sociedad chilena, que se niegan a todos los cambios sociales en beneficio de las mayorías”.
Acentuó que de los años 80 en adelante “ha habido una creciente desigualdad, donde los ricos son cada vez más ricos y la enorme mayoría de la población sigue viviendo como lo hacía a mediados de 1970”.
Para que Venezuela no pase por una situación similar, Salazar sugiere al gobierno de Maduro proteger los canales de abastecimiento de la población, resguardar los servicios básicos, impedir a como dé lugar el mercado negro y cuidar el transporte público y de productos básicos.
Recordó que como parte de la campaña fascista, en Chile la oligarquía acaparó los alimentos, disminuyó la producción de pollo, leche, cigarrillos, harina, aceite, bebidas e incluso productos como el jabón, las toallas sanitarias y los dentífricos, entre otros.
Ahí se inició la molestia de la clase media que durante la Unidad Popular vio crecer sus ingresos, pero que ahora no podía adquirir los productos que demandaba. Por ahí pasa, inicialmente, el riesgo de la estabilidad venezolana”, puntualizó.
Emocionalidad e irracionalidad
Consultado por el Correo del Orinoco, el sociólogo venezolano, Miguel Ángel Contreras, explicó que el fascismo fue una respuesta a la primera gran guerra europea suscitada entre 1914-1919, que involucró a todos los países de la región.
Regularmente uno tiende a asociar el fascismo con Mussolini e Italia, pero históricamente es un fenómeno que se da en toda Europa a consecuencia de la disolución de los tres tipos de ideologías fundantes de la modernidad, que son el conservadurismo, el socialismo y el liberalismo”, manifestó.
Recordó que aunque en Latinoamérica el ejemplo emblemático del fascismo lo representó Chile, también está la experiencia de Brasil, Paraguay, Uruguay y Argentina. “En el caso de Chile, el régimen de Pinochet yo lo caractericé como neoliberalismo disciplinario en una sociedad profundamente autoritaria. En Argentina, la situación se dio a través de Las Malvinas, donde hubo claramente un uso de la emocionalidad para fines de legitimidad política”, ratificó.
Según Contreras, quien también se desempeña como catedrático en la Universidad Central de Venezuela (UCV), “una sociedad fascista es aquella donde se establecen relaciones muy claras entre la emocionalidad y la irracionalidad”.
Enfatizó que el fascismo maneja una visión seudoemocional en una realidad no objetiva, pero su característica central parte del establecimiento de una relación jerárquica de poder.
Los que hacen uso del fascismo no están interpretando una realidad objetiva, sino que están partiendo de una realidad no objetiva construida por ellos, que es una visión seudoemocional”, sentenció.
Polarización falsa
Con respecto a Venezuela, el analista resaltó que la estrategia que se está utilizando ahora busca minimizar las capacidades intelectuales del presidente Nicolás Maduro y enaltecer intelectualmente la figura de Henrique Capriles Radonski, en una polarización que funciona como un eje entre lo bueno y lo malo.
Se minimiza por un lado a Maduro y se enaltece por el otro a Capriles y ese enaltecimiento pasa por atribuirle al excandidato características que no tiene”, resaltó Contreras.
Alertó que mediante la estrategia fascista también se intenta convertir al Gobierno y a sus dirigentes en la causa de todos los males, tomando en cuenta problemáticas reales como la inseguridad y el desabastecimiento de alimentos.
Desde el punto de vista psicoanalítico se puede decir que hay una descarga de deseos, de lo que la gente piensa en un momento determinado, que es dirigida a una figura indeseable que, en este caso, es el presidente Nicolás Maduro y, mientras aquí se construye una polaridad sin luz, del otro lado se construye una con luz y se habla de las soluciones a los problemas”, ejemplificó.
Manifestó que esta estrategia, que es progresiva y que puede ir debilitando al gobierno, se hace desde distintos espacios como las redes sociales en internet y la prensa nacional e internacional, “cambiando el sentido del sentido común”.
Explicó, en ese sentido, que partiendo de un problema real, como es el caso de la inseguridad o la falta de algunos productos, se hace una magnificación del mismo y se crea una situación seudoemocional para dirigir todos estos problemas hacia una figura definida negativamente.
Los medios no crean la realidad
Contreras señaló que inicialmente, esa campaña fue promovida por el diario El Nacional contra el presidente Hugo Chávez, a través de varias líneas argumentales como el editorial y los artículos de opinión, mediante las cuales “se pretendía ofrecer una visión de pluralidad de personas y figuras que se expresaban de una misma manera con respecto a una realidad construida”.
Ahora se ha sumado a Maduro a la campaña de desprestigio y desde esa óptica ambos son vistos bajo un denominador común, que es el totalitarismo, por eso, “al intentar asociarlos con ese tema, se crea la vinculación con el nazismo, que es un régimen negativo para todo el mundo”, fustigó.
El sociólogo recordó que a lo largo de la historia ha habido una campaña de socialización sobre la segunda guerra mundial que se ha visto reforzada con la construcción hecha por Hollywood, la cual ha servido de colofón al argumento fascista.
A su criterio, los medios no crean la realidad, sino que potencian elementos que están dentro de ella. Entonces, cuando se analiza a fondo el tema de la inseguridad, por ejemplo, nos encontramos con que hay un índice de percepción y un indicativo real del problema.
La percepción de la inseguridad tiene que ver con la cultura del miedo creada por los medios. Se le asocia directamente con la oscuridad, a la cual percibimos como algo peligroso porque hay una geografía imaginaria creada sobre eso”, discriminó el investigador.
Correo del Orinoco
T/ Héctor Escalante
F/ Héctor Lozano-Cortesía Revista Punto Final
Caracas
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