mercoledì 23 marzo 2016

In Georgia attacco al Comunismo a 360°: Siamo di fronte alla minaccia di un “majdan georgiano” diretto dagli USA




Il 25 febbraio in Georgia ricorreva il 95° anniversario della instaurazione del potere Sovietico. In quello stesso giorno il Partito Comunista Unificato della Georgia (EKPG, la sigla in russo) ha ricevuto un video messaggio contenente minacce di aggressione fisica. Dei teppisti mascherati con delle torce in mano dichiarano la loro intenzione di liquidare tutti coloro che sostengono la “sovietizzazione” e l'“occupazione” da parte della Russia. Sono anche arrivate minacce a destinatari specifici, tra i militanti del partito. La cosiddetta organizzazione “Forza Georgiana” ostenta simboli e fraseologia fascisti e non nasconde di volere operare con metodi terroristici.

Un video appello con lo slogan “Gloria agli eroi” (lo stesso dei gruppi nazi-fascisti ucraini, ndt) è stato diffuso in risposta alla dichiarazione del Partito Comunista Unificato in occasione dell'anniversario del potere Sovietico. La dichiarazione dei comunisti ha invece ricevuto una risposta positiva da parte dell'opinione pubblica, il che ha rappresentato la causa della rapida organizzazione della provocazione. E in risposta ad essa, per l'intero giorno nella rete sociale si è assistito a un'ininterrotta manifestazione di condanna dell'apparizione di giovinastri fascisti sul Prospetto Rustaveli e nello spazio internet.

E' noto che dall'estate scorsa sono stati organizzati alcuni gruppi di teppisti che si propongono di terrorizzare la società, di impedire la crescita delle forze progressiste in un contesto di presa di coscienza da parte della popolazione. Il più potente e numeroso di questi gruppi è la cosiddetta “Forza Georgiana”. I suoi aderenti sono addestrati da militari professionisti e atleti e sono formati da ideologi con esperienza. E hanno una preparazione psicologica adeguata. Nello stesso tempo, questi gruppi hanno una registrazione legale e hanno il sostegno delle amministrazioni degli istituti superiori, che sono completamente controllati dalle forze politiche radicali di destra, in poche parole dai servizi speciali degli Stati Uniti. Le strade e i mezzi di trasporto della capitale, lo spazio internet sono sempre più riempiti dalla propaganda di carattere nazionalista e anticomunista. Si sta diffondendo rapidamente la piaga del fascismo, soprattutto tra gli studenti.

Ancora una volta notiamo che la caratteristica distintiva, principale anche del movimento appena creato è l'anticomunismo e l'antisovietismo, con una nota di carattere russofobico tipica della Georgia.

Tale pratica si è diffusa solo da alcuni mesi. L'organizzazione “Zona Libera” - ala giovanile del Movimento Nazionale Unito (ex partito di governo di Saakashvili) –, conservando il proprio ruolo di principale strumento politico filo-americano nell'attuale Georgia, si è rimodellata in una più potente, molto più ampia e ancora più aggressiva e ben finanziata associazione terroristica. Essa ora rappresenterà il pilastro non solo del Movimento Nazionale Unito, ma di tutto lo spettro politico filo-americano.

Una prima azione pubblica con le torce in mano ai teppisti fascisti si è svolta sul Prospetto Rustaveli, nel cuore di Tbilisi. Essa è stata intitolata “Azione anticomunista”. L'appello a partecipare a questa iniziativa era stato precedentemente distribuito nei mezzi pubblici, nella metropolitana, per le strade e attraverso internet.

La seconda iniziativa -un'azione di carattere virtuale – ha avuto luogo il 25 febbraio, con esasperati contenuti ideologici e video anticomunisti.

Crediamo che l'emergere di gruppi terroristici e l'attivazione di una vasta propaganda tra la gioventù allo scopo di diffondere la russofobia segni una nuova aggressiva fase della lotta per il potere politico in Georgia. La nuova fase è associata con la reale prospettiva di un cambiamento del panorama politico in conseguenza delle elezioni parlamentari dell'ottobre di quest'anno. Tutti i sondaggi indicano che, per la prima volta in tutta la storia post-sovietica, gli americani potrebbero perdere il monopolio sul controllo dei processi politici e sociali in Georgia – in un paese chiave della strategica regione sud caucasica dal punto di vista della contrapposizione Russia-NATO.

Negli ultimi mesi in Georgia si è drasticamente deteriorata la situazione sociale. In un contesto di inflazione sono stati tagliati i salari dei dipendenti pubblici e dei lavoratori del settore privato. Nei giorni scorsi c'è stato un grande sciopero dei minatori nella città di Tkibuli, che ha avuto una larga eco.

Purtroppo, questi sviluppi sono strumentalizzati in particolare dalla destra radicale, massicciamente finanziata in vista delle elezioni parlamentari, allo scopo di destabilizzare la situazione. Disponendo di enormi risorse finanziarie, dell'appoggio della televisione e di altri strumenti di comunicazione e del sostegno aperto da parte dell'ambasciata degli Stati Uniti, queste forze stanno preparando la rivincita fascista nel paese. Se si tiene conte del forte calo di autorità della coalizione di governo e della sua precarietà, questo sviluppo è del tutto verosimile.

Le autorità, perdendo il sostegno della popolazione, stanno perdendo l'iniziativa e giocano sul terreno che viene imposto loro. Per questo, si osserva una crescente russofobia e l'antisovietismo, non solo tra le forze di destra, ma anche negli ambienti di governo della Georgia. Il 95° anniversario dell'instaurazione del potere Sovietico in Georgia è trascorso nel segno dell'anticomunismo e della russofobia più sfrenata. E proprio con questo spirito che vengono rilasciate le dichiarazioni del primo ministro, del presidente, dei ministri e degli altri rappresentanti di alto livello della coalizione di governo “Sogno Georgiano”.

Non sorprende che, con la connivenza delle autorità e in un contesto di netto peggioramento della situazione sociale, passino all'attacco forze radicali con l'intenzione di organizzare rivolte e terrore aperto, nel caso che non possano ottenere la rivincita con mezzi legittimi.

In presenza di condizioni adeguate un forte blocco di sinistra con la partecipazione dell'EKPG e del partito “Georgia Neutrale”potrebbe facilmente coprire lo spazio politico. Inoltre, se si disponesse di un minimo di risorse materiali e si avesse accesso ai media elettronici, il blocco di sinistra avrebbe tutte le possibilità di superare agglomerati politici, come il partito di Burzhanadze (tra il 2007 e il 2008, presidente della Georgia, ndt) e la cosiddetta “Alleanza Patriottica”. Entrambe queste formazioni, in qualche modo, sono percepite come forze politiche sostenitrici dell'amicizia con la Russia. Esse approfittano della retorica “filo-russa” e “anti-americana”. Ma va certamente notato che la loro retorica è alquanto confusa, e non corrisponde in alcun modo alle aspettative dell'elettorato. Gli elettori della Georgia, i lavoratori, si aspettano obiettivi chiaramente formulati, inequivocabili su due importanti questioni: le relazioni russo-georgiane e la politica sociale. Il blocco di sinistra con la partecipazione dell'EKPG e del partito “Georgia Neutrale” ha un netto vantaggio in questo senso rispetto a tutte le altre forze politiche.

In poche parole, risulterebbe che i radicali di destra e le attuali autorità potrebbero perdere il legittimo sostegno. Ecco perché è in preparazione da parte della macchina americana, una soluzione di forza, terroristica e come fattore aggiuntivo di deterrenza, in caso di fallimento, un meccanismo approntato per l'organizzazione di un “majdan georgiano”.

E' probabile che, nel contesto di un relativo indebolimento delle forze di sinistra, della scarsa credibilità delle forze cosiddette “filo-russe”, che in precedenza avevano partecipato anch'esse alla campagna russofoba, della scarsa autorità e incapacità delle autorità, i radicali di destra (il partito di Saakashvili e i suoi alleati) siano in grado di neutralizzare la grande massa dei lavoratori e ancora una volta conquistare il potere con le stesse modalità che hanno caratterizzato lo scenario di Kiev.

Una “soluzione di forza” per terrorizzare la società e, in tal modo, impedire la svolta a sinistra, che è in preparazione in tutto lo spazio eurasiatico.     

Tbilisi, 1 marzo 2016 - Dichiarazione del Partito Comunista Unificato della Georgia
Traduzione dal russo di Mauro Gemma 

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domenica 20 marzo 2016

Le sanzioni delle Nazioni Unite sono progettate per imporre la sofferenza al popolo nordcoreano


marzo 2016

L'Amministrazione Obama, ha ripetutamente snobbato le proposte di negoziazione della Corea del Nord per diversi anni, è riuscita la scorsa settimana ad assicurarsi dure sanzioni delle Nazioni Unite che possono solamente allontanare gli sforzi di dialogo.
Apparentemente finalizzato a limitare la capacità della Corea del Nord di portare avanti il proprio programma di armamenti nucleari, il contenuto della Risoluzione n. 2270 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sembra invece in concreto volta a procurare una grave instabilità od addirittura un crollo economico vero e proprio.

Ci sono numerosi articoli nella risoluzione che sono finalizzati ad infliggere un danno economico alla Repubblica Popolare Democratica di Corea e qui si prendono in esame i più importanti. L'articolo 29 proibisce alla Corea del Nord l'esportazione di carbone, ferro e minerali di ferro a meno che non possa essere dimostrato che il ricavo della loro vendita non sia compiuta "esclusivamente per scopi di sostentamento". Quando gli scambi esteri provenienti dalle esportazioni finiscono nelle casse delle imprese minerarie, non può essere dimostrata o provata una relazione con le finalità del suo utilizzo. In altre parole, questo articolo finisce per essere un divieto totale alle esportazioni in relazione a questi beni.

La risoluzione impone anche un divieto assoluto all'esportazione di oro, minerali di titanio, di vanadio ad altri minerali rari. Queste restrizioni al commercio finiscono per eliminare la maggior parte delle esportazioni della Corea del Nord.

Gli Stati membri dell'ONU non possono vendere carburante per aerei alla Repubblica Democratica di Corea, eccetto quello necessario agli aerei nordcoreani per tornare in patria dall'estero. Col tempo, tuttavia, man mano che le riserve si prosciugheranno, l'effetto di tale sanzioni finirà per lasciare a terra tutto il traffico aereo della Nord Corea.

L'articolo 32 impone un congelamento di tutti gli asset finanziari detenuti all'estero da enti della Nord Corea o da singoli soggetti che uno stato membro dell'ONU giudichi essere coinvolti in traffici vietati dalla Risoluzione delle Nazioni Unite.

Si richiede agli stati membri di effettuare ispezioni su ogni spedizione proveniente o diretta in Corea del Nord, per la ricerca delle merci di cui è vietato il traffico. I ritardi nelle spedizioni navali dovuti alle ispezioni finiranno inevitabilmente per causare perdite o penali finanziarie. Inoltre, i partners commerciali della Corea del Nord potranno decidere di risolvere i contratti quando le date contrattuali di spedizione non saranno rispettate a causa dei ritardi dovuti alle ispezioni. La vera natura di queste misure è quella di strangolare la capacità della Nord Corea di impegnarsi nel commercio ordinario.

Trentuno navi nordcoreane sono state colpite da procedure di sequestro dei beni all'estero e una di queste, la Jin Teng, è stata perquisita e bloccata dopo che ha attraccato nella Baia di Subic, sebbene l'ispezione del carico non avesse rivelato il trasporto di beni proibiti. L'equipaggio nordcoreano è stato espulso e la Repubblica Democratica di Corea non è stata per nulla risarcita per la perdita del carico di 6.830 tonnellate.

Potenzialmente, le norme di più ampia portata sono quelle che hanno a che vedere con le istituzioni finanziarie. Gli stati membri sono invitati a bloccare l'operatività bancaria della Nord Corea negli istituti del proprio territorio ed i conti correnti esistenti stanno per essere coattivamente chiusi. Neppure è consentito agli stati membri delle Nazioni Unite aprire istituti od imprese finanziarie in Nord Corea né intrattenere alcun tipo di transazione finanziaria con la Repubblica Democratica.

Se nessuna istituzione finanziaria può intrattenere affari con nessun ente finanziario nordcoreano, questo avrà l'inevitabile effetto di eliminare virtualmente ogni ordinario commercio con l'estero.

Gli Stati Uniti, agendo attraverso il mezzo delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, stanno dichiarando una guerra economica contro la Repubblica Democratica di Corea, imponendo sanzioni collettive all'intero popolazione nordcoreana. Questa


ostilità degli Stati Uniti viene motivata politicamente e viene rafforzata dalle buone relazioni con le altre nazioni che operano al di fuori del trattato di non proliferazione nucleare. Israele, India e Pakistan hanno tutti programmi di armamento nucleare in stato molto più avanzato, ma solo la Repubblica Democratica Popolare di Corea viene fatta oggetto di sanzioni. Similmente, molte nazioni lanciano propri satelliti in orbita, ma solo la Nord Corea viene sanzionata perché lo fa.

Non c'è nessun "principio" in gioco, tranne forse quello per cui nessun paese che gli Stati Uniti desiderano ad un certo punto schiacciare in un modo o nell'altro possa sviluppare i mezzi per scongiurare un attacco militare. Con l'avvio, il 7 di marzo, delle più grandi esercitazioni militari congiunte tra USA e Corea del Sud volte a prevenire un'invasione nordcoreana, tutte le strade diplomatiche sono state chiuse e le tensioni possono solamente peggiorare.



*) Gregory Elich è nel comitato di direzione dello Jasenovac Research Institute nonchè nel comitato consultivo del Korea Policy Institute. E' collaboratore per la Voice of the People, ed uno dei coautori di Killing Democracy: CIA and Pentagon Operations in the Post-Soviet Period, pubblicato in lingua russa.



Gregory Elich * | globalresearch.ca 

Traduzione per resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.



giovedì 17 marzo 2016

U.S.A. – sfacciataggine delle nuove misure contro Cuba


di Néstor García Iturbe, 16 marzo 2016
Quando venne annunciata la visita a Cuba del signor Obama, su invito del nostro Governo, tutti pensammo che se aveva sufficiente intelligenza, avrebbe attuato alcune azioni che mostrassero buona volontà  in merito al miglioramento delle relazioni.  
(…) Il, 15 marzo, sono state annunciate le nuove misure adottate da questo signore.  La stampa internazionale le ha pubblicate in parte, quella parte che non pregiudica lo sviluppo delle relazioni(…). 
Il giornale Granma, organo ufficiale del Partito  Comunista di Cuba, ha pubblicato la notizia completa, da cui riporto:  
Il nuovo regolamento implica che qualsiasi cittadino di quella nazione può venire legalmente a Cuba "se e quando sia inserito in un programma completo di attività d’interscambio educativo destinate a migliorare il contatto con il popolo cubano, sostenere la società civile o promuovere l’indipendenza del popolo cubano dalle autorità del Paese”.
DOVE PUO’ ARRIVARE LA SFACCIATAGGINE?!
 (…) Si dice chiaramente nel documento del Governo U.S.A. che si permetterà agli statunitensi di viaggiare a Cuba se verranno per  
promuovere l’indipendenza del popolo cubano dalle autorità del Paese, le stesse autorità che lo hanno invitato…, che arroganza verso il nostro Governo e che presunzione di onnipotenza di questi signori che si credono padroni del mondo.
Pensano che tutti debbano accettare decisioni come questa, che pare assunta da un matto, il quale non ha considerato che sarà ricevuto il prossimo 20 marzo dallo stesso Governo di cui sta apertamente promuovendo l’abbattimento.
Una totale sfacciataggine e arroganza.
traduzione e sottolineature a cura di AsiCubaUmbria –asicubaumbria@libero.it

fatti parte dell’esercito difensore della verità contro il terrorismo mediatico del  sistema di disinformazione di massa, fatti combattente di questa battaglia di idee, la tua azione forgia coscienze, rimanda, diffondi, propaga ogni informazione che consideri  interessante 


Foto inserita da Internet da staff blog Blog

mercoledì 16 marzo 2016

Presidio a Camp Darby e giornata nazionale contro la guerra. Un primo bilancio, guardando alle prossime scadenze.


La prima cosa da poter dire sulla giornata del 12 marzo è che ha evidentemente colto e interpretato un'esigenza diffusa, in tutto il paese, a mobilitarsi contro la guerra .
Senza l'appello nazionale del COORDINAMENTO CONTRO LA GUERRA, LE LEGGI DI GUERRA, LA NATO, che ha agglutinato intorno a questa scadenza molte forze politiche, sindacali, sociali, singoli militanti ed intellettuali, il vuoto politico creatosi in questi anni su un tema come quello della guerra sarebbe continuato.
La mappa delle città dove si sono svolte le manifestazioni la trovate su http://www.peacelink.it/conflitti/a/42866.html - tutti i video delle tante manifestazioni li potete vedere su fb https://www.facebook.com/aldo.romaro?fref=nf&pnref=story
Le 30 iniziative in tutto il paese non risolve il problema annoso della polverizzazione localistica di questa come di tante altre battaglie, ma è un segnale importante, da valorizzare, riprendendo un banale ma fondamentale principio che crediamo debba guidare la nostra azione, sintetizzato nello slogan "pensare globalmente - agire localmente".
I nostri avversari, in primis per noi l’Unione Europea e il governo Renzi, hanno assunto caratteristiche e dimensioni tali da spingerci a unire le forze, almeno sui grandi temi e su discriminanti fondamentali.
Gli elementi unitari del 12.3 sono stati il NO alla NATO e alle alleanze militari interne all'Unione Europea, il rigetto di concezioni "geopolitiche" e frontiste, che leggono positivamente l’operato di potenze antagoniste all'Occidente (in primis verso la Russia di Putin), le quali perseguono anch'esse politiche di potenza entro un orizzonte capitalistico. Contro queste concezioni, in gran parte auto-emarginatesi dalla mobilitazione, si è affermato il principio che i nostri alleati in questa fase storica sono soprattutto i popoli e i movimenti di liberazione che lottano per la propria emancipazione in senso progressivo, cioè verso il superamento del capitalismo.
Dai documenti e dagli interventi durante il presidio di fronte a Camp Darby è emerso anche un no alla guerra nella sua accezione più ampia: guerreggiata contro i paesi del Sud e dell'Est e guerra di tipo economico/sociale all'interno dell’Unione Europea,polo imperialista in costruzione che attraverso i diktat della troika europea orienta ferreamente i governi nazionali e locali, soprattutto quelli del Sud.
Il retroterra identitario comune è stato il rivendicare la continuità con il pacifismo coerente e intransigente che negli anni scorsi ha contraddistinto una parte considerevole del movimento nowar, l'antimilitarismo, l'antimperialismo, l'internazionalismo, infine l'antifascismo, come antidoto a qualsiasi relazione con aree "rosso-brune" che tentano di infiltrarsi nelle mobilitazioni nowar.
La mobilitazione nazionale ha visto un picco di adesioni proprio in Toscana, intorno alla scadenza proposta a camp Darby: 45 realtà diverse hanno sottoscritto l'appello per il presidio.
I numeri del presidio non hanno corrisposto alle adesioni formali ( 250 circa le presenze reali), ma l'iniziativa è stata secondo il nostro punto di vista un successo politico, per alcuni motivi:
1) forze che da anni non trovavano un comune denominatore condiviso hanno agito unitariamente su un tema centrale, in base a contenuti chiari (l’appello nazionale)
2) abbiamo rotto un silenzio sul tema guerra e su Camp Darby che durava da troppo tempo
3) abbiamo agito in totale indipendenza da organizzazioni politiche / sindacali /associative che nella fase politica precedente condizionavano molto negativamente il movimento pacifista
4) abbiamo lavorato in un clima mediatico ostile, che ha oscurato l'iniziativa
5) abbiamo lavorato in un clima politico ostile, con iniziative sul tema guerra promosse in maniera strumentale prima e durante la nostra iniziativa nazionale e regionale.
6) ultimo ma non ultimo: il successo del presidio a camp Darby è legato anche dal fatto che si inseriva nella mobilitazione nazionale, godendo quindi di un "effetto moltiplicatore" biunivoco.

Queste sono alcune considerazioni che proponiamo ai promotori del presidio del 12 marzo a camp Darby, per dare continuità al "confronto per la mobilitazione" che ci aspetta, a partire dal prossimo 4 aprile, quando scenderemo di nuovo in piazza contro la ricorrenza della costituzione della NATO. Altro obiettivo: una manifestazione nazionale a ridosso del probabile intervento militare diretto in Libia.

L’Unione europea volta pagina con L’Avana


Cuba. Addio «posizione comune» del ’96: vincolava le relazioni ai «diritti umani» secondo gli Usa

Fra l’Unione europea e Cuba «inizia una nuova fase storica». Lo ha sottolineato l’alta rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini venerdì, dopo la firma dell’Accordo per il Dialogo politico e la cooperazione tra l’Ue e l’Avana. Questo documento conclude due anni di negoziati per formalizzare, appunto, una nuova tappa nelle relazioni bilaterali. E per mettere in cantina la cosidetta «posizione comune», adottata dall’Unione nel 1996 sotto pressione di Washington, che vincolava le relazioni politiche e commerciali europee al «rispetto dei diritti dell’uomo» nell’isola caraibica. Mogherini l’ha detto chiaramente, alla conclusione dell’accordo: «De facto è la fine della “posizione comune”». I prossimi passi consistono nel far approvare questa misura dal Consiglio europeo «in parallelo» al processo di ratifica del documento firmato all’Avana.
Cosciente che la normalizzazione delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, iniziata a dicembre del 2014, avrebbe permesso agli Usa di guadagnare terreno in un territorio dove l’Europa ha consistenti interessi economici – è il secondo socio commerciale dell’isola dopo il Venezuela concorrendo con quasi il 22% dei flussi di importazione e esportazione – Mogherini era scesa in campo proprio un anno fa per accelerare le trattative con l’Avana che si trascivano sotto il peso della questione dei diritti umani sollevata soprattutto da alcuni paesi del Nord Europa. In questo lasso di tempo è stato possibile trovare una formula di accordo in modo che siano messi da parte i condizionamenti imposti dalla “posizione comune” – peraltro ignorata da 19 Paesi europei, Italia compresa, che hanno già stabilito relazioni bilaterali con Cuba- proprio una settimana prima della «storica» visita all’Avana del presidente Barack Obama.
I tempi stringono, dunque. Lo ha detto chiaramente Mogherini riferendosi alla ratifica del documento siglato venerdì: «Non posso dare una data precisa, ma posso assicurare che procederemo rapidamente…Siamo tutti entusiasmati dalla possibilità di migliorare le relazioni tra Unione europea e Cuba, promuovere il dialogo e la cooperazione per uno sviluppo sostenibile, i diritti umani e la democrazia, in modo da accompagnare il processo di attualizzazione dell’economia e della societa cubana in corso nell’isola», ha assicurato la responsabile della diplomazia europea.
Mogherini si è espressa chiaramente anche riguardo alla questione dell’embargo unilateralmente imposto a Cuba più di cinquant’anni fa dagli Stati Uniti: «Siamo d’accordo – ha affermato – che è totalmente obsoleto. Il blocco (economico, finanziario e commerciale) è una misura che appartiene a un altro secolo. Oggi le priorità sono il dialogo e la cooperazione e dunque l’embargo è un ostacolo che deve finire. I suoi effetti extraterritoriali sono illegali. La posizione dell’Unione europea è chiara: abbiamo la necessità che le imprese europee non siano penalizzate».
Mogherini si è incontrata successivamente col presidente Raúl Castro col quale ha concordato la volontà di continuare a lavorare per «il rafforzamento» delle relazioni bilaterali «sulla base di eguaglianza, reciprocità e rispetto mutuo». Sia col presidente cubano che con il ministro degli esteri Bruno Rodríguez, la responsabile della diplomazia europea ha affrontato anche temi di politica internazionale, dalla crisi migratoria in Europa alla delicata fase in corso in America latina.
Poste dunque le basi per «voltare pagina», L’Unione europea ha deciso di fornire al governo cubano un ulteriore aiuto di 10 milioni di euro «per lo sviluppo dell’isola».
Lo ha annunciato all’Avana il commissario europeo allo sviluppo Neven Mimica: il quale ha informato che 7,7 milioni saranno finalizzati alla modernizzazione economica dell’isola nei settori dell’ amministrazione pubblica e del fisco. Un altro settore di grande interesse per l’Europa è quello del turismo: proprio ieri, infatti, il governo ha informato che nei primi due mesi dell’anno sono giunti nell’isola un milione di turisti, con un incremento del quasi 30% rispetto allo scorso anno. La corsa agli investimenti nell’isola si fa infatti serrata. Ieri è circolata la notizia che almeno tre grandi compagnie nordamericane, la AT§T Inc, Starwood Hotels e Marriott International Inc sono in piene trattative per concludere accordi nell’isola prima della visita di Obama
Roberto Livi L’AVANA

venerdì 4 marzo 2016

La persecuzione dei curdi di Turchia


Il popolo curdo è salito all'onore delle cronache principalmente perché è stato accusato di essere coinvolto nell'attentato di Ankara del 17 febbraio e per il bombardamento, da parte turca, della regione di Kobane, dove i curdi delle Unità di Protezione Popolare, la YPG, sostenuta dagli USA, stanno combattendo gli estremisti dello Stato Islamico. La notizia più importante, comunque, è che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan è determinato nell'annientare i quindici milioni di Curdi in Turchia, un quinto della sua popolazione, e sta portando avanti questa campagna in modo spudoratamente brutale.

Non c'è niente di inedito nello spietato trattamento che Erdogan riserva ai Curdi di Turchia. Nel 2001, per esempio, un corrispondente statunitense scrisse che "Non c'è dubbio su come i Curdi conducano una dura esistenza. Ad essi viene in pratica detto di assimilarsi o morire. Non hanno diritti politici, libertà di parola od anche solo la libertà di parlare la loro lingua. Circa 2000 villaggi curdi sono stati distrutti… I Curdi sono stati presi a fucilate, bombardati, gassati, violentati, torturati, bruciati e smembrati ed in decine di migliaia sono stati uccisi. E questo è quello che la Turchia ha fatto durante gli ultimi dieci anni".(1)

I Curdi hanno contrattaccato. Il PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi, è l'ala militare del movimento nazionalista dei Curdi di Turchia che ha combattuto contro la repressione governativa fin dal 1984, quando ha rivendicato uno stato indipendente Curdo. Non c'era alcun sostegno internazionale per questa istanza e negli anni 90 si comprese che l'autodeterminazione era impossibile da raggiungere, ma venne proposto che ci fosse almeno una certa misura di autonomia che il governo di Ankara non permise mai.

Nel Luglio 2015 la BBC riportò che il PKK "soffrì il maggior colpo quando nel 1999 il suo leader, Abdullah Ocalan venne messo agli arresti e condannato al carcere per alto tradimento. Nel marzo 2013, mentre era ancora in prigione, richiese un cessate il fuoco ed ordinò alle forze del PKK di ritirarsi dalla Turchia in un annuncio che egli stesso descrisse come "storico". I corrispondenti dissero che questo poteva potenzialmente essere un passo importante verso la fine del conflitto, ma la prova dei fatti sarebbe giunta con la sua reale attuazione. tale cessate il fuoco sembrò essere venuto meno quando nel luglio 2015 la Turchia lanciò un attacco aereo ed un bombardamento dei campi del PKK nel nord dell'Irak." (2)

Sin da allora la situazione all'interno della Turchia rasenta la guerra civile, con Human Rights Watch a riferire che "L'erosione della libertà di stampa operata dal Governo continua. La prontezza a imbavagliare la libertà di espressione, l'approccio restrittivo alla libertà di riunione, e l'attitudine a perseguitare i manifestanti antigovernativi così come a tollerare le violenze della polizia contro di loro, sono tra le caratteristiche che più danneggiano le credenziali democratiche della Turchia… Continuano i processi contro gli attivisti politici, i giornalisti, gli studenti e gli avvocati curdi con l'ampio utilizzo di imputazioni di natura terroristica come la partecipazione ad associazione armata. Le prove contro di loro nella maggior parte dei casi consistevano nell'essere membri di associazioni politiche nonviolente o di opposizione". (3)

La posizione di Erdogan è che "Per noi, il PKK è lo stesso dell'ISIL (il gruppo terroristico dello Stato Islamico). E' sbagliato considerarli in modo differente da quegli altri." (4) e la sua dichiarazione è stata ufficialmente ripresa dagli USA quando il Vice Presidente Biden disse nel Gennaio 2016 che lo Stato Islamico "non è la sola minaccia all'esistenza del popolo turco, il PKK è una eguale minaccia e noi siamo consci di ciò. E' un gruppo terroristico puro e semplice e quello che continuano a fare è assolutamente oltraggioso". (5)

Non è il solo supporto dato ad Erdogan ed al suo tentativo di mettere in collegamento lo Stato Islamico con il PKK, quest'ultimo ha sostenuto che un attentato suicida che ha ucciso più di 100 persone ad Ankara nel 2015 è stato responsabilità di più gruppi che collaborano insieme, dicendo che "Questo incidente dimostra come il terrorismo sia implementato in modo collettivo. Questo è stato un collettivo atto di terrore che ha coinvolto l'ISIS (lo Stato Islamico), il PKK, il mukhabarat (la Polizia Segreta Siriana) e il gruppo terroristico del PYD (Il Partito Curdo di Unione Democratica) del nord della Siria. Hanno compiuto questo atto tutti insieme"(6)

L'affermazione che questi gruppi assolutamente scollegati tra loro e fondamentalmente differenti potessero aver complottato per porre in essere una qualsivoglia operazione od attività era così irrazionale e assurda che anche i media occidentali evitarono di sostenerla, ma per confondere ulteriormente il campo, la posizione ufficiale di Washington rispetto ai Curdi del PYD continuò ad essere positiva - cosa che non ha trattenuto Erdogan dall'ordinare un bombardamento di artiglieria dei loro campi in Siria, o pronunciando un discorso ad Ankara il 10 febbraio "rimproverando gli Stati Uniti per il loro supporto ai ribelli siriani curdi" (7)

Riferendosi particolarmente al PYD e all'YPG, Erdogan è stato citato dal giornale on line americano Veterans Today quando ha detto "Oh America! Ve l'ho detto molte volte, voi siete sia dietro a noi che dietro a queste organizzazioni terroriste. Voi non avete ben afferrato cosa siano ed è per questo che la regione è stata gettata in un mare di sangue. Ve l'abbiamo date per iscritto le prove. Abbiamo detto agli americani: 'questo è un gruppo terroristico'. Ma gli Americani hanno preso posizione ed hanno detto 'no, noi non li vediamo come gruppo terroristico' Gli alleati con dicono al proprio amico 'il nemico del mio nemico è mio amico'. Voi dovete avere dei principi. Ma non ci sono principi qui." (8)

La persona interamente priva di principi è il subdolo e pericolosamente incostante Signor Erdogan, sul quale avevo già scritto come persona che ha "un suo più importante obiettivo personale, che è quello di rimpiazzare il sistema di governo parlamentare del suo paese con un governo presidenziale con tutti i poteri". (9) Se riesce a raggiungere tale scopo, avrà il potere di emanare decreti sia governativi che legislativi e avrà il potere di veto sul parlamento come quello di nominare ministri e giudici delle corti supreme.

Molti membri del parlamento turco non vogliono un presidente esecutivo con poteri così enormi, così, come annotato dagli analisti di Stratfor's il 17 febbraio, "Senza sufficiente supporto del potere legislativo turco, Erdogan deve tornare a cercare una verifica elettorale per spingere oltre il suo progetto. A questo fine, egli ha iniziato a corteggiare il voto nazionalista capitalizzando l'antagonismo turco verso la minoranza curda del paese" (10).

In una cinica operazione che nulla ha a che fare con la sicurezza interna, con i diritti di un quinto dei cittadini turchi o con qualsiasi cosa che si avvicini alla giustizia ed alla democrazia, Erdogan ha riattivato la sua campagna anti curda con una brutalità che può suscitare ammirazione nei barbari dello Stato Islamico. Come riportato da Amnesty International il 21 gennaio (11) "Il brutale attacco del governo turco sulle città ed i villaggi curdi, che include coprifuochi e tagli dei servizi, sta mettendo a rischio le vite di più di 200.000 persone ed equivale ad una punizione collettiva. Una ricerca (12) … rivela gli stenti estremi che si trovano ad affrontare come risultato di misure dure ed arbitrarie." Ma non c'è il più piccolo rimprovero da parte di Washington e Bruxelles.

La repressione interna di Erdogan non conosce confini. Quando è stato criticato dal leader dell'opposizione Kemal Kılıçdaroğlu perché agiva da dittatore, Erdogan ha ordinato (13) "un inchiesta sulle
dichiarazioni di Kılıçdaroğlu con l'accusa di 'oltraggio al presidente', crimine punito con la prigione fino a quattro anni" e il 9 gennaio un'inchiesta simile (14) è stata aperta "contro l'ospite di un talk show … per 'propaganda in favore di organizzazione terroristica' dopo che una chiamata al talk show 'Beyaz' ha esortato la gente a non rimanere silente sulle morti di ragazze e donne curde nel sud-est del paese"

Il futuro dei quindici milioni di Curdi in Turchia appare tetro. Fino a quando da parte della NATO e di Washington ad Erdogan sarà dato supporto incondizionato, egli continuerà ad ignorare i fondamentali diritti umani nel suo paese come fuori dai confini. La sua barbarie continuerà incontrollata e molte migliaia di Curdi saranno sterminati. In gennaio, Amnesty International ha osservato che "Mentre le autorità turche appaiono determinate nello zittire l'opposizione interna, esse hanno dovuto confrontarsi molto poco con la comunità internazionale. Le considerazioni strategiche legate al conflitto in Siria e i determinati sforzi per inserire il contributo della Turchia nell'argine al flusso di rifugiati in Europa non possono eclissare le prove di rozze violazioni dei diritti umani. La comunità internazionale non può girarsi a guardare da un'altra parte." (15)

Ma lo faranno.

Note:

1. http://no-nukes.org/voices/vfp104.html



Tratto  da:
 Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare





sabato 30 gennaio 2016

Venezuela il Paese che costruisce più case (popolari) al Mondo / Venezuela es el país que construye más viviendas en el mundo.



Resumen Latinoamericano / Telesur / 29 de enero de 2016 Da il lancio della Grande Missione casa Venezuela nell’anno 2011, il Governo Bolivariano ha costruito più di un milione di case, che è parte del lascito del Leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez. Nel 2011 c'era un deficit domiciliare di più di tre milioni di case, problema ereditato dei governi anteriori, per tale motivo il presidente di allora, Hugo Chávez promise che ogni famiglia avrebbe avuto un'abitazione. Nonostante il ribasso nei prezzi del petrolio il Governo venezuelano continua a scommettere sul forte investimento nei programmi sociali spinti dall'inizio della Rivoluzione Bolivariana.  Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, approvò questo 28 di gennaio l'incremento in importo di crediti per abitazioni a famiglie di classe media. Nella stessa maniera, approvò la creazione del Registro Immobiliare della Gran Missione Abitazione Venezuela (GMVV).
Il mandatario ha sollecitato il paese a difendere il diritto all'abitazione e riaffermato che non accetterà che si privatizzi questa missione sociale davanti ai tentativi della destra parlamentare della Assemblea Nazionale(AN).
Dato:  La Gran Missione Abitazione Venezuela si trasformò in un riferimento di pianificazione urbana che mitiga la centralizzazione, fortifica l'umanesimo e la convivenza;  permette il design di infrastrutture in consonanza con le risorse ambientali e trasforma le zone popolari in posti adatti e comodi con centri di ricreazione e servizi di salute. Il 28 gennaio, la destra dell'Assemblea Nazionale, AN, del Venezuela ha approvato in prima discussione il disegno di legge di Proprietà della Gran Missione Abitazione Venezuela. Il deputato rivoluzionario all'AN, Elías Jaua,  ha segnalato che la legge promossa nel Parlamento, con maggioranza di destra, favorisce il latifondo urbano ed il mercato speculativo , ignorando la proprietà multifamiliare concessa dalla Rivoluzione Bolivariana per proteggere il popolo, ha recensito  VTV.

Tratto da :




Venezuela es el país que construye más viviendas en el mundo

Resumen Latinoamericano / Telesur / 29 de enero de 2016 – Desde el lanzamiento de la Gran Misión Vivienda Venezuela en el año 2011, el Gobierno Bolivariano ha construido más de un millón de viviendas, programa que es parte del legado del Líder de la Revolución Bolivariana, Hugo Chávez.
Para el 2011 había un déficit habitacional de más de tres millones de casas, problema heredado de los gobiernos anteriores, por tal motivo el presidente para ese entonces, Hugo Chávez prometió que cada familia tendría una vivienda.
A pesar de la baja en los precios del petróleo el Gobierno venezolano sigue apostando por la fuerte inversión en los programas sociales impulsados desde el inicio de la Revolución Bolivariana.
El presidente de Venezuela, Nicolás Maduro, aprobó este 28 de enero el incremento en monto de créditos para viviendas a familias de clase media. De igual manera, aprobó la creación del Registro Inmobiliario de la Gran Misión Vivienda Venezuela (GMVV).
El mandatario instó al pueblo a defender el derecho a la vivienda y reafirmó que no aceptará que se privatice esta misión social ante los intentos de la derecha parlamentaria de la Asamblea Nacional (AN). El
Dato: La Gran Misión Vivienda Venezuela se convirtió en una referencia de planificación urbana, que mitiga la centralización, fortalece el humanismo y la convivencia; permite el diseño de infraestructuras en consonancia con los recursos ambientales y transforma las zonas populares en lugares aptos y cómodos con centros de recreación y servicios de salud.
Este 28 de enero, la derecha de la Asamblea Nacional (AN) de Venezuela aprobó en primera discusión el proyecto de Ley de Propiedad de la Gran Misión Vivienda Venezuela.
El diputado revolucionario a la AN, Elías Jaua, señaló que la ley aprobada en el Parlamento, con mayoría de derecha, favorece el latifundio urbano y el mercado especulativo, desconociendo la propiedad multifamiliar otorgada por la Revolución Bolivariana para proteger al pueblo, reseñó VTV.