martedì 4 marzo 2014

La menzogna nella storia degli Stati Uniti - La mentira en la historia de Estados Unidos


PEDRO SALMERÓN SANGUINÉS

Utilizzare la storia o il mito per giustificare le peggiori malvagità, inventare essenzialità o necessità e costruire idee di razza o nazione, è stata una pratica comune da quando esiste l’organizzazione sociale basata nell’oppressione.
Gli imperi che si sono consolidati nell’epoca moderna, le cui cupole continuano a dominare  l’economia mondiale, non hanno fatto altro che legittimare le loro conquiste e genocidi.  Un esempio molto chiaro della manipolazione della storia, lo presenta la costruzione ideologica degli Stati Uniti con la loro “eccezionalità”.
Secondo questa idea, gli USA hanno il diritto, sia per sanzione divina o per obbligo morale, di offrire civiltà, democrazia e/o libertà al resto del mondo, anche con la violenza se è necessario. Una seconda idea che completa la prima sostiene che gli Stati Uniti hanno la “destinazione manifesta” di espandersi per tutto il continente e quindi portare al mondo il loro obbligatorio messaggio di libertà e auto governo.  (Howard Zinn, La Jornada, 27 y 28/7/05).
Queste idee che in sè non sono molto diverse dalle giustificazioni divine, razziali o ideologiche che altri imperi e stati totalitari hanno usato per legittimarsi, sono la base di un gigantesco processo di falsificazione della storia.
La destra degli USA combatte coloro che criticano questi motivi trasformati in dogmi. Negli anni trenta i libri di testo che non erano pieni di partitismo conservatore, erano denunciati, proibiti o bruciati.
Durante la guerra fredda, la persecuzione ideologica è stata terribile. Nelle università si è combinata la repressione selettiva con la corruzione generalizzata, ossia l’investigazione al soldo, per giustificare le politiche di guerra, aggressione e contro-insorgenza.
Così è stata costruita una visione del passato degli Stati Uniti come una storia di consenso basata nelle dottrine dell’eccezionalità nordamericana della “destinazione manifesta” e nel mito della conquista trionfante dell’ovest, che ometteva qualsiasi citazione sulla, razza, la schiavitù la conquista dei popoli nativi e le restrizioni  e oppressioni su molti gruppi emarginati, includendo le donne.  (Josep Fontana, Historia: analisi del passato e del progetto sociale [edizione del  1999], pp. 264-266).
Nello stesso tempo la teoria della modernizzazione sosteneva che “il miracolo statunitense”, in cui le impostazioni del marxismo non è che erano mal interpretate,  erano “totalmente irrilevanti”,  la si poteva ripetere nei paesi sotto sviluppati se seguivano le stesse regole che avevano osservato i nordamericani.
Queste regole imposte con la combinazione del potere economico  e militare, si riassumono in due:  libero mercato e soggezione all’economia statunitense.
Hannah Arendt lo spiega con molta chiarezza:
“Quando ci si diceva che la libertà per noi era la libera impresa, facemmo davvero poco per distruggere quell’enorme falsità [...] abbiamo affermato che negli Stati Uniti la ricchezza e il benessere economico sono i frutti della libertà, anche se avremmo dovuto essere i primi a sapere che quel tipo di felicità costituiva la benedizione dell’America prima della Rivoluzione e che la sua ragione d’essere era l’abbondanza naturale, con un governo moderato, e non la libertà politica, nè l’iniziativa privata, libera a senza freni del capitalismo che ha portato in tutti i paesi dove non esistevano ricchezze naturali, l’infelicità e la povertà delle masse. In altre parole la libera impresa è stata una benedizione per gli Stati Uniti. (Arendt, Sulla rivoluzione, p. 357).
 La storia ufficiale negli Stati Uniti ha questo senso. Howard Zinn dice: "Si può mentire come un furbo sul passato. O si possono omettere dati che potrebbero portare  a conclusioni inaccettabili”.
“I manuali delle scuole non citano le differenze di classe, la schiavitù, le guerre di conquista, e omettono anche le ragioni economiche, geografiche e demografiche che hanno permesso  agli Stati Uniti di diventare un impero. È una storia che riduce il passato agli incontri e agli scontri, eroismi e infamie di un gruppo di eletti che in regola generale sono bianchi, maschi, militari e ricchi” dice Eduardo Galeano (vedi il libro di Zinn “L’altra storia degli Stati Uniti”).
Di fronte a tutto questo le storie ufficiali dei totalitarismi sembrano sciocche  e inefficaci.
Il nazismo si è basato su una delle maggiori menzogne
ideologiche della modernità: la differenza di razza e appoggiato su questa ha perpetrato uno dei più atroci crimini della storia.  La sua menzogna è durata 12 anni.
Come politica di Stato, lo stalinismo ha falsato la storia in maniera sistematica, ma la sua dittatura storiografica è crollata in un quarto di secolo.
La menzogna sistematica con cui gli Stati Uniti giustificano le loro guerre di aggressione e imposizione dei loro modelli economici al mondo, compiono già, vigenti, più di due secoli. (La Jornada - Messico / Traduzione Granma Int.)
 


La mentira en la historia de Estados Unidos

Pedro Salmerón Sanguinés

Utilizar la historia o el mito para justificar las peores barbaridades, inventar esencias o necesidades y construir ideas de raza o nación, ha sido práctica común desde que existe la organización social basada en la opresión. Los imperios que se consolidaron en la época moderna, cuyas élites siguen dominando la economía mundial, no hicieron otra cosa para legitimar sus conquistas y genocidios. Un ejemplo muy claro de la manipulación de la historia lo presenta la construcción ideológica de Estados Unidos y su “excepcionalidad”.
Según esa idea, Estados Unidos tiene el derecho, “sea por sanción divina o por obligación moral, de brindar civilización, democracia o libertad al resto del mundo, mediante la violencia si es necesario”. Complementa esa idea otra, según la cual Estados Unidos tiene el “destino manifiesto” de expandirse por todo el continente y, posteriormente, llevar al mundo “nuestro gran cometido de libertad y autogobierno” (Howard Zinn, La Jornada, 27 y 28/7/05).
Esas ideas, que en sí no son muy distintas de las justificaciones divinas, raciales o ideológicas que otros imperios o estados totalitarios han usado para legitimarse, están en la base de un gigantesco proceso de falsificación de la historia.
La derecha estadunidense combate a quien cuestione esos mitos convertidos en dogmas: “En los años treinta, los libros de texto que no fuesen de un patrioterismo conservador eran denunciados, prohibidos o quemados”. Durante la guerra fría la persecución ideológica arreció. En las universidades se combinó la represión selectiva con la corrupción generalizada, es decir, la investigación a sueldo para justificar las políticas de guerra, agresión y contrainsurgencia:
“Así se construyó una visión del pasado de los Estados Unidos como una historia de consenso, basada en las
doctrinas del excepcionalismo norteamericano y del Destino Manifiesto, y en el mito de la conquista triunfante del oeste, que omitía cualquier mención sobre la raza, esclavitud, conquista de los pueblos nativos y restricciones opresoras sobre muchos grupos marginalizados incluyendo las mujeres” (Josep Fontana, Historia: análisis del pasado y proyecto social [edición de 1999], pp. 264-266).

Al mismo tiempo, la teoría de la modernización sostenía que el milagro estadunidense, donde los planteamientos del marxismo no es que fueran equivocados, sino “totalmente irrelevantes”, podía repetirse en los países subdesarrollados, “si seguían las mismas reglas que habían observado los norteamericanos”.
Dichas reglas, impuestas por la combinación del poder económico y militar, se resumen en dos: libre mercado y sujeción a la economía estadunidense. Hannah Arendt lo explica con claridad prístina:
“Cuando se nos decía que la libertad era para nosotros la libre empresa, fue muy poco lo que hicimos para destruir tan enorme falsedad [...] Hemos afirmado que en los Estados Unidos la riqueza y el bienestar económico son los frutos de la libertad, pese a que debiéramos haber sido los primeros en saber que ese tipo de “felicidad” constituía la bendición de América con anterioridad a la Revolución y que su razón de ser era la abundancia natural bajo “un gobierno moderado” y no la libertad política ni la “iniciativa privada”, libre y sin freno, del capitalismo, el cual ha conducido en todos los países donde no existían riquezas naturales a la infelicidad y a la pobreza de las masas. En otras palabras, la libre empresa sólo ha sido una bendición para Estados Unidos” (Arendt, Sobre la revolución, p. 357).
La historia oficial en Estados Unidos tiene ese sentido. Dice Howard Zinn: “Se puede mentir como un bellaco sobre el pasado. O se pueden omitir datos que pudieran llevar a conclusiones inaceptables”.
Los manuales escolares omiten las diferencias de clases, la esclavitud, las guerras de conquista; omiten también las razones económicas, geográficas y demográficas que permitieron que Estados Unidos se convirtiera en imperio. Es una historia que, “reduce el pasado a los encuentros y desencuentros, heroísmos e infamias de un grupo de elegidos, que por regla general son blancos, machos, militares y ricos”, dice Eduardo Galeano sobre el libro de Zinn ( La otra historia de los Estados Unidos, p. 17. La cita de Galeano en cuarta de forros).
Frente a esto, las historias oficiales de los totalitarismos parecen burdas e ineficaces. El nazismo se apoyó en una de las mayores mentiras ideológicas de la modernidad: la diferencia de “raza”; y apoyado en ella, perpetró uno de los más atroces crímenes colectivos de la historia. Pero su mentira duró 12 años como política de Estado. El estalinismo falseó la historia de manera sistemática. Pero su dictadura historiográfica se derrumbó al cabo de un cuarto de siglo.
La mentira sistemática con la que Estados Unidos justifica sus guerras de agresión y la imposición de sus modelos económicos al mundo, lleva más de dos siglos vigente.
Twitter: @salme_villista



Foto  da internet inserite da amministratore blog internazionalismo


sabato 1 marzo 2014

DI RITORNO DA CUBA: L’ISOLA CHE …C’E’! Una rivoluzione in continua marcia • Report del capitolo italiano della Rete in Difesa dell’Umanità



Riceviamo  da Rita Martufi  questo documento già redatto dal Granma internacional 



Anche la visita politica-culturale a Cuba di questo febbraio 2014 ha evidenziato, come sempre, quanto Cuba rappresenti “l’isola che c’è”, e quindi una realtà rivoluzionaria che esiste, resiste e continua la marcia del suo rinnovamento mantenendo ferma l’impostazione e la strategia socialista. La nostra delegazione ha partecipato a vari incontri in rappresentanza del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità (Rete dei Comunisti, Associazione e rivista Nuestra America, Contropiano, CESTES- Centro studi della USB, Laboratorio Europeo per la Critica Sociale, Natura Avventura Edizioni, e altre organizzazioni socio-politiche, centri studio, riviste , militanti sociali e sindacali, intellettuali e artisti).
Tutte le attività e gli incontri, le conferenze, hanno avuto come fine principale quello di continuare e rafforzare i rapporti culturali e politici con Cuba e la sua rivoluzione, il Partito Comunista Cubano, il Governo e il grande popolo rivoluzionario di Cuba, rapporti che vivono in modo diretto e fraterna ormai da decenni con la Rete dei Comunisti e del Centro Studi CESTES e altre strutture del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità. L’agenda delle attività politiche è stata organizzata e seguita con grande professionalità e passione dai compagni dell’ICAP, l’Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli, in particolare dalla sua Presidente Kenya Serrano, una delle più giovani Parlamentari con cariche di alta responsabilità politica e istituzionale della rivoluzione di Cuba, che svolge questi importanti compiti già da diversi anni. A Cuba sono moltissimi i giovani e le donne che rivestono questi ruoli, come anche Miguel Diaz Canèl, Vice Presidente della Repubblica a soli 52 anni, che anche questa volta abbiamo avuto l’onore e il piacere di incontrare con il solito e grande affetto e amicizia di sempre; chiaramente Fidel e Raul Castro rappresentano le figure guida, in quanto sono gli ultimi leader storici della Sierra Maestra che hanno portato alla vittoria della Rivoluzione, ma è evidente, frequentando istituzioni e strutture politiche di come Cuba sia governata da una vera e sentita democrazia partecipativa con alla guida tanti giovani dirigenti di alta competenza, formati teoricamente e nella dura pratica di questo consolidato processo rivoluzionario.
I primi incontri ufficiali si sono tenuti proprio con la Presidentessa Kenia e con gli altri compagni dell’ICAP, trattando questioni centrali relative alla continuazione, diversificazione e rafforzamento della lotta per la liberazione dei nostri 5 fratelli eroi cubani e della battaglia contro il blocco economico commerciale imposto da 52 anni dagli USA a Cuba. Ancora una volta nel 2013 le Nazioni Unite per 20 anni di seguito si sono espresse assolutamente a favore di Cuba e per la fine del blocco; infatti la votazione tenutasi a novembre scorso ha riportato il risultato di 187 voti contro l’assurda continuazione del blocco! Solo due Paesi, come anche in passato, hanno votato a favore della continuità: Stati Uniti e Israele. Tale situazione si protrae da più di venti anni in quanto gli USA hanno il “diritto di veto”, per cui nonostante la maggioranza dei Paesi siano contrari al blocco la questione continua a ripresentarsi anno dopo anno, come vile ricatto imposto dagli USA contro l’autodeterminazione socialista della rivoluzione cubana. I compagni dell’ICAP, del Partito, dell’Associazione degli Economisti Cubani ANEC e del Centro studi sulla Mondializzazione CIEM e di altri centri studi, ci hanno fatto notare come Cuba nonostante il duro blocco stia facendo degli importanti progressi socio-economici sulle strategiche questioni macroeconomiche ma anche nelle piccole cose quotidiane. Oltre quindi a mantenere quegli aspetti politico-sociali che da sempre hanno caratterizzato la rivoluzione, quali la gratuità della sanità e l’istruzione pubblica, dello sport, dell’abitare, di tutti i servizi essenziali, sono state ampliate e socializzate ancor più le reti internet, quelle della telefonia mobile, è stato regolamentato e rafforzato il trasporto pubblico, i negozi non solo di beni di prima necessità sono ora sempre ben forniti. Ciò a dimostrazione che nonostante il blocco da parte degli USA, le relazioni di solidarietà e complementarietà con l’ALBA funzionano, così come funzionano le relazioni con i BRICS, con quei rapporti economici, commerciali e finanziari di amicizia che caratterizzano le relazioni non solo con Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa ma anche con gli altri paesi dell’America Latina, con l’Iran, con il Vietnam e con tanti altri. Tali rapporti sono portati avanti in alcuni casi diciamo così per “simpatia politica” o in altri sono evidenti gli interessi di alcune potenze economiche derivate dalla competizione internazionale; ma in ogni caso sono sempre più i Paesi che non volendo rispettare le imposizioni dell’infame strumento di ritorsione politica contro Cuba che è il blocco, mostrano un forte interesse di collaborazione e di interscambio paritario con Cuba; non è un caso che molti di questi sono comunemente etichettati dagli USA come “Stati canaglia” per il semplice fatto di non accettare le regole del FMI o della Banca Mondiale e le “prepotenze” politiche, finanziarie e commerciali statunitensi. I rapporti con i BRICS e altri Paesi sono comunque differenti da quelli che Cuba ebbe in passato con l’Unione Sovietica, in quanto nello specifico dagli anni sessanta agli anni ottanta i rapporti avvenivano all’interno della logica degli accordi del COMECON, cioè con l’alleanza dei Paesi socialisti guidati dall’Unione Sovietica, e quelle relazioni erano improntate sulle regole di un interscambio forte all’interno della stessa alleanza. Oggi invece la situazione è differente, in quanto i BRICS non fanno parte dell’ALBA, ma intrattengono comunque rapporti commerciali intensi e di rispetto con Cuba, la cui relazione di maggior importanza rimane in ogni caso con il Venezuela.
La nostra delegazione ha avuto fitti interscambi con gli esponenti del Partito e con i rappresentanti dell’ICAP e di molti centri studi e tutti ci hanno confermato il grande successo politico ottenuto solo da pochi giorni con il grande vertice della CELAC, che riunisce non solo i paesi dell’ALBA, cioè quindi quelli che hanno in corso processi diversificati di transizione socialista o a forte caratterizzazione antimperialista e anticapitalista (Cuba, Bolivia, Venezuela, Nicaragua ed Ecuador), ma ha riunito 31 dei 33 Paesi dell’America Latina, quindi governi democratici e progressisti ma anche di centro-destra.
Al termine del vertice ne è scaturito un documento finale approvato da tutti i partecipanti, diviso in 83 punti, che è stato pubblicato anche in italiano sul sito di Nuestra America e su quello di Contropiano; leggendo questa risoluzione ci si rende conto del senso della democrazia partecipativa e delle scelte politiche ed economiche antiliberiste che oggi vuole perseguire questo grande processo di integrazione in atto in America Latina; processi che vanno in modo completamente opposto a ciò che avviene in Europa e negli USA: tale documento finale ha addirittura in alcuni suoi punti una caratterizzazione di impianto socialista ma risultano soprattutto fortemente delineati richiami sostanziali all’antimperialismo e all’antineoliberismo, all’indipendenza, all’autodeterminazione, alla democrazia sociale, di base e in alcuni casi a quella partecipativa. Le linee della politica economica sono a favore di uno sviluppo compatibile non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello sociale, in cui prevale non la logica del profitto ma quella della solidarietà e della complementarietà con forte interesse per le economie locali e un rilancio dell’agricoltura e del mondo dei contadini anche attraverso modalità di investimento sostenute da uno sforzo comune di integrazione e complementarietà. Dichiarare, poi, l’America Latina una “terra di pace” è stata e rimane una sfida importante contro l’egemonia imperialista di chi attraverso la guerra continua a imporre le regole della propria espansione e del proprio dominio; come importante è riflettere sul fatto che se la CELAC chiude il suo vertice con un documento assolutamente duro contro le regole e le politiche imperialiste, e se ad approvare questo documento sono quindi anche governi conservatori che mantengono un’amicizia con gli USA ma ne rifiutano le ingiustizie sociali e le pesanti interferenze politiche e spesso anche con una minacciosa presenza militare, tutto ciò fa anche riflettere su un probabile nuovo forte interesse dell’Europa per l’America Latina, poiché appare sempre più chiaro che gli Stati Uniti sono ormai “in un angolo”. Lo scontro e la pesante ingerenza USA verso CUBA è storico, ma quando iniziano a contrapporsi alle politiche imperiali statunitensi anche il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay, il Paraguay, ecc. – e il Brasile è il quinto paese



in termini di PIL a livello mondiale – significa che qualcosa di rilevanzastorica sta realmente succedendo. La modalità del  confronto, le mete unitarie proposte a questo vertice della CELAC evidenzia per la “Isla grande” una importante vittoria perché proprio Cuba che era stata estromessa dall’Organizzazione OEA (Organizacion Estados Americanos) per volere degli Stati Uniti in quanto considerato paese socialista indesiderato, con il formarsi della CELAC e quindi dell’unione dei Paesi latino-americani – come avrebbero voluto in passato Josè Marti o Bolivar – ne riceve con voto
unanime la presidenza e conduce per mano gli altri paesi latino americani in quello che si può reputare il più grande e importante processo di integrazione che solo oggi comincia realmente a realizzarsi.

Durante queste intense giornate di attività politiche e culturali la nostra delegazione si è anche incontrata con Noel Carrillo Alfonso, Responsabile per l’Europa del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, e con Oscar Martinez, Vice Presidente delle Relazioni Internazionali del Comitato Centrale e abbiamo avuto modo di salutare anche Balanguer, Responsabile Capo delle Relazioni Internazionali.
Anche con Noel Carrillo, così come con l’ICAP, con la Rete In Difesa dell’Umanità, con Graciela Ramirez e tutto il Comitato Internazionale per la Libertà dei 5 si è discusso non solo del blocco e della situazione politica-economica che oggi vive l’America Latina, ma anche degli effetti nei diversi contesti della crisi sistemica e in particolare in Europa.
Analizzando quelle che sono oggi le politiche e le questioni internazionali sul tappeto, grande rilevanza ha avuto ovviamente la drammatica vicenda della ingiusta detenzione dei nostri fratelli eroi cubani: al momento è a Cuba nella sua patria dopo aver scontato 15 anni di detenzione soltanto Renè Gonzalez, che abbiamo avuto modo di incontrare e con il quale abbiamo parlato delle prossime campagne internazionali in programma in difesa dei 5, in particolare di quella di Marzo a Londra e della Terza giornata Internazionale per la Libertà dei 5 che si terrà a Washington a giugno prossimo. Il Prof. Vasapollo, insieme a Renè e a Frei Betto ha anche tenuto una conferenza internazionale al Palazzo delle Convenzioni a la Havana a cui hanno partecipato centinaia di docenti, attivisti sociali e della solidarietà di tantissimi paesi non solo latino-americani, che hanno posto molte domande e sviluppato con i tre relatori un interessante dibattito sullo stato attuale delle campagne di solidarietà e sulle modalità di come proseguirle in tutto il mondo, dando rilevanza al fatto che vanno ampliati sempre di più gli interlocutori di aree sociali anche fuori dai circuiti della solidarietà militante coinvolgendo ad esempio sindacati, studenti, settori delle diverse chiese e religioni, insomma facendo una forte campagna di informazione per far conoscere il caso dei 5 che ancora è sconosciuti ai più e cercando anche forme di solidarietà non necessariamente di carattere politico ma toccando argomenti che siano anche percepiti come questioni di giustizia sociale ed umanitaria.
Un momento di grande interesse culturale e di emozione vissuto dalla nostra delegazione è stato proprio questo “dibattito a tre” tra il Professor Vasapollo, Frei Betto e Renè Gonzalez, coordinato da Arleen Rodriguez e Graciela Ramirez, tenutosi al Palazzo delle Convenzioni, che ha ripercorso le tappe della sopra citata “Battaglia Internazionale per la Libertà dei 5”.
Renè ha fatto un appello affinché le varie istituzioni religiose e le più diverse istanze sociali conoscano e sostengano, almeno dal punto di vista della solidarietà umana, questa campagna di libertà così importante, e infatti durante le varie iniziative il suo unico scopo non è stato parlare di sé e di ciò che ha vissuto, ma sempre quello di ascoltare e capire come ci si possa muovere per ampliare la schiera degli attori sociali in grado di sensibilizzare e coinvolgere ampi strati della popolazione in particolare  statunitense per la liberazione dei suoi compagni.
Il 27 febbraio prossimo giunge a fine pena Fernando Gonzalez dopo 16 anni di ingiusta detenzione e si spera possa rientrare immediatamente nella sua patria; rimangono così ostaggio dell’imperialismo USA Gerardo Hernandez, Antonio Guerrero, Ramon Labañino, in quanto ad ognuno di loro sono state inflitte pene differenti ma pesantissime e ognuno di loro dovrà scontare secondo le leggi statunitense completamente la pena fino all’ultimo giorno, e non solo: Renè per esempio ha scontato i suoi 13 anni di detenzione ed è dovuto rimanere altri due anni negli Stati Uniti in libertà vigilata, quando invece sarebbe potuto rientrare immediatamente a Cuba! La battaglia di libertà e giustizia continuerà comunque, per loro scelta, a chiamarsi “Campagna di libertà per i 5”, perché giustamente si sentono “un unico corpo” che ha servito e serve umilmente la patria socialista contro il terrorismo, e finché non saranno liberi tutti e nella loro patria la drammatica vicenda dei 5 non si considererà risolta. Dei tre rimasti nelle carceri statunitensi uno ha la fine della pena nel 2017, uno nel 2021, ma a Gerardo è stata inflitta la condanna più assurda, ingiusta e pesante: due ergastoli e in più 15 anni, quindi per la legge statunitense è come se dovesse rinascere due volte e poi scontare ulteriori 15 anni!! E’ quindi chiaro che l’unica soluzione possibile sia esclusivamente politica ed in mano al Presidente Obama che può concedere una grazia o un indulto.
La nostra delegazione ha più volte incontrato il Comitato internazionale per la Libertà dei 5 e si è a lungo parlato delle modalità di attuazione delle due prossime iniziative, quella del 6 marzo a Londra, in preparazione della Terza giornata Internazionale a Difesa dei 5 che si terrà a Washington. Lo scorso anno alcuni nostri compagni sono stati nella città statunitense a manifestare davanti alla Casa Bianca, partecipando attivamente ad incontri, manifestazioni, conferenze, ecc., e torneranno anche quest’anno per portare avanti questa battaglia politica di libertà e di riconoscimento del diritto all’autodeterminazione per ogni cittadino del mondo, per l’intera umanità e per coinvolgere sempre più l’opinione pubblica e la stampa statunitense. Il Presidente Obama avrebbe infatti tutte le facoltà di concedere l’indulto ai nostri fratelli, ma gli USA ragionano solo in termini di vendetta e di rapporti di forza contro l’indipendenza di Cuba; ed è quindi ovvio che se una buona parte di opinione pubblica statunitense capisse e si schierasse a favore della liberazione degli agenti cubani, il presidente Obama forse potrebbe essere più indotto a concedere l’indulto in quanto potrebbe reagire positivamente ad un maggiore consenso e pressione sociale. Lo scorso anno a Washington si è notata una grande sensibilità a conoscere e capire da parte di vari settori della società statunitense, a partire dalla Chiesa Evangelica e da settori sociali e del pacifismo e se ne è discusso con Angela Davis e con tanti intellettuali e artisti statunitensi che hanno aderito con forte spirito battagliero; anche il Washington Post, dopo essere stato occupato simbolicamente, ha preso più in considerazione la questione e ha pubblicato degli articoli a riguardo.
La nostra delegazione per approfondire le relazioni politiche e culturali si è poi incontrata col Ministro dell’Educazione Superiore Alarcon e con vari dirigenti del Ministero, come Ramon Sanchez Noda che dirige il Dipartimento marxismo e leninismo, il vice ministro Santin , dirigenti delle relazioni internazionali e poi abbiamo incontrato il Ministro della Cultura Bernal, e vari altri esponenti del Governo e delle istituzioni cubane.
Siamo stati poi ospitati alla Casa dell’ALBA con un lungo e fraterno incontro con Ismael Gonzalez presidente per le attività sociali e culturali dell’ALBA; e proprio nella Casa dell’ALBA abbiamo presentato i libri La transizione bolivariana al Socialismo e Chavez per sempre! Editi da Natura Avventura Edizioni; questi due libri sono stati presentati anche al Memorial Salvador Allende da Abel Prieto, primo Assessore del Presidente Raul Castro e da Isabel Monal prestigiosa filosofa cubana di livello internazionale. Abbiamo anche partecipato alla Fiera Internazionale del Libro di Cuba, quest’anno dedicata all’Ecuador, dove abbiamo anche incontrato i Primo Vicepresidente della Repubblica di Cuba Miguel Diaz Canel e il Ministro degli Esteri dell’Ecuador Patiño, e dove abbiamo presentato di fronte ad un attento pubblico e molti giornalisti in una splendida cornice di festa e cultura il libro “Sole spento… ma che colpa abbiamo noi?” Durante l’interscambio con il pubblico abbiamo voluto spiegare i contenuti e anche il perché del titolo: il sole del cosiddetto futuro che aveva promesso il capitalismo per l’umanità si è ormai spento; la colpa viene data ai lavoratori: ma loro che colpa hanno se il sistema capitalista con le sue regole del profitto sta distruggendo l’umanità?! Da ciò ne deriva anche nel libro un forte parallelismo con il caso dei 5 eroi cubani, cioè una drammatica sintonia fra forme di terrorismo economico e di terrorismo militare di Stato utilizzate dal sistema capitalistico soffocato da una sua stessa crisi sistemica; infatti il caso dei 5 eroi cubani è un atto di ricatto e vendetta di carattere politico-militare contro la rivoluzione cubana; da 16 anni per i nostri fratelli il sole si è spento, perché l’impero li ha voluti ingiustamente in carcere come ostaggi politici contro la grave colpa di Cuba di essersi autodeterminata in maniera socialista; ma che colpa hanno loro, se non quella di aver difeso il loro Paese e l’umanità dal terrorismo?
Gli incontri e le attività culturali alla Fiera del libro da parte della nostra delegazione hanno posto anche le basi con Ismael Gonzalez, Isabel Monal e Abel Prieto per realizzare dei libri in Italia e per riaprire un discorso politico e culturale della grande figura del rivoluzionario comunista Gramsci, per capire perché ancora oggi in Europa l’approfondimento del suo pensiero sia tanto osteggiato quando invece in America Latina la sua figura di rivoluzionario è centrale all’interno di un discorso di rilancio del Socialismo nel XXI secolo. Le nostre attività culturali ed editoriali dei prossimi mesi cercheranno proprio di legare gli attuali sviluppi teorici e culturali dei paesi dell’ALBA all’attualizzazione del pensiero gramsciano e a come i nuovi paradigmi politico-economici della complementarietà, solidarietà e delle economie fuori mercato abbiano oggi un grande peso come alternativa alla crisi sistemica del capitale ma allo stesso tempo attingono da grandi rivoluzionari del passato come Mariatequi e lo stesso Gramsci.
Il 13 febbraio si è tenuta all’ICAP una bellissima cerimonia: i familiari della guerrigliera Tamara, conosciuta come Tania, morta in Bolivia a soli 30 anni insieme a Che Guevara, che ne aveva solamente 39, hanno donato al Governo cubano alcuni suoi libri, dei diari e i pochi abiti rimasti. Molti sono stati anche gli incontri con la Rete in Difesa dell’Umanità ai quali ha partecipato Omar Gonzalez, coordinatore della e tanti altri illustri e prestigiosi intellettuali e artisti e responsabili di centri studi e strutture culturali di Cuba. 



Importanti sono stati anche gli incontri con gli economisti dell’ANEC e con gli studiosi del CIEM (Centro di Ricerca sull’Economia Mondiale), con i quali si è discusso della crisi, delle eventuali soluzioni e di come attualizzare i sistemi di pianificazione socialista. 
Il dibattito oggi a Cuba e nell’ALBA è sulla possibilità di creare una congiunzione fra pianificazione socialista centralizzata e pianificazione decentralizzata. Il socialismo fino ad ora ha storicamente portato avanti anche in realtà differenti un modello di piano centrale, ma ora Cuba sta tentando di unificare la strada di una strategia di pianificazione economica a livello centrale, poi diversificata a livello locale, di provincia in provincia secondo le rispettive risorse, possibilità e potenzialità.

C’è quindi un dibattito forte sulle linee di attualizzazione dell’economia che sono state approvate a Cuba nel 2011: dopo tre anni i risultati sono ben visibili, infatti sono immediatamente percepibili i risultati del ritorno di magliaia di lavoratori alle campagne, anche incentivato dall’usufrutto e dalla possibilità di investimenti sociali con credito a basso tasso di interesse. Inoltre 500.000 lavoratori sono passati dal settore pubblico al lavoro individuale, cioè non sono più dipendenti pubblici, senza però creare disoccupazione che rimane a meno dell’1,5% e aumentando così la produttività e l’efficienza del lavoro, obiettivo che comunque rimane assolutamente centrale per i prossimi anni. Facendo per esempio una proporzione con l’Italia, qui si sarebbe trattato di uno spostamento di settore di 3 o 4 milioni di lavoratori, di cui almeno metà sarebbero rimasti disoccupati adducendo la giustificazione “dell’efficienza produttiva” o simili. Non dimentichiamo che secondo le ultime statistiche la disoccupazione in Italia va sempre più crescendo (e al sud si parla del 65% di disoccupazione giovanile), e la restante percentuale è rappresentato da lavoratori spesso precari. A Cuba il tasso di disoccupazione come dicevamo è dell’ 1,5% ma va considerato che siamo in un periodo di pieno passaggio per la modernizzazione dell’economia, e questa per l’isola è una percentuale alta visto che solitamente ammonta a meno dell’ 1%!
Un’altra delle linee di perfezionamento dell’economia su cui si sta puntando forte oggi a Cuba è quella di eliminare la doppia circolazione della moneta; ad oggi ancora il rapporto del peso cubano e del CUC, il peso convertibile è di 1:24, e la doppia circolazione ha permesso di attrarre valuta ma allo stesso tempo, come i dirigenti cubani ovviamente prevedevano, questa situazione ha creato aree di privilegio e oggettivamente settori della popolazione che vivono meglio di altre perché per le attività lavorative che svolgono, per le rimesse dall’estero hanno accesso più facile al peso convertibile. Questo è stato il prezzo anche sociale da pagare per uscire dal “periodo especial”, per rilanciare l’economia, per mantenere il socialismo rivoluzionario e non abdicare a ciò che volevano gli imperialisti cioè un socialismo solo di facciata. Ma adesso si deve arrivare all’eliminazione di questa doppia circolazione monetaria, e per far ciò si stanno intensificando le politiche per diminuire le importazioni, aumentare le esportazioni, migliorare l’efficienza produttiva. A tale riguardo si stanno facendo delle sperimentazioni: nei negozi dove prima si comprava solamente in CUC ora i cittadini cubani possono accedere più facilmente anche con la moneta nazionale. È questa una fase sperimentale, ma il governo si sta ponendo seriamente il problema di cercare di tornare ad una moneta unica senza creare forti squilibri procedendo gradualmente in modo da evitare al massimo gli impatti negativi e mantenere uno sviluppo armonico a sostenibilità socio-ambientale.
Tra le tante conferenze e seminari avuti dalla nostra delegazione in questi giorni, una di particolare importanza, nel Palazzo delle Convenzioni davanti a centinaia di attentissimi partecipanti, è stata quella tenuta dal Professor Vasapollo, Attilio Boron, Frei Betto e coordinata dal Vice Ministro della Cultura Fernando Rojas in cui si è discusso di modalità di attuazione di uno sviluppo che ponesse al centro le questioni educative, le prospettive del socialismo con sempre attenzione al profondo spirito martiano umanista che da sempre ha caratterizzato la rivoluzione cubana e che oggi grazie anche ai nuovi assetti politico-economici in America Latina può essere di esempio di una nuova e solidale modalità di attuare le relazioni internazionali in completa contrapposizione alla logica imperialista di espansione e di dominio che sempre più utilizza strumenti violenti, militari, aggressivi, come sta avvenendo con il nuovo tentativo di golpe fascista in Venezuela.
Come Rete in Difesa dell’Umanità abbiamo firmato e lanciato a livello internazionale un documento discusso in una riunione in cui insieme a noi hanno partecipato anche ad Abel Prieto, Frei Betto, il poeta e scrittore Miguel Barnet, Kenia Serrano, Atilio Boron, Lamrani e ad altri rappresentanti della Rete, intellettuali, artisti, esponenti del mondo della cultura e attivisti sociali di Cuba, del Brasile, dell’Uruguay, del Cile, di Panama e tanti altri. E’ stata una importante ed intensa riunione in cui si è espressa la grande solidarietà al popolo e alla Rivoluzione bolivariana, al Presidente Maduro e al governo che sta realizzando politiche sociali in piena continuità delle scelte rivoluzionarie del Comandante Supremo Hugo Chavez, ricordando che solo con la lotta si può onorare la ricorrenza di un anno dalla sua morte, il 5 marzo.
A tale riguardo si rafforza sempre di più in tutti noi l’idea che non si sia trattato di una morte naturale: una commissione di indagine sta verificando l’ipotesi di un avvelenamento, di un cancro indotto.
Nella riunione e anche in varie conferenze stampa abbiamo evidenziato che in questo momento si sta portando avanti da parte dei fascisti e della CIA un tentativo di golpe iniziato lo scorso anno dopo le elezioni, che aveva già causato 11 morti e oltre 80 feriti. In quel caso dell’aprile 2013 il colpo di Stato non è riuscito grazie alla forte mobilitazione del popolo venezuelano, ma nei mesi successivi si è tentata la via del terrorismo economico e finanziario; si è fatta una grande speculazione sul commercio, sulla distribuzione e sulla moneta con una sopravvalutazione del dollaro: se infatti ad aprile scorso il cambio ufficiale era di 1:6,5 e quello a nero di 1:30, ad ottobre il secondo era di 1:45 e oggi di 1:70, così da cercare di ridurre il potere d’acquisto dei salari e da impoverire il Paese e creare grosse aree di malcontento popolare. Ma neanche il terrorismo economico è riuscito ad indebolire il processo rivoluzionario del Venezuela, per questo ora i fascisti e la CIA stanno tentando nuovamente la via violenta del colpo



di Stato, utilizzando Capriles che rappresenterebbe l’opposizione fascista ma “pacifica” (nella realtà delle cose però si tratta solo di mera finzione!), e utilizzando bande di mercenari guidate da Lopez che rappresenta la volontà della CIA e dell’imperialismo di realizzare un golpe violento fascista per interrompere il processo rivoluzionario e ridare il Venezuela in mano alle multinazionali, alle oligarchie del petrolio come colonia dell’impero USA.

Il Venezuela, insieme a Cuba, è l’asse portante dell’ALBA: se si colpisse la rivoluzione bolivariana ne risentirebbe duramente non solo il paese stesso, ma anche tutti paesi l’ALBA con forti effetti negativi sulla tenuta ideologica e concreta delle prospettive per progressisti, democratici e rivoluzionari in Europa che lavorano contro l’imperialismo, contro il neoliberismo e nella prospettiva anticapitalista .
E’ per questo che l’impero non rinuncia alla sua smania di espansione e di potere: il petrolio venezuelano è merce preziosa per tentare di uscire dalla crisi sistemica del capitale e abbattere violentemente la rivoluzione bolivariana significa potersi reinsediare da imperialisti nel “cortile di casa”. L’ultimo giorno, poco prima della partenza, abbiamo avuto un incontro con Aleida Guevara, la figlia del Comandante Ernesto Guevara. Si è molto parlato della rivoluzione venezuelana e del suo libro scritto sul pensiero e la figura del comandante Hugo Chavez e dei prossimi lavori anche editoriali che sta realizzando sui vari percorsi socio-politici ed economici sui paesi dell’ALBA. È stato un momento come sempre interessante ma anche di struggente emozione; Aleida lavora fortemente nel settore dell’educazione di bambini che per nascita o per incidenti hanno delle difficoltà motorie o attitudinali, o forse sarebbe più giusto dire che posseggono delle “capacità differenti”. Siamo entrati con lei in alcune delle scuole che Aleida coordina con programmi educativi all’avanguardia, e abbiamo potuto vedere come ogni gruppo di soli tre/quattro bambini fosse guidato da almeno due insegnanti qualificati, come questi bambini vivano all’interno di queste scuole in alloggi ben attrezzati con ogni tipo di confort e servizio completamente gratuiti, sempre seguiti attentamente dagli insegnanti ma anche dalle famiglie, dalle quali non si distaccano e anzi collaborano al loro processo educativo. Siamo stati insieme a lungo con questi bambini, hanno realizzato per noi dei disegni che ci hanno regalato dei piccoli oggetti fatti a mano da loro.
Una considerazione ci è venuta spontanea: i bambini che in Italia hanno queste difficoltà, hanno una scuola pubblica che li segue 24 ore su 24 o bisogna mandarli in istituti privati a costi altissimi e con strutture e modalità non sempre adeguate? La risposta è purtroppo scontata… Aleida accompagnandoci durante questa emozionante visita ci ha detto che questo amore è ciò che le è stato insegnato dal padre Ernesto, ci ha raccontato delle sue “missioni” mediche in Angola durante la guerra e poi in Nicaragua, e di come il fratello Camillo sia andato in quell’occasione nel Paese come istruttore combattente. Aleida è figlia e attore principale di questo processo, di una rivoluzione come atto di amore , come ci ha trasmesso in eredità politica suo padre, il grande rivoluzionario Che Guevara.
Anche come docenti pensiamo che sarebbe utile che nel nostro Paese la cultura avesse l’importante ruolo che riveste a Cuba, una cultura e una educazione per l’amore dell’umanità, per essere liberi, per uno sviluppo a forte sostenibilità sociale.
Nell’attività di carattere accademico portata avanti dalla nostra delegazione in questi giorni a Cuba abbiamo partecipato ad un importante evento realizzato dal Ministero dell’Educazione Superiore al quale siamo stati invitati come rappresentanti dell’Università di Roma Sapienza, guidati dal Professor Luciano Vasapollo in qualità di delegato del Rettore per i Paesi dell’ALBA.
In tale veste abbiamo partecipato al Congresso Internazionale delle Università, in cui erano presenti 65 paesi rappresentati da 250 atenei, 3000 delegati stranieri e 1000 cubani. Il Congresso Internazionale si intitolava “L’Università per lo Sviluppo Sociale”: si tratta di un convegno internazionale che si svolge a Cuba ogni due anni, e le presenze dei Paesi e delle relative Università è in continuo aumento. I settori didattici caratterizzanti il convegno coprivano gran parte dei campi scientifici: quello economico, quello biologico, quello medico; e ancora l’ingegneristico, lo psicologico, quello di diritto. Il Professor Vasapollo ha tenuto, insieme a Rita Martufi, una relazione inerente i Paesi dell’ALBA e la loro esperienza politica ed economica come alternativa concreta di solidarietà e complementarietà contro le leggi del profitto che sono stati capaci di portare l’umanità sull’orlo dell’abisso con l’attuale crisi sistemica. E’ stato importante rafforzare quei legami già in precedenza stretti con Cuba in qualità di rappresentanti di varie Facoltà e Dipartimenti della Sapienza, ma allo stesso modo rilevante è stato intraprendere relazioni culturali con delegazioni del Venezuela, della Bolivia, dell’Argentina, del Brasile, del Messico. Tutto ciò è stato possibile grazie al Ministero dell’Educazione Superiore di Cuba, che è riuscito a dar vita ad un evento di tale rilevanza scientifica e politico-culturale. Era presente al congresso il Commissario dell’Unione Europea per l’Educazione e anche i rappresentanti di molti organismi e istituzioni internazionali. La seconda sera del congresso il Commissario Europeo ha tenuto un discorso ufficiale presso la sede diplomatica dell’Unione Europea a L’Avana in cui sono stati evidenziati vari riconoscimenti a Cuba in campo scientifico, nel campo dell’istruzione primaria e universitaria, e nello specifico ha riconosciuto la grande qualità organizzativa del presente convegno, tale da essere preso ad esempio per un eventuale suo svolgimento in Europa.
Tali riconoscimenti accademici, scientifici, culturali e organizzativi sono certo un grande riconoscimento per un piccolo Paese come Cuba, di undici milioni di persone, tormentato da problemi quali il blocco e le varie ingerenze nord-americane!
Cuba è una realtà completamente differente dalla nostra, ma siccome il nostro fronte di lotta e di vita è qui, prendiamo esempio da questa piccola isola, impariamo, e torniamo a “giocare la nostra partita” in Europa consapevoli di quanto la rivoluzione cubana sta dando da 55 anni a noi tutti come punto di riferimento per portare avanti il nostro sogno rivoluzionario socialista e a tutta l’umanità come esempio di un mondo diverso, possibile, di uomini uguali e liberi che giorno per giorno, con la durezza e al tempo la tenerezza del lavoro rivoluzionario dimostra che si può fare…, che l’isola… c’è, che la rivoluzione marcia…, sapendo che il cammino si fa camminando !




Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità

giovedì 27 febbraio 2014

Palestinesi condannano legge discriminatoria israeliana




Ramallah, 26 feb (Prensa Latina) Una legge israeliana che decreta la menzione della fede musulmana, cristiani e drusi nella ricerca di impiego è stata criticata oggi dall'Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP) per discriminatoria e divisionista. 
 
Questa legislazione cerca di creare una nuova realtà dentro il nostro popolo basata nella religione e non nell'identità nazionale, ha dichiarato il membro del Comitato Esecutivo dell’OLP, Hanan Ashrawi. 
 
La legge è stata approvata lunedì dalla Knesset (parlamento israeliano) e crea una commissione di 10 membri con rappresentazione separata per musulmana, cristiani e drusi, tre comunità religiose i cui membri hanno i più alti indici di disoccupazione in Israele, come i falascia (ebrei etiopi) per essere negri. 
 
Inoltre, la legislazione è stata sottomessa a diverse critiche per i parlamentari della coalizione governante di estrema destra Likud, che hanno detto che i cristiani sono alleati naturali degli ebrei. 
 
Abbiamo molto in comune coi cristiani, sono il nostro contrappeso contro i musulmani, ha dichiarato al quotidiano Haaretz il deputato Yariv Levin. 
 
In Israele risiedono un milione 300 mila palestinesi, discendenti dei 160 mila che sono rimasti nel paese dopo la proclamazione di questo Stato, che sono considerati dalle autorità di Tel Aviv come nemici potenziali. 
 
Per il prossimo mese di maggio è programmata una
visita del Papa Francesco a Gerusalemme ed a Betlemme,
entrambi territori sotto occupazione militare israeliana, ed in Giordania e le dichiarazioni del legislatore si considerano un tentativo per compiacere il Sommo Pontefice. 
  Tuttavia, in Israele è proibito il proselitismo religioso cattolico ed i sacerdoti cattolici ed i pastori evangelisti sono stati espulsi o non possono entrare 
nel paese.  
 
Nella Cisgiordania, territorio palestinese occupato, dove esistono varie chiese che risalgono agli inizi del cristianesimo, i colonizzatori degli insediamenti paramilitari israeliani attaccano frequentemente questi templi e li oltraggiano con scritte offensive. 
 
Ig/msl 



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lunedì 24 febbraio 2014

La minaccia fascista in Venezuela di Atilio A. Boron

     

    L'escalation destabilizzante che attualmente soffre il governo bolivariano del Venezuela ha un obiettivo non negoziabile: il rovesciamento del governo di Nicolas Maduro. Non c'è un briciolo di interpretazione di questo scrittore in questa dichiarazione. E 'stato più volte espressa non solo dai manifestanti di destra nelle strade, ma i suoi principali dirigenti locali e gli istigatori: Leopoldo López (ex sindaco di Caracas comune di Chacao, e capo del partito Popolare Will) e Maria Corina Machado, MP per Unisciti alla Assemblea Nazionale del Venezuela. In più di un'occasione si riferivano alle intenzioni che svolgono la loro protesta utilizzando un'espressione regolare che si rivolge al Dipartimento di Stato: eufemistico "cambiamento di regime", un genere e sostituisce il "colpo di stato" screditato. Ciò che si chiede è proprio questo: un "golpe" che ha posto fine all'esperienza chavista. L'invasione della Libia e il rovesciamento e il linciaggio di Muammar Gheddafi sono un esempio di "cambiamento di regime", mezzo secolo fa che gli Stati Uniti si propone senza successo simile a Cuba.. . Ora stanno cercando con tutte le forze, in Venezuela
    Questa feroce campagna contro il governo bolivariano in realtà un aumento del fascismo contiene lunga radici interne ed esterne strettamente intrecciate e di solidarietà in un obiettivo comune: alla fine Nightmare stabilito dal Comandante Hugo Chavez dal suo insediamento nel 1999. Per gli Stati Uniti la determinazione venezuelano ha affermato sulle vecchie riserve accertate di petrolio al mondo, sconfiggere l'ALCA e l'avanzamento dei processi di integrazione e di unità in America Latina e nei Caraibi, UNASUR, il Mercosur espanso, CELAC, Petrocaribe, tra gli altri, mai guidato come mai prima dal leader bolivariano sono intollerabili e inaccettabili, meritevoli di sfide lezione esemplare. Opposizione interna a Chavez significava la fine dei vantaggi e scambiato è derivato dalla sua partnership con il governo degli Stati Uniti e le aziende americane nel saccheggio e la rapina dei proventi del petrolio, e trovò i leader e organizzazioni politiche Quarta Repubblica piccoli operatori locali e partner essenziali. Sia Washington e le sue pedine erano sicuri che Chavez non sarebbe sopravvissuta alla scomparsa del suo fondatore. Ma con le elezioni presidenziali del 14 aprile 2013 le sue speranze sono state deluse: Nicolás Maduro Henrique Capriles ha prevalso su da un piccolo ma sufficiente e indiscutibile, percentuale di voti. La risposta di questi oligarchi travestiti protagonisti della repubblica è stato ignorare il verdetto delle urne e poi scatenare violente proteste che hanno ucciso più di una dozzina giovane bolivariana, ferendone circa un centinaio, oltre alla distruzione di numerosi edifici e proprietà pubbliche. Va notato che oggi, dieci mesi dopo le elezioni presidenziali, Washington non ha formalmente riconosciuto la vittoria di Nicolas Maduro. Invece, l'improbabile premio Nobel per la pace ha ora a riconoscere come il vincitore delle elezioni presidenziali del 24 novembre dell'Honduras passato-contaminato oltre le parole e fraudolente come pochi, il candidato di "ambasciata" John O. Hernández. L'imperialismo non è sbagliato a scegliere i loro nemici: Castro, Chavez, ormai maturo, Correa, Morales, e contrariamente a quanto alcuni ingenuamente postulare, non vi è alcun diritto di essere "opposizione leale" a un governo genuinamente di sinistra. Meno anche se si tratta di un diritto gestito da telecomando dalla Casa Bianca. Se ti comporti con lealtà è perché quel governo fu colonizzata dal capitale. Nonostante la violenza dei militanti del Democratic Unity tabella che tengono la candidatura di Capriles il governo è riuscito a ristabilire l'ordine nelle strade. Contribuito a questa risposta del governo chiaro e forte, e anche la certezza che la leadership del MUD aveva le elezioni municipali dell'8 dicembre, del diritto caratterizza come un plebiscito avrebbe permesso loro di sconfiggere Chavez poi chiedere le dimissioni immediate Coppia o, nel peggiore dei casi, di convocare un anticipo di referendum abrogativo senza dover attendere fino alla metà del 2016, come richiesto dalla Costituzione. Ma la beffa fallì perché sono stati in gran parte sconfitti da quasi un milione di voti e la differenza di nove punti percentuali.
    Stupito al risultato inaspettato che per la prima volta ha offerto la capacità del governo bolivariano di gestire per due anni delle relazioni pubbliche e gestire l'economia senza la necessità di impegnarsi in campagne di distrazione virulenti ed elettorali, antichavistas pellegrinaggio a Washington per ridefinire la propria strategia in termini di esigenze geopolitiche dell'impero e di prendere gli ordini, denaro e aiuti di vario tipo per sostenere il loro progetto destabilizzante. Sconfitto alle urne è stata la priorità
    immediata ora, come Richard Nixon richiesto per il Cile di Salvador Allende nel 1970, "facendo scricchiolare l'economia". Di qui le campagne di sabotaggio pianificati stockouts e sfrenata speculazione monetaria (come raccomandato nel suo manuale operazioni l'esperto CIA Eugene Sharp), attacchi della stampa, dove le bugie e terrorismo mediatico non conoscono limiti o eventuali scrupoli morali, poi peggiorare le cose, "il calore di strada", volto a creare una città simile di Bengasi in Libia, in grado di distruggere completamente l'economia e innescare una grave crisi di interventi di governance situazione inevitabile tornase di una potenza amica, sappiamo già chi è, a acudiese aiuto di venezuelani per ristabilire l'ordine infranto.
    Uno dopo l'altro queste iniziative fallirono, ma non rinunciare al suo diritto scopi sediziosi. Leopoldo López solo portare alla giustizia e spero che questo farà cadere, lui e il suo assistente, Maria Corina Machado, tutto il peso della legge. Portano diversi morti sui loro zaini e la cosa peggiore che potrebbe accadere in Venezuela sarebbe il governo o la giustizia non sarebbero notare ciò che è nascosto dentro l'uovo del serpente. In situazioni come queste, e con i nemici come questi, ogni tentativo di "riconciliazione nazionale" o "linea morbida" è il cammino sicuro di autodistruzione. I fascisti e l'imperialismo capiscono solo il linguaggio della forza. Lopez e Machado devono ricevere una punizione esemplare, sempre nel quadro della normativa vigente, e non dovrebbe essere escluso manifestazioni violente chiedendo il suo rilascio immediato. Né si deve scartare l'ipotesi che, in preda alla disperazione, il diritto potrebbe appellarsi a qualsiasi risorsa, è aberrante. Ma il perseguimento e la punizione dei mandanti di molto spargimento di sangue non sarà sufficiente a gettare il rischio di un rovesciamento brutale del governo bolivariano, l'unica garanzia è quello di mobilitare attivamente e organizzare le masse a sostenere Chavez sua "rivoluzione" con i suoi numerosi successi e dei loro errori. Questa è l'unica cosa che getterà il pericolo di un assalto fascista al potere che finirebbe il sanguinoso atto Bolivariana, innescando un'ondata reazionaria che riverberano in tutto il continente. Quindi, ciò che è in gioco in queste ore non è solo il futuro del Venezuela, ma in tutta l'America.
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giovedì 20 febbraio 2014

6.000 medici cubani in aiuto al Brasile, sesta economia mondiale, alle prese con i limiti imposti dalla privatizzazione della sanità



La notizia ha scatenato il dibattito in Brasile: 6.000 medici cubani chiamati nello stato brasiliano incapace o disinteressato, per via della sua politica di privatizzazione della sanità, alla cura della popolazione nelle regioni più povere del paese.

Il 28 gennaio, 2.000 nuovi medici cubani sono arrivati in terra brasiliana, unendosi ai 4.000 già richiesti dal governo brasiliano nell'ambito del programma "Mas médicos para Brasil" (Più medici per il Brasile).

Questo programma si propone di affrontare le gravi carenze del sistema sanitario brasiliano, innanzitutto le disuguaglianze sociali e territoriali acutizzate dalla privatizzazione di un sistema sanitario carente sotto la dittatura e successivamente privatizzato nell'ondata neo-liberale degli anni 1980-1990.

Gli abitanti del "Nordeste", la regione più povera del paese, ha un tasso di mortalità doppio rispetto a quello delle regioni meridionali (23 per 1000, collocandosi al livello di Zimbabwe e Mongolia), e con una speranza di vita inferiore di 5 anni, attestandosi all'età di 71 anni (come in Marocco).

Il presidente brasiliano insiste sui "deserti medici", essenzialmente nel nord amazzonico (1 medico per ogni 1.300 abitanti, equivalente allo Sri Lanka), con conseguenze disastrose simili a quelle note nel Nordeste.

L'arrivo dei medici cubani - tutti poliglotti, avendo già effettuato due missioni all'estero, altamente professionalizzati - ha indotto una alzata di scudi nell'Ordine dei medici brasiliani.

Tuttavia, il confronto tra il sistema cubano e brasiliano non lascia spazio a dubbi: un confronto che mette alla berlina il sistema sanitario della 6° economia mondiale!

Di fronte l'esplosione dell'anticomunismo nella stampa borghese brasiliana, alcuni medici progressisti brasiliani hanno ripristinato la verità.

Cuba è un leader mondiale nel numero di medici per abitanti (1 per 150), che ora conta 80.000 medici (contro i 6.000 del 1959), tanto che 30.000 medici operano in missioni di solidarietà all'estero in sessanta paesi.


Il sistema universitario di Cuba oggi forma 5.000 medici cubani nelle sue 25 scuole pubbliche e contemporaneamente 5.000 medici stranieri, soprattutto latino-americani, che ricevono formazione gratuita presso la Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM).

La crisi del sistema sanitario in Brasile si riflette nelle cifre: il paese dispone mediamente di un medico ogni 550 abitanti (molto meglio che in Bolivia o Ecuador); mentre lo Stato di Maranhao (al nord) conta di 1 medico per... 1.638 abitanti!

I dati parlano da soli: Cuba ha un'aspettativa di vita di 78 anni e un tasso di mortalità infantile del 4 per 1000 - performance migliori di quelle degli Stati Uniti - mentre in Brasile l'aspettativa di vita è di 73 anni e il tasso di mortalità infantile è del 17 per 1.000.

Scarso risultato per la sesta economia mondiale, che maschera enormi disuguaglianze ereditate da una società coloniale, dittature reazionarie del ventesimo secolo sponsorizzate dagli Stati Uniti e la svolta neoliberista degli anni 1980 mantenuta dall'attuale governo.
Brasile: disastro sanitario, privatizzazione della salute e illusioni perdute del "Partito dei Lavoratori"

Cosa è cambiato con l'arrivo di Lula e Dilma, la speranza del "Partito dei Lavoratori" in Brasile? Poco. Certo, gli indicatori sulla salute sono lentamente ma inesorabilmente migliorati (secondo una dinamica secolare), ma le disuguaglianze sociali e territoriali risultano consolidate.

Lula ha ereditato nel 2003 sia le promesse di un "Sistema sanitario unificato" istituito nel 1988 alla fine della dittatura, che doveva garantire l'accesso universale sanitario gratuito, sia la realtà di un corso neo-liberista orientato alla privatizzazione della sanità, approfondendo le disuguaglianze.

Lula ha scelto di continuare sulla strada della privatizzazione, in vari modi, portando al deterioramento della qualità del servizio pubblico, allo sviluppo del mercato della sanità privata, alla precarizzazione del personale:

Questi sono i primi tagli alla sanità pubblica: nel 2013, il governo brasiliano ha tagliato 1 miliardo e mezzo di euro nel bilancio della sanità, che si tradurrà nel degrado di un servizio pubblico già devastato.

Al di là degli annunci, il bilancio della sanità pubblica nazionale nel 2013 è stato pari a 22 miliardi di euro contro i 27 miliardi nel 1995.

E' l'effetto del subappalto delle attività degli ospedali e centri sanitari agli organismi privati, "organizzazioni sociali" (OS), che ora sono la maggioranza (due terzi delle strutture sanitarie in Brasile sono private), in nome di una pseudo "efficienza".

Se prendiamo il caso dello Stato di San Paolo, lo stato più ricco del Brasile, 34 dei 58 ospedali sono gestiti dalle OS. Solo 4 hanno un bilancio in ordine: gli scandali per la sovra-fatturazione (o per fatture false), nepotismo, appropriazione indebita di fondi pubblici, sono la maggioranza.

A San Paolo, l'approvvigionamento di medicinali e attrezzature mediche costa sei volte di più nelle OS che negli ospedali pubblici. In generale, i costi operativi sono più alti del 50% nelle organizzazioni affidate ai privati.

A cosa è servita la "terziarizzazione" degli ospedali pubblici?

Da una parte ad alimentare i profitti degli industriali vicini alle autorità, dall'altra parte alla precarizzazione del personale - con la fine del reclutamento nazionale, l'insorgenza di contratti temporanei, la formalizzazione della politica dei numeri - e a ridurre ulteriormente l'accesso alle cure sanitarie per la popolazione (nel 2009, a San Paolo, 700.000 persone hanno perso l'accesso al programma di sanità pubblica!)

Si tratta di un ulteriore sostegno all'industria sanitaria privata, alle lobby farmaceutiche che vanno di pari passo con la "autonomia" degli ospedali e laboratori di ricerca: la politica di Lula e di Dilma dal 2007, è il completamento della privatizzazione.

Nel 2008, Lula ha approvato la legge sulle "fondazioni pubbliche di diritto privato", uno status che ha permesso alle istituzioni pubbliche (compresi gli ospedali e i laboratori) di ottenere una autonomia finanziaria, di contrattazione con le aziende private, di gestione della proprietà secondo criteri propri.

Nel 2010 il dispositivo è stato esteso a tutti gli ospedali universitari con la creazione della Società brasiliana dei servizi ospedalieri (EBSERH).

Questa privatizzazione strisciante facilita ora la definizione di partenariati pubblico-privato, in particolare nel campo della ricerca.

Finanziamenti pubblici, profitti privati, dal momento che nel 2013 il governo ha fornito un credito d'imposta di 3 miliardi di euro ai 15 laboratori pubblici e 35 laboratori privati che lavorano insieme sulla realizzazione di 61 nuovi farmaci.

Si tratta anche di una politica di sostegno diretto o indiretto allo sviluppo dei fondi di assicurazione sanitaria privati.

Con esenzioni fiscali per gli operatori, il finanziamento pubblico, o le detrazioni fiscali sul reddito per i consumatori: ogni anno vengono investiti ufficialmente dallo stato 1,5 miliardi di euro, tanto quanto i tagli alla sanità di quest'anno!

In dieci anni, il numero di brasiliani dipendenti da un sistema di assicurazione sanitaria privata è aumentato da 32 a 47 milioni. Oggi, il 54% della spesa sanitaria in Brasile è fornito dal settore privato (contro il 15% in Francia), un regime simile a quello nordamericano.

Recentemente, le assicurazioni private - nella linea dell'
Obamacare - hanno proposto che siano adottate gigantesche esenzioni fiscali in cambio di Piani di assicurazione privata a disposizione dei ceti popolari, una soluzione ripresa da Dilma.
Un palliativo nel sistema sanitario a più velocità?

Il Partito Comunista Brasiliano (PCB), riprendendo le dichiarazioni delle Associazioni dei medici progressisti, ha elogiato Cuba, ha avanzato l'idea di un Servizio Sanitario Nazionale al 100% pubblico, gratuito e universale, e ha disvelato l'inganno del governo.

Per il governo brasiliano, i medici cubani sono un "palliativo", una soluzione temporanea sotto forma di "esternalizzazione" a una manodopera attenta, economica e ottimamente formata. Non risolve il problema strutturale.

Come già accaduto nello stato brasiliano per le
ONG (le "organizzazioni della società civile e di PCBpubblico interesse"/OSCIP), si tratta senza dubbio di combinare un sistema sanitario pubblico scadente per i poveri, un sistema sanitario privato costoso per i ricchi, con un terzo sistema: un servizio di assistenza terziarizzato.

Di questo i comunisti brasiliani sono coscienti ma sottolineano anche che da qui può partire una campagna per un sistema sanitario pubblico al 100%, gratuito e universale. D'altro canto, si tratta di un significativo sollievo per milioni di brasiliani che hanno bisogno di cure urgenti, la cui vita è messa in pericolo da questo sistema iniquo.

All'ultimo vertice della CELAC, il Brasile di Dilma ha tentato un'operazione di seduzione verso Cuba, proponendo di "rafforzare la cooperazione economica tra i due stati".

Questa cooperazione dei medici, è parte della nuova politica economica. Brasile finanzierà, come primo progetto di cooperazione, un porto per container a Mariel, una sorta di prima "zona economica speciale", finanziata al 70% da Brasile.

Al di là dei dubbi su questa operazione, ancora una volta non può che essere evidenziato l'aiuto internazionalista cubano: viva "la solidarietà dei deboli", come definiva Ernesto 'Che' Guevara l'internazionalismo socialista, di cui Cuba è protagonista!





AC | solidarite-internationale-pcf.over-blog.net
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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