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venerdì 4 marzo 2016

La persecuzione dei curdi di Turchia


Il popolo curdo è salito all'onore delle cronache principalmente perché è stato accusato di essere coinvolto nell'attentato di Ankara del 17 febbraio e per il bombardamento, da parte turca, della regione di Kobane, dove i curdi delle Unità di Protezione Popolare, la YPG, sostenuta dagli USA, stanno combattendo gli estremisti dello Stato Islamico. La notizia più importante, comunque, è che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan è determinato nell'annientare i quindici milioni di Curdi in Turchia, un quinto della sua popolazione, e sta portando avanti questa campagna in modo spudoratamente brutale.

Non c'è niente di inedito nello spietato trattamento che Erdogan riserva ai Curdi di Turchia. Nel 2001, per esempio, un corrispondente statunitense scrisse che "Non c'è dubbio su come i Curdi conducano una dura esistenza. Ad essi viene in pratica detto di assimilarsi o morire. Non hanno diritti politici, libertà di parola od anche solo la libertà di parlare la loro lingua. Circa 2000 villaggi curdi sono stati distrutti… I Curdi sono stati presi a fucilate, bombardati, gassati, violentati, torturati, bruciati e smembrati ed in decine di migliaia sono stati uccisi. E questo è quello che la Turchia ha fatto durante gli ultimi dieci anni".(1)

I Curdi hanno contrattaccato. Il PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi, è l'ala militare del movimento nazionalista dei Curdi di Turchia che ha combattuto contro la repressione governativa fin dal 1984, quando ha rivendicato uno stato indipendente Curdo. Non c'era alcun sostegno internazionale per questa istanza e negli anni 90 si comprese che l'autodeterminazione era impossibile da raggiungere, ma venne proposto che ci fosse almeno una certa misura di autonomia che il governo di Ankara non permise mai.

Nel Luglio 2015 la BBC riportò che il PKK "soffrì il maggior colpo quando nel 1999 il suo leader, Abdullah Ocalan venne messo agli arresti e condannato al carcere per alto tradimento. Nel marzo 2013, mentre era ancora in prigione, richiese un cessate il fuoco ed ordinò alle forze del PKK di ritirarsi dalla Turchia in un annuncio che egli stesso descrisse come "storico". I corrispondenti dissero che questo poteva potenzialmente essere un passo importante verso la fine del conflitto, ma la prova dei fatti sarebbe giunta con la sua reale attuazione. tale cessate il fuoco sembrò essere venuto meno quando nel luglio 2015 la Turchia lanciò un attacco aereo ed un bombardamento dei campi del PKK nel nord dell'Irak." (2)

Sin da allora la situazione all'interno della Turchia rasenta la guerra civile, con Human Rights Watch a riferire che "L'erosione della libertà di stampa operata dal Governo continua. La prontezza a imbavagliare la libertà di espressione, l'approccio restrittivo alla libertà di riunione, e l'attitudine a perseguitare i manifestanti antigovernativi così come a tollerare le violenze della polizia contro di loro, sono tra le caratteristiche che più danneggiano le credenziali democratiche della Turchia… Continuano i processi contro gli attivisti politici, i giornalisti, gli studenti e gli avvocati curdi con l'ampio utilizzo di imputazioni di natura terroristica come la partecipazione ad associazione armata. Le prove contro di loro nella maggior parte dei casi consistevano nell'essere membri di associazioni politiche nonviolente o di opposizione". (3)

La posizione di Erdogan è che "Per noi, il PKK è lo stesso dell'ISIL (il gruppo terroristico dello Stato Islamico). E' sbagliato considerarli in modo differente da quegli altri." (4) e la sua dichiarazione è stata ufficialmente ripresa dagli USA quando il Vice Presidente Biden disse nel Gennaio 2016 che lo Stato Islamico "non è la sola minaccia all'esistenza del popolo turco, il PKK è una eguale minaccia e noi siamo consci di ciò. E' un gruppo terroristico puro e semplice e quello che continuano a fare è assolutamente oltraggioso". (5)

Non è il solo supporto dato ad Erdogan ed al suo tentativo di mettere in collegamento lo Stato Islamico con il PKK, quest'ultimo ha sostenuto che un attentato suicida che ha ucciso più di 100 persone ad Ankara nel 2015 è stato responsabilità di più gruppi che collaborano insieme, dicendo che "Questo incidente dimostra come il terrorismo sia implementato in modo collettivo. Questo è stato un collettivo atto di terrore che ha coinvolto l'ISIS (lo Stato Islamico), il PKK, il mukhabarat (la Polizia Segreta Siriana) e il gruppo terroristico del PYD (Il Partito Curdo di Unione Democratica) del nord della Siria. Hanno compiuto questo atto tutti insieme"(6)

L'affermazione che questi gruppi assolutamente scollegati tra loro e fondamentalmente differenti potessero aver complottato per porre in essere una qualsivoglia operazione od attività era così irrazionale e assurda che anche i media occidentali evitarono di sostenerla, ma per confondere ulteriormente il campo, la posizione ufficiale di Washington rispetto ai Curdi del PYD continuò ad essere positiva - cosa che non ha trattenuto Erdogan dall'ordinare un bombardamento di artiglieria dei loro campi in Siria, o pronunciando un discorso ad Ankara il 10 febbraio "rimproverando gli Stati Uniti per il loro supporto ai ribelli siriani curdi" (7)

Riferendosi particolarmente al PYD e all'YPG, Erdogan è stato citato dal giornale on line americano Veterans Today quando ha detto "Oh America! Ve l'ho detto molte volte, voi siete sia dietro a noi che dietro a queste organizzazioni terroriste. Voi non avete ben afferrato cosa siano ed è per questo che la regione è stata gettata in un mare di sangue. Ve l'abbiamo date per iscritto le prove. Abbiamo detto agli americani: 'questo è un gruppo terroristico'. Ma gli Americani hanno preso posizione ed hanno detto 'no, noi non li vediamo come gruppo terroristico' Gli alleati con dicono al proprio amico 'il nemico del mio nemico è mio amico'. Voi dovete avere dei principi. Ma non ci sono principi qui." (8)

La persona interamente priva di principi è il subdolo e pericolosamente incostante Signor Erdogan, sul quale avevo già scritto come persona che ha "un suo più importante obiettivo personale, che è quello di rimpiazzare il sistema di governo parlamentare del suo paese con un governo presidenziale con tutti i poteri". (9) Se riesce a raggiungere tale scopo, avrà il potere di emanare decreti sia governativi che legislativi e avrà il potere di veto sul parlamento come quello di nominare ministri e giudici delle corti supreme.

Molti membri del parlamento turco non vogliono un presidente esecutivo con poteri così enormi, così, come annotato dagli analisti di Stratfor's il 17 febbraio, "Senza sufficiente supporto del potere legislativo turco, Erdogan deve tornare a cercare una verifica elettorale per spingere oltre il suo progetto. A questo fine, egli ha iniziato a corteggiare il voto nazionalista capitalizzando l'antagonismo turco verso la minoranza curda del paese" (10).

In una cinica operazione che nulla ha a che fare con la sicurezza interna, con i diritti di un quinto dei cittadini turchi o con qualsiasi cosa che si avvicini alla giustizia ed alla democrazia, Erdogan ha riattivato la sua campagna anti curda con una brutalità che può suscitare ammirazione nei barbari dello Stato Islamico. Come riportato da Amnesty International il 21 gennaio (11) "Il brutale attacco del governo turco sulle città ed i villaggi curdi, che include coprifuochi e tagli dei servizi, sta mettendo a rischio le vite di più di 200.000 persone ed equivale ad una punizione collettiva. Una ricerca (12) … rivela gli stenti estremi che si trovano ad affrontare come risultato di misure dure ed arbitrarie." Ma non c'è il più piccolo rimprovero da parte di Washington e Bruxelles.

La repressione interna di Erdogan non conosce confini. Quando è stato criticato dal leader dell'opposizione Kemal Kılıçdaroğlu perché agiva da dittatore, Erdogan ha ordinato (13) "un inchiesta sulle
dichiarazioni di Kılıçdaroğlu con l'accusa di 'oltraggio al presidente', crimine punito con la prigione fino a quattro anni" e il 9 gennaio un'inchiesta simile (14) è stata aperta "contro l'ospite di un talk show … per 'propaganda in favore di organizzazione terroristica' dopo che una chiamata al talk show 'Beyaz' ha esortato la gente a non rimanere silente sulle morti di ragazze e donne curde nel sud-est del paese"

Il futuro dei quindici milioni di Curdi in Turchia appare tetro. Fino a quando da parte della NATO e di Washington ad Erdogan sarà dato supporto incondizionato, egli continuerà ad ignorare i fondamentali diritti umani nel suo paese come fuori dai confini. La sua barbarie continuerà incontrollata e molte migliaia di Curdi saranno sterminati. In gennaio, Amnesty International ha osservato che "Mentre le autorità turche appaiono determinate nello zittire l'opposizione interna, esse hanno dovuto confrontarsi molto poco con la comunità internazionale. Le considerazioni strategiche legate al conflitto in Siria e i determinati sforzi per inserire il contributo della Turchia nell'argine al flusso di rifugiati in Europa non possono eclissare le prove di rozze violazioni dei diritti umani. La comunità internazionale non può girarsi a guardare da un'altra parte." (15)

Ma lo faranno.

Note:

1. http://no-nukes.org/voices/vfp104.html



Tratto  da:
 Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare





sabato 9 febbraio 2013

Uccisioni a Parigi commuovono la comunità curda


Uccisioni a Parigi commuovono la comunità curda


Amilcar Morales *

L’uccisione nella capitale francese di tre donne curde ha commosso l’opinione pubblica nazionale ed internazionale, ha provocato proteste in questa comunità ed ha portato in primo piano la situazione della più numerosa comunità etnica del mondo senza uno Stato.

I corpi sono stati scoperti la notte del 10 gennaio nel Centro d’informazione sopra il Kurdistan e secondo le prime versioni, tutte avevano ricevuto un colpo di pistola alla testa, due di loro nella nuca, ciò che fa pensare ad un’esecuzione pianificata e perpetrata a sangue freddo.

Sebbene la notizia è sparita dai grandi titolari, divorata dall’informazione sull’intervento militare francese nel conflitto armato nel Mali, questo fatto è molto grave per le autorità francesi, responsabili di chiarire il caso.

Una delle vittime era Sakine Cansiz, co-fundatrice del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione creata in Turchia per lottare per la sovranità ed il riconoscimento dei diritti storici e culturali di questo popolo. In novembre del 1978, quando Abdullah Ocalan ha convocato un gruppo di alleati e di militanti per fondare il PKK nella vicinanza del Diyarbakir, nel sudest della Turchia, Cansiz era l’unica donna presente lì. Ha combattuto con le armi nelle mani, è stata catturata, ha subito la tortura, la prigione e l’esilio ed è diventata un’ icona per le donne del suo popolo, che ha convocato a lottare non solo per la libertà ma anche per i loro diritti.

Insieme a lei è morta Fidan Dogan, di 32 anni, nata in Turchia e cresciuta ed educata in Francia. Era la rappresentante del Congresso Nazionale del Kurdistan presso le autorità francesi ed era anche la presidentessa del centro d’Informazione dove è accaduto il fatto.

L’altra vittima, Leyla Soylemez, di 24 anni, era un’attivista giovane la cui famiglia vive in Germania.
Il denominatore comune di queste tre donne, ha affermato Pierre Laurent, segretario nazionale del Partito Comunista Francese, è stato il loro coraggio, la loro intelligenza e la loro militanza “in una causa giusta, l’iscrizione nella Costituzione turca del  riconoscimento dei diritti politici e culturali del loro popolo”.

La comunità curda ha accusato Ankara per il crimine perpetrato pochi giorni prima dell’annuncio delle eventuali negoziazioni per terminare le ostilità cominciate nel 1984 tra il PKK ed il governo turco. “ È un attacco contro la pace”, hanno sottolineato durante una manifestazione per rendere omaggio alle donne.

Hanno anche ricordato al governo francese che è costretto a dare una risposta rapida, catturare il più presto possibile gli autori ed applicare la giustizia.

Da parte sua, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha indicato le presunte lotte intestine del PKK come origine dell’attacco.

La notizia, comunque, ha fatto luce sulla drammatica situazione di questo popolo, che da più di mille anni d.C. si è radicato a sud della penisola di Anatolia, dove ha sviluppato una delle culture più antiche della Mesopotamia.

La regione originale del Kurdistan copre 190 mila chilometri quadrati dell’attuale Turchia, 125 mila dell’Iran, 65 mila dell’Irak, 12 mila della Siria, più una piccola porzione della Crimea, un’estesa area dove esistono, d’altra parte, tante riserve d’idrocarburi.

Con quasi 25 milioni di membri, è oggi la più grande minoranza etnica nel mondo senza un territorio proprio, né uno Stato che la rappresenti, nonostante abbiano una storia i cui antenati si perdono nelle radici del tempo.

Prima di Cristo, Jenofonte parla già di loro nel suo libro Anabasis, Alessandro di Macedonia ha attraversato il loro suolo in un’spedizione verso l’oriente, durante il Medioevo hanno seguito i cammini della “rotta della seta”. Persiani, romani, bizantini ed altri imperi si sono disputati il loro territorio.

La prima gran disgregazione del Kurdistan è stata quando è stato diviso dagli ottomani e dai persiani, situazione che è durata fino alla fine del secolo XIX.
Tra il 1808 ed il 1880 ci sono state diverse ribellioni contro i turchi per raggiungere l’indipendenza, però sono fallite.

La sconfitta più grande è stata tra la fine della Prima Guerra Mondiale ed il fallimento dell’impero turco, quando hanno ottenuto, in principio, che nel Trattato di Savres fosse riconosciuta l’indipendenza del Kurdistan.

Questo patto non si è mai applicato in pratica e le potenze vincitrici nel conflitto lo hanno rapidamente sostituito con l’accordo di Lausana, che ha diviso il territorio tra la Turchia, l’Irak, L’Iran e la Siria. La maggior parte della popolazione curda, circa 15 milioni, vive attualmente nel territorio turco.

Le frontiere sono state ratificate con leggere modificazioni, dopo la II Guerra Mondiale, senza considerare assolutamente gli interessi ed i diritti dell’antica popolazione di questa zona.

Sono state queste le condizioni che hanno originato il PKK e l’inizio di una lotta armata per la sovranità contro il governo di Ankara, che ha causato fino ad oggi più di 40 mila morti tra le due parti.

Ocalan, il principale leader del PKK, è stato catturato nel 1999 in Kenya, trasferito in Turchia e condannato all’ergastolo, ciò che non ha evitato che continui essendo un interlocutore valido per cercare una soluzione politica al conflitto.

Il triplo assassinio di Parigi è senza dubbio vincolato con questo processo e tocca ora al governo francese la responsabilità di chiarire questo grave fatto, che ha conseguenze ancora imprevedibili.



*corrispondente di Prensa Latina in Francia

Immagini da internet inserite da autore blog