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sabato 15 luglio 2017

LA SPORCA GUERRA CONTRO LA SIRIA


Bashar al Assad è un mostro? È un criminale che fa uccidere dal suo esercito civili innocenti? Questa almeno è l’immagine che traspare sui media occidentali del presidente siriano. Ma basta consultare qualche fonte indipendente per vedere una realtà molto diversa: massacri attribuiti al leader alawita mai provati, fotografie false di cadaveri scattate da giornalisti embedded, filmati di distruzioni di interi quartieri o di ospedali costruiti ad hoc per demonizzare il capo della Siria. Dietro alle violenze disumane di Daraa o della Ghouta Orientale o ai barili bomba si è scoperto spesso che vi sono gruppi islamisti – dall’ISIS ad Al-Qaeda, dai Fratelli Musulmani a Jabhat al-Nusra – finanziati copiosamente dalle monarchie saudite del Golfo a sua volta sostenute dagli Usa e dai suoi alleati. Perché Washington vuole il collasso di uno stato laico e riformista, con un presidente appoggiato dal 70% del suo popolo, in un’area dominata dall’integralismo e settarismo mussulmano? Per realizzare il disegno di un “Nuovo Medio Oriente” che prevede l’eliminazione dell’Asse della Resistenza – Iran, Siria, Hezbollah e palestinesi – e il controllo americano e wahhabita di tutta la regione…

“La guerra sporca contro la Siria ha fatto affidamento su un livello di disinformazione di massa mai visto a memoria d’uomo”, dice all’inizio del suo saggio Tim Anderson, svelando da subito la sua tesi: la manipolazione delle fonti. La sporca guerra contro la Siria non è tanto una ricostruzione storica del conflitto scoppiato nel 2011, piuttosto una minuziosa analisi critica di come i media abbiano deliberatamente alterato la realtà. Nessuno si salva da tale indagine: né la stampa occidentale, né i reporter embedded operanti sul fronte bellico, definiti da Anderson “cani da guardia” delle grandi potenze, né le ONG considerate delle succursali del Pentagono. Il ricercatore australiano punta il dito contro la logica neo imperialista della Casa Bianca volta, anche a costo di migliaia di vite umane, a destabilizzare, con l’aiuto dell’Arabia Saudita e del Qatar e l’utilizzo di eserciti per procura (dai jihadisti al sedicente Esercito Libero Siriano) il Medio Oriente per poterlo controllare a suo uso e consumo. Questo libro è la dimostrazione di come ormai si viva in un magmatico e pericoloso sistema di post democrazia e di false flag, dove la verità è occultata se non addirittura capovolta.

Tratto:

venerdì 25 luglio 2014

disordine pianificato in Medio Oriente ed oltre :La diabolica alleanza tra il complesso industriale della difesa e della sicurezza e la lobby israeliana



due Stati  governati da criminali della peggior specie

Ismael Hossein-Zadeh * | counterpunch.org

Osservatori geopolitici delle turbolenze in Medio Oriente tendono ad addossare la colpa del caos che imperversa nella zona al presunto fallimento delle "incoerenti" "illogiche" o "contraddittorie" politiche degli Stati Uniti. Prove inconfutabili (alcune delle quali presentate in questo studio) suggeriscono, tuttavia, che in realtà il caos rappresenta il successo, non il fallimento, di quelle politiche architettate da chi trae beneficio dalla guerra e dalle operazioni militari nella regione, e oltre. Mentre le politiche americane nella regione mediorientale sono certamente irrazionali e contraddittorie dal punto di vista della pace internazionale, o anche dal solo punto di vista degli interessi nazionali degli Stati Uniti nel loro complesso, esse appaiono abbastanza logiche dal punto di vista dei beneficiari economici e geopolitici delle guerre e dei conflitti internazionali, vale a dire: (a) il complesso militare-industriale; (b) i militanti sionisti sostenitori del "grande Israele".

I semi del disordine sono stati piantati circa 25 anni fa, con il crollo del Muro di Berlino. Poiché il fondamento logico del grande apparato militare cresciuto durante gli anni della Guerra fredda era la "minaccia del comunismo", i cittadini statunitensi hanno celebrato il crollo del Muro come la fine del militarismo e l'alba dei "dividendi della pace", con riferimento ai benefici che, si sperava, molti avrebbero goduto negli Stati Uniti a seguito di un riorientamento di parte del bilancio del Pentagono verso i bisogni sociali non militari.

Ma mentre la maggior parte dei cittadini degli USA assaporavano i prospetti di quei "dividendi della pace" la cui venuta sembrava imminente, i potenti interessi coinvolti nell'aumento della spesa pubblica per ragioni militari e di sicurezza si sentivano minacciati. Non sorprendentemente, queste forze influenti si sono rapidamente mosse a fine di salvaguardare i loro interessi di fronte alla "minaccia della pace".

Per soffocare le voci che chiedevano i "dividendi della pace", coloro che traevano guadagno da guerra e militarismo cominciarono a ridefinire metodicamente le "fonti di pericolo" successive alla guerra fredda nel più ampio contesto del nuovo mondo multipolare, prospettiva che va ben oltre la tradizionale "minaccia sovietica" del mondo bipolare ancorato alla Guerra fredda. La "minaccia" degli "stati canaglia" dell'islam radicale e del "terrorismo globale" avrebbe dovuto essere identificata come il nuovo nemico, in sostituzione della "minaccia comunista dell'era sovietica".

Pubblicamente, la maggior parte delle riconsiderazioni del mondo dopo la Guerra fredda sono state sostenute dalle più alte gerarchie militari. Ad esempio, il generale Carl Vuno, capo di stato maggiore dell'Esercito degli Stati Uniti, così ha riferito ad una commissione della Camera dei rappresentanti nel maggio 1989: "Molto più problematica [di qualsiasi pericolo rappresentato dall'Unione Sovietica] è lo stato di pericolo che si sta sviluppando nel resto del mondo... In questo mondo sempre più multipolare, siamo di fronte alla possibilità di molteplici minacce provenienti da paesi e attori che stanno diventando sempre più sofisticati militarmente e politicamente più aggressivi" [2].

Il generale Colin Powell, allora capo dello stato maggiore unificato, allo stesso modo ha sostenuto davanti a una commissione del Senato che, nonostante il crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti avrebbero avuto bisogno di continuare la crescita militare a causa di numerosi altri obblighi: "Con tutte queste sfide e le opportunità che si presentano alla nostra nazione, è impossibile per me credere che la smobilitazione o l'affossamento dell'esercito americano sia un percorso fattibile di azione per il futuro. Il vero 'dividendo di pace' è la pace stessa… La pace viene attraverso il mantenimento della forza" [3].

Mentre gli alti vertici militari, spesso indossando eleganti e sgargianti uniformi, hanno preso pubblicamente il centro della scena nella lotta contro il ridimensionamento del complesso militare-industriale, i militaristi civili, lavorando dentro e attorno al Pentagono insieme ai "think-tank" vicini ai "falchi", hanno tramato da dietro le quinte. Tra questi, l'allora segretario alla Difesa Dick Cheney, il suo sottosegretario Paul D. Wolfowitz, Zalmay Khalilzad, in seguito collaboratore di Wolfowitz e I. Lewis "Scooter" Libby, poi vice sottosegretario alla Difesa per la strategia. Questo gruppo di uomini, insieme ai loro opinionisti di riferimento e collaboratori (come Richard Perle, Douglas Feith, Michael Ladeen, Elliott Abrams, Donald Rumsfeld, William Kristol, John Bolton e altri) hanno lavorato diligentemente insieme al fine di scongiurare i tagli alla spesa militare del periodo successivo alla Guerra fredda. "Quello di cui avevamo paura era che la gente ad un certo punto dicesse: 'Portiamo tutte le truppe a casa e abbandoniamo le nostre posizioni in Europa'", ricordava Wolfowitz in un'intervista [4].

Sebbene questi organizzatori militari sono stati ufficialmente affiliati al Pentagono e/o all'amministrazione Bush (padre), essi anno altresì strettamente collaborato con un certo numero di associazioni e gruppi di interesse sciovinisti come l'Istituto per l'iniziativa americana [American Enterprise Institute], il Progetto per un nuovo secolo americano [Project for the New American Century] e l'Istituto ebraico per gli affari di sicurezza nazionale [Jewish Institute for National Security Affairs], creati a servizio sia della lobby degli armamenti che della lobby di Israele o di entrambi. Anche uno sguardo superficiale ai dati identificativi di questi think-tank - la loro appartenenza, le loro fonti finanziarie, le loro strutture istituzionali e altro - mostra che gli stessi sono stati creati per agire essenzialmente sui fronti istituzionali e per camuffare le incestuose relazioni politiche e di affari tra il Pentagono, i suoi principali contraenti, i vertici militari, la lobby israeliana e altre analoghe forze scioviniste dentro e attorno al governo [5].

Con uno sforzo attentamente calcolato al fine di ridefinire il mondo post-Guerra fredda come un mondo "più pericoloso", e di conseguenza predisporre una nuova "Strategia di sicurezza nazionale" [National Security Strategy] per gli Stati Uniti, questo team di pianificatori militari e think-tank militaristi ha prodotto un nuovo documento geopolitico militare per il periodo immediatamente successivo al crollo dell'Unione Sovietica, documento poi conosciuto come "Guida alla pianificazione della difesa" [Defense Planning Guidance] o "Strategia di difesa per gli anni '90" [Defense Strategy for the 1990s.]. Il documento, presentato alla Casa bianca nei primi anni 1990 ancor prima che al Congresso, era incentrato sul tema dei "punti turbolenti imprevedibili del Terzo Mondo" come nuove fonti di attenzione per la potenza militare degli Stati Uniti nell'era successiva alla guerra fredda: "Nella nuova era, prevediamo che il nostro potere militare resterà un sostegno essenziale per l'equilibrio globale… che le più probabili occasioni per l'utilizzo delle nostre forze militari possono non interessare l'Unione Sovietica mentre potrebbero verificarsi nel Terzo Mondo, dove potrebbero essere richieste nuove capacità ed approcci" [6].

Per rispondere alle "turbolenze nelle regioni più attive", la nuova situazione richiedeva una strategia di "deterrenza discriminata", una strategia militare che avrebbe dovuto "contenere e sedare i conflitti regionali o locali nel Terzo Mondo con velocità fulminea e travolgente efficacia prima che sfuggano di mano". Nel mondo successivo alla Guerra fredda, delle "molteplici fonti di minaccia", gli Stati Uniti dovevano essere pronti a combattere guerre di "bassa" e "media intensità". I concetti di bassa o media intensità non si riferiscono al livello di potenza di fuoco e alla violenza impiegata, ma alla scala geografica dei conflitti che va da una guerra totale alla più piccola guerra regionale capace di turbare il commercio internazionale o paralizzare i mercati globali.

La "Strategia di difesa per gli anni '90" ha affrontato anche l'argomento del mantenimento e dell'espansione della "profondità strategica" dell'America, un termine coniato dall'allora segretario alla Difesa Dick Cheney. "Profondità strategica" conteneva una connotazione geopolitica, significando che, all'indomani del crollo del Muro di Berlino, gli Stati Uniti dovessero estendere la loro presenza globale - in termini di basi militari, installazioni di ascolto e/o di intelligence e tecnologia militare - in aree precedentemente neutrali o sotto l'influenza dell'Unione Sovietica.

Le indicazioni politiche di queste profezie che si autoavverano erano inconfondibili: avendo così interpretato (e successivamente creato) il mondo successivo alla Guerra fredda come un luogo pieno di "molteplici fonti di minaccia per l'interesse nazionale degli Stati Uniti", i potenti beneficiari del budget del Pentagono sono riusciti a mantenere la spesa militare sostanzialmente ai livelli della Guerra fredda. I fautori di questo perdurante militarismo "si muovevano con notevole velocità per garantire che il crollo [dell'Unione Sovietica] non incidesse sul bilancio del Pentagono o sulla nostra 'posizione strategica' nel globo che avevano presidiato in nome dell'anti-comunismo" [7].

Per realizzare la così delineata "Strategia di sicurezza nazionale" nel mondo dopo la Guerra fredda, gli organizzatori dei piani militari americani hanno avuto bisogno di pretesti, il che ha significato spesso inventare o fabbricare nemici. I beneficiari dei dividendi di guerra a volte scoprirono "nemici e minacce esterne" per definizione, "decidendo unilateralmente quali azioni in tutto il mondo costituiscono atti di terrorismo", o qualificarono arbitrariamente alcuni paesi come "sostenitori del terrorismo" come ammise Bill Christinson, ex consulente CIA ormai in pensione [8].

Essi crearono anche attriti internazionali per mezzo di politiche insidiose volte a provocare rabbia e violenza, giustificando così la guerra e la distruzione, le quali attiveranno ulteriori atti di terrore e violenza, in modo da creare un circolo vizioso. Naturalmente, l'obiettivo della nefasta forza motrice che muove questa strategia autoavverante della guerra e del terrorismo è di mantenere gli elevati dividendi del business della guerra. Il defunto Gore Vidal ha satiricamente caratterizzato questa malvagia necessità dei signori della guerra e del militarismo di venire costantemente a contatto con nuove minacce e nemici come un "club del nemico del mese: ogni mese ci troviamo di fronte un nuovo nemico orrendo che dobbiamo colpire prima che ci distrugga" [9].

Una piccola guerra qui, una piccola guerra là, una guerra di bassa intensità nel paese
x, e una di media intensità nel paese y - cinicamente descritte come "guerre controllate" - divengono strategie in grado di mantenere alti gli stanziamenti militari che scorrono nelle casse del blocco di interessi economici militari-industriali, senza causare un conflitto importante o di scala mondiale che possa paralizzare del tutto i mercati mondiali.

In questo contesto - il crollo dell'Unione Sovietica, la "minaccia dei dividendi della pace" portata agli interessi del complesso militare-industriale e la conseguente necessità dei signori dei dividendi di guerra di trovare surrogati della "minaccia comunista" del tempo della Guerra fredda - il governo degli Stati Uniti affrontò gli attacchi efferati dell'11 settembre come un'opportunità per la guerra e le aggressioni e ciò non avrebbe dovuto essere una sorpresa per chiunque avesse familiarità con i malvagi bisogni del militarismo. Gli attacchi mostruosi sono stati trattati non come crimini ma come "guerra all'America". Una volta stabilito che gli Stati Uniti erano "in guerra", la crescita della spesa militare e le aggressioni militari imperialiste seguirono di conseguenza. Come ha ammesso Chalmers Johnson, alla fine la tragedia del 11 settembre è "giunta come la manna dal cielo per una amministrazione determinata a far decollare i bilanci militari" [10].

I campioni delle guerre a prelazione statunitense avevano già etichettato come "ostili" governi come quelli al potere in Iran, Iraq, Siria, Libia e Corea del Nord e come stati canaglia e/o sostenitori del terrorismo che richiedevano un "cambio di regime". Prima degli attacchi del 11 settembre, tuttavia, tali etichette demonizzatrici non erano evidentemente sufficienti a convincere il popolo americano a sostenere tali guerre e proprio la tragedia del 11 settembre è servita ai militaristi da pretesto giustificativo. Per tale motivo, il cambiamento di regime in Iraq, sarà seguito da cambiamenti simili di regimi "ostili" in molti altri paesi della regione e di tutto il mondo.

Proprio come i beneficiari dei dividendi di guerra ed il complesso militare-sicuritario-industriale, vedono la pace e la stabilità come ostile ai loro interessi, così anche i militanti sionisti sostenitori del "Grande Israele" percepiscono la pace tra Israele e i suoi vicini arabi- palestinesi come pericolo per il loro obiettivo di ottenere il controllo sulla "terra promessa". La ragione di questa paura della pace è che, secondo una serie di risoluzioni delle Nazioni Unite, la pace significherebbe il ritorno di Israele ai suoi confini pre-1967, cioè il ritiro dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. Ma poiché i sostenitori del "Grande Israele" non sono disposti a ritirarsi da questi territori occupati, essi sono quindi terrorizzati dalla pace, di qui i loro continui tentativi di sabotare gli sforzi di pacificazione ed i negoziati.

Per lo stesso motivo, questi sostenitori visualizzano la guerra e i conflitti (o, come ha detto David Ben-Gurion, uno dei principali fondatori dello Stato di Israele, "l'atmosfera rivoluzionaria") come opportunità che favoriscono l'espulsione dei palestinesi, la semplificazione geografica della regione, ai fini di un'espansione del territorio di Israele. "Quello che è inconcepibile in tempi normali - sottolineava Ben-Gurion - è possibile in tempi rivoluzionari; e se in questo momento l'occasione è persa e ciò che è possibile non viene portato avanti, tutto un mondo è perduto" [11]. Facendo eco al malvagio pensiero per cui lo scioglimento e la frammentazione degli Stati arabi in un mosaico di gruppi etnici è possibile solo in condizioni di guerra e di conflitti socio-politici, il noto falco Ariel Sharon ha altresì sottolineato, il 24 marzo 1988, che "se la rivolta palestinese fosse continuata, Israele avrebbe dovuto fare la guerra ai suoi vicini arabi. La guerra - ha dichiarato - avrebbe fornito la 'circostanza' per l'espulsione di tutta la popolazione palestinese della Cisgiordania e di Gaza e anche dall'interno del territorio di Israele propriamente detto" [12].

Il punto di vista che la guerra avrebbe "offerto la circostanza" per l'espulsione dei palestinesi dai territori occupati si fondava sull'aspettativa che gli Stati Uniti avrebbero condiviso quest'idea e avrebbero di conseguenza sostenuto le pretese di espansione di Israele nel caso in cui fosse contemplata una guerra. L'aspettativa non è affatto stravagante o inusuale, dal momento che chi trae vantaggio dalla guerra e dalla spesa militare degli Stati Uniti rafforza tale aspettativa e volentieri ne fa un obbligo, di qui l'alleanza di fatto tra i gruppi di interesse economico militare-industriale e la lobby ebraica.

Poiché gli interessi di queste due potenti lobby convergono sul fomentare la guerra e il conflitto politico in Medio Oriente, una sinistra e potente alleanza è stata forgiata tra loro, e ciò è inquietante perché la possente macchina da guerra degli Stati Uniti è ora completata dalle quasi impareggiabili capacità di pubbliche relazioni dei falchi della lobby pro-Israele negli Stati Uniti. La convergenza e/o interdipendenza degli interessi del complesso militare-industriale e quelle del sionismo militante sulla guerra e il conflitto politico in Medio Oriente è al centro del ciclo perpetuo di violenza nella regione.

L'alleanza tra il complesso militare-industriale e la lobby israeliana non è ufficiale ed è un'alleanza di fatto; essa è sottilmente forgiata attraverso una complessa rete di potenti "think tank" militaristi come: l'Istituto per l'iniziativa americana [The American Enterprise Institute], il Progetto per un nuovo secolo americano [Project for the New American Century], il Comitato America-Israele per gli affari pubblici [America Israel Public Affairs Committee], l'Istituto per la ricerca sui media in Medio Oriente [Middle East Media Research Institute], l'Istituto di Washington per la politica del Vicino Oriente [Washington Institute for Near East Policy], il Forum per il Medio Oriente [Middle East Forum], l'Istituto nazionale per le politiche pubbliche [National Institute for Public Policy], l'Istituto ebraico per gli affari di sicurezza nazionale [Jewish Institute for National Security Affairs] e il Centro per le politiche di sicurezza [Center for Security Policy]

Nel periodo immediatamente successivo alla guerra fredda, questi think tank militaristi con i loro operatori dentro e attorno al governo hanno pubblicato una serie di documenti politici, che chiaramente e con forza hanno sollecitato l'adozione di piani di cambiamento dei confini, piani per il cambiamento demografico e per il cambiamento di regime in Medio Oriente. Ad esempio, nel 1996, un influente think tank israeliano, l'Istituto per gli studi avanzati strategici e politici [The Institute for Advanced Strategic and Political Studies], ha promosso e pubblicato un documento politico intitolato "Un taglio netto: Una nuova strategia per la messa in sicurezza del Regno", il quale ha sostenuto che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu "dovrebbe 'dare un taglio netto' con il processo di pace di Oslo e riaffermare il diritto di Israele in Cisgiordania e Gaza. Si presentava un piano in base al quale Israele avrebbe 'plasmato il suo ambiente strategico', iniziando con la rimozione di Saddam Hussein e l'installazione di una monarchia hashemita a Baghdad, come primo passo verso l'eliminazione dei governi anti-israeliani in Siria, Libano, Arabia Saudita e Iran" [13].

In una "Lettera aperta al Presidente" (Clinton), datata 19 febbraio 1998, alcuni think tank militaristi ed altri soggetti rappresentanti il complesso militare-industriale e la lobby israeliana, hanno raccomandato "una strategia politica e militare globale per abbattere Saddam e il suo regime". Tra i firmatari della lettera vi sono i seguenti personaggi: Elliott Abrams, Richard Armitage, John Bolton, Douglas Feith, Paul Wolfowitz, David Wurmser, Dov Zakheim, Richard Perle, Donald Rumsfeld, William Kristol, Joshua Muravchik, Leon Wieseltier e l'ex deputato Stephen Solarz [14].

Nel settembre 2000, un altro think tank militarista, chiamato Progetto per il nuovo secolo americano [PNAC, Project for the New American Century], ha pubblicato un rapporto, intitolato "Ricostruire le difese dell'America: strategia, forze e risorse per un nuovo secolo" che ha raffigurato esplicitamente un ruolo imperiale degli Stati Uniti in tutto il mondo. In esso si dichiara, per esempio: "Gli Stati Uniti hanno per decenni cercato di svolgere un ruolo più permanente nella sicurezza regionale del Golfo [Persico]. Mentre il conflitto irrisolto con l'Iraq fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una presenza sostanziale delle forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein". I sostenitori del rapporto includevano Richard Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Lewis Libby e William Kristol, che era anche co-autore del rapporto [15].

L'influente Istituto ebraico per gli affari di sicurezza nazionale [JINSA, Jewish Institute for National Security Affaire], ha anche occasionalmente rilasciato dichiarazioni e documenti politici che hanno fortemente sostenuto "cambiamenti di regime" in Medio Oriente. Il suo consigliere Michael Ladeen, il quale è stato anche ufficiosamente consulente dell'amministrazione Bush sulle questioni mediorientali, ha apertamente affermato che era giunta l'era della "guerra totale" indicando che gli Stati Uniti dovrebbero espandere la loro politica di "cambiamenti di regime" in Iraq così come in altri paesi della regione, come l'Iran e la Siria. "Nel suo sostegno fervente per la linea dura, a favore degli insediamenti e dei coloni, delle politiche anti-palestinesi in stile Likud in Israele, l'Istituto essenzialmente ha raccomandato che 'il mutamento di regime' in Iraq dovrebbe essere solo l'iniziale pedina del domino per rovesciare a cascata l'attuale domino in Medio Oriente" [16].

In breve, vi sono prove schiaccianti (e inconfutabili) che il disordine che imperversa in Medio Oriente, Nord Africa, Europa Orientale ed Ucraina non è causa delle "errate" politiche degli Stati Uniti e dei loro alleati, come molti critici e commentatori tendono a sostenere. E' piuttosto un effetto voluto delle politiche premeditate e accuratamente costruite e di volta in volta perseguite da una diabolica alleanza tra il complesso degli interessi economici militari-industriali e la lobby israeliana nel mondo post Guerra fredda.
* Ismael Hossein-Zadeh è professore emerito di Economia alla Drake University
Note

[1] Extensive excerpts from my book, The Political Economy of U.S. Militarism, especially from chapters 4 and 6, are used in this essay.
[2] Quoted in Sheila Ryan, "Power Projection in the Middle East," in Mobilizing Democracy, edited by Greg Bates (Monroe, Maine: Common Courage Press, 1991), p. 47.
[3] Ibid., p. 46.
[4] James Mann, "The True Rationale? It's a Decade Old," Washington Post, Sunday (7 March 2004), page B02.
[5] For a detailed exposition of this dubious relationship see Ismael Hossein-zadeh, The Political Economy of U.S. Militarism (Palgrave-Macmillan 2007), chapter 6.
[6] Chalmers Johnson, The Sorrows of Empire (New York, NY: Metropolitan Books, 2004), pp. 20-21.
[7] Ibid., p. 20.
[8] Bill Christison, "The Disastrous Foreign Policies of the United States," Counterpunch.org (9 May 2002), 


http://www.counterpunch.org/christison0806.html
[9] Gore Vidal, Perpetual War for Perpetual Peace: How We Got To Be So Hated (New York: Thunder's Mouth Press/Nation Books, 2002), pp. 20-1.
[10] Chalmers Johnson, The Sorrows of Empire (New York, NY: Metropolitan Books, 2004), p. 64.
[11] Quoted in Stephen J. Sniegoski, "The War on Iraq: Conceived in Israel,"
http://vho.org/tr/2003/3/Sniegoski285-298.html.
[12] Ibid.
[13] Ibid.


[14] Ibid.
[15] Ibid.
[16] William D. Hartung, How Much Are You Making on the War, Daddy? (New York: Nation Books, 2003), p.109.








Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare




Immagini da internet  inserite da amministatore Blog corrente

domenica 1 giugno 2014

Lo storico compagno portoghese Miguel Urbano Rodriguez risponde su Venezuela, America Latina, su crisi Europea, Ucraina e avvento nazista / El histórico compañero comunista portugués Miguel Urbano Rodriguez contesta sobre Venezuela, América latina, sobre crisis europea, Ucrania y llegada del nazismo


Parte di una intervista tratta Boltxe fatta il 17 maggio 2014 a Miguel Urbano Rodrigues, ottantanovenne comunista portoghese che non ha bisogno di presentazioni , da decenni è collaboratore di decine di siti web, intellettuale e militante antifascista.

Quale è lo stato attuale della lotta di classe in America Latina con il Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina...?

Distruggere la Rivoluzione bolivariana è oggi la priorità di Washington in America Latina. Una campagna di disinformazione globale presenta il Venezuela come un paese sull'orlo del caos e del fallimento, che reprime le manifestazioni pacifiche dell'opposizione e persegue "la stampa democratica". Questa campagna deforma grossolanamente la realtà.

La responsabilità della violenza di strada è del settore fascista dell'opposizione. Non c'è in sudamerica un governo più democratico del governo venezuelano. Grazie alla Rivoluzione bolivariana è stato eliminato l'analfabetismo, l'aspettativa di vita è aumentata enormemente, milioni di venezuelani hanno avuto accesso alle cure sanitarie, al cibo sovvenzionato e all'università.

Ovviamente, la morte prematura di un rivoluzionario carismatico come Hugo Chavez è fonte di gravi problemi. Il Partito Socialista Unito del Venezuela non è lo strumento politico rivoluzionario concepito da Chavez. Ma le enormi difficoltà che la Rivoluzione affronta invece di generare pessimismo richiedono un rafforzamento della solidarietà internazionalista.

La difesa della Rivoluzione bolivariana è oggi un dovere rivoluzionario. La sua sconfitta avrebbe gravi conseguenze per i governi progressisti di Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador e addirittura minaccerebbe la continuità della Rivoluzione cubana.

Relativamente a Brasile e Argentina, il modello neo-sviluppista dei governi di Dilma Rousseff e Cristina Kirchner è ben tollerato dagli Stati Uniti. Le transnazionali non sono state colpite dalle loro politiche assistenzialistiche. L'ex Tupamaro Mujica in Uruguay è una delusione. Gli elogi appena ricevuti da Obama durante la sua visita a Washington sono esplicativi. Nulla di positivo c'è da aspettarsi dai governi di Messico, Perù, Colombia e Cile, sostanzialmente allineati con la strategia degli Stati Uniti per la regione.

In Colombia, invece, l'eroica lotta delle FARC, che dura da più di mezzo secolo, continua ad essere una sfida all'imperialismo. Con l'eccezione di Israele, nessun altro paese riceve "aiuti" militari così grandi. Grazie a questo, l'oligarchia colombiana può mantenere un esercito di 500.000 uomini, ma neanche così riesce a eliminare l'eroica guerriglia comunista creata da Manuel Marulanda.



Questa crisi capitalista .....che colpisce tutta l'Europa e il resto del mondo dovrebbe far reagire la classe operaia ma pensiamo che ciò non sia avvenuto a sufficienza. Quali pensi siano le cause?

Le condizioni oggettive sono favorevoli in molti paesi europei per un'ascesa della lotta di massa. Ma non esistono quelle soggettive. Il controllo egemonico dei media da parte del grande capitale finanziario manipola la coscienza della grande maggioranza, favorendo l'alienazione. La menzogna si trasforma in verità e le guerre imperiali genocide sono presentate come azioni umanitarie in difesa della democrazia e della libertà. Non bisogna dimenticare che hanno attribuito il Premio Nobel per la Pace a Obama, il presidente degli Stati Uniti la cui politica estera bellicosa minaccia l'umanità.



Un'altra conseguenza di questi periodi di crisi è la comparsa del fascismo e del nazismo. Pensi che queste tendenze odiose possano rinascere con forza e portarci alla situazione degli anni '40 del secolo scorso?

L' ascesa del fascismo in Europa (e anche negli USA) è una realtà pericolosa. Nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo, decine di seggi saranno conquistati dai partiti di estrema destra del Regno Unito, Olanda, Francia, Austria, Danimarca, Grecia e Svezia.

Approfittando della disperazione e della frustrazione delle vittime delle politiche neoliberiste, i dirigenti dei partiti fascisti, come la francese Marine Le Pen, hanno cambiato il discorso e adesso criticano l'imperialismo americano e il FMI, dando la responsabilità della crisi al liberalismo ortodosso e riuscendo anche a intercettare i voti di molti lavoratori sfruttati dal sistema.

Il governo Obama e la CIA hanno giocato un ruolo decisivo nelle vicende in Ucraina. Il colpo di stato che ha scatenato la violenza a Kiev è stato preparato dagli Stati Uniti. Adesso Washington si sforza di creare situazioni esplosive nell'est Ucraina, a maggioranza russofona. Putin e le televisioni russe presentano prove dell'infiltrazione nella regione di centinaia di mercenari delle organizzazioni Blackwater (ora rinominata Academi) e Greystone. Entrambi seminano il terrorismo da Donetsk a Lugansk, commettendo crimini che i media occidentali attribuiscono alle milizie russofone.

Non credo tuttavia che l'attuale recrudescenza del fascismo possa condurci ad una situazione come quella che precedeva la Seconda guerra mondiale. Poi Hitler è stato sostenuto dal grande capitale tedesco, inglese e americano. Il contesto storico è differente. Oggi le transnazionali utilizzano il fascismo e il terrorismo (ad esempio in Siria) come alleati. Ma lo tengono sotto relativo controllo.


Parte de entrevista llevada de Boltxe, hecha el 17 de mayo 2014 a Miguel Urbano Rodrigues, historico comunista portugués que no necesita presentaciones colaborador de decenas de sitios webs, intelectual y militante antifascista.

 
B-Y cuál es el estado actual de la lucha de clases en América Latina con Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasil, Argentina…

M- Destruir la Revolución bolivariana es hoy el objetivo prioritario para Washington en América Latina. Una campaña de desinformación mundial presenta Venezuela como un país al borde del caos y de la bancarrota, que reprime manifestaciones pacíficas de la oposición y persigue la «prensa democrática».
Esa campaña deturpa groseramente la realidad.
La responsabilidad por la violencia callejera es del sector fascista de la oposición. No hay en Sudamérica un gobierno más democrático que el venezolano. Gracias a la revolución bolivariana el analfabetismo fue eliminado, la expectativa de vida subió enormemente, millones de venezolanos tuvieron acceso a la salud, a alimentos subsidiados y a las universidades.
Obviamente, la muerte prematura de un revolucionario carismático como Hugo Chavez es fuente de grandes problemas. El Partido Socialista Unido de Venezuela no es el instrumento político revolucionario imaginado por Chavez. Pero las enormes dificultades que la Revolución enfrenta en vez de generar pesimismo exigen un refuerzo de la solidaridad internacionalista.
La defensa de La Revolución Bolivariana es hoy un deber revolucionario. Su derrota tendría graves consecuencias para Los gobiernos progresistas de Evo Morales en Bolivia o de Rafael Correa en Ecuador; amenazaría incluso la continuidad de la revolución cubana.
Relativamente a Brasil y Argentina, el modelo de neo-desarrollismo de los gobiernos de Dilma Roussef y Cristina Kirchner es bien tolerado por los EEUU. Las transnacionales no fueron afectadas por sus políticas asistencialistas.
El ex tupamaro Mujica, en Uruguay, es una decepción. Los elogios que acaba de recibir de Obama en su visita a Washington son esclarecedores.

Nada hay que esperar de positivo de los gobiernos de México, del Perú, de Colombia y de Chile, alineados en lo fundamental con la estrategia de los EEUU para la Región.
En Colombia, sin embargo, la heroica lucha de las FARC, ya con más de medio siglo, prosigue como desafío al imperialismo. Con excepción de Israel, ningún otro país recibe «ayuda» militar tan grande. Gracias a ella, la oligarquía colombiana puede mantener un ejército de 500 000 hombres, pero ni así consigue eliminar la heroica guerrilla comunista creada por Manuel Marulanda

Esta crisis capitalista de que hablábamos y que afecta a toda Europa y al resto del mundo debería hacer reaccionar a la clase obrera pero pensamos que no lo ha hecho lo suficientemente ¿A que crees que es debido?

M- Las condiciones objetivas son favorables en muchos países europeos para un ascenso de la lucha de masas. Pero no existen las subjetivas.
El control hegemónico de los media por el gran capital financiero manipula la conciencia de las grandes mayorías, promoviendo la alienación. La mentira es transformada en verdad y guerras imperiales genocidas son presentadas como acciones humanitarias en defensa de la democracia y la libertad. No olvideis que han atribuido el Nobel de la Paz a Obama, el presidente de EEUU cuya política exterior belicista amenaza la humanidad.

B- Otra de las consecuencias de estos periodos de crisis es la aparición del fascismo y el nazismo ¿Piensas que estas odiosas tendencias pueden renacer con fuerza y llevarnos a la situación del os años 40 del siglo pasado?

M- El ascenso del fascismo en Europa (y también en EEEU) es una peligrosa realidad. En las próximas elecciones para el Parlamento Europeo decenas de escaños serán conquistados por los partidos de extrema derecha de Reino Unido, Holanda, Francia, Austria, Dinamarca, Grecia y Suecia.
Aprovechando la desesperación y frustración de las víctimas de las políticas neoliberales, dirigentes de partidos fascistas, como la francesa Marine le Pen cambiaron el discurso y ahora critican el imperialismo americano y el FMI y responsabilizan al liberalismo ortodoxo de la crisis. Consiguen incluso captar los votos de muchos trabajadores explotados por el sistema.
El gobierno Obama y la CIA cumplieron un papel decisivo en los acontecimientos de Ucrania. El golpe que desencadenó la violencia en Kiev fue preparado por los EEUU. Ahora Washington se esfuerza por crear situaciones explosivas en el este de Ucrania mayoritariamente ruso-parlante. Putin y las televisiones rusas ya presentaron pruebas de la infiltración en la región de centenas de mercenarios de las organizaciones Blackwater (ahora rebautizada Academi) y Greystone. Ambas siembran el terrorismo de Donetsk a Lugansk, cometiendo crímenes que los media occidentales atribuyen a las milicias rusófonas.
No creo, sin embargo, que el actual repunte del fascismo pueda llevarnos a una situación como la anterior a la II Guerra Mundial. Entonces Hitler fue apoyado por el gran capital alemán, inglés, americano. El contexto histórico es diferente. Hoy las transnacionales utilizan el fascismo y el terrorismo (en Siria por ejemplo) como aliados. Pero lo mantienen bajo relativo control

Intervista integrale en espanol :
 “El capitalismo no tiene soluciones para salvar su monstruoso proyecto. Su agonía será lenta”


intervista integrale in italiano :
 "Il capitalismo non ha soluzioni per salvare il suo mostruoso progetto. La sua agonia sarà lenta"
 http://www.resistenze.org/sito/os/mp/osmpee19-014520.htm
Traduzione a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare



domenica 22 settembre 2013

Il segreto dei gas israeliani/El secreto de los gases israelíes



  Il dottor Basson Wounter, in occasione del suo secondo processo, nel 2011. Ha diretto il programma segreto di ricerca sulle armi chimiche e batteriologiche condotto congiuntamente da Israele e dal Sud Africa dell’apartheid, dal 1985 al 1994.

Il segreto dei gas israeliani
 di Thierry Meyssan
 
Sono le ricerche israeliane sulle armi chimiche e biologiche ad aver spinto storicamente la Siria a respingere la Convenzione che mette al bando le armi chimiche. Questo è il motivo per cui la firma di Damasco su tale documento rischia di evidenziare l’esistenza, e eventualmente il perseguimento, della ricerca sulle armi destinate ad uccidere le sole popolazioni arabe.
Rete Voltaire| Damasco (Siria)| 15 settembre 2013

http://www.voltairenet.org/squelettes/elements/images/ligne-rouge.gif

I media occidentali sembrano stupiti dell’improvviso giravolta degli Stati Uniti di fronte alla Siria. Poiché hanno annunciato tutti, due settimane fa, una campagna di bombardamenti e la caduta inevitabile del «regime», restano senza parole davanti alla ritirata di Barack Obama. Eppure era probabile, come scrivevo su queste colonne, che l’impegno di Washington in Siria non abbia più un movente strategico importante. La sua politica attuale è guidata principalmente dal desiderio di preservare il suo status di unica superpotenza.
Prendendo in parola quel che in origine era solo una battuta di John Kerry, e nel proporre l’adesione della Siria alla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, Mosca ha dato soddisfazione alla retorica di Washington senza che questa dovesse fare ancora un’altra guerra, in tempi di crisi economica. Gli Stati Uniti mantengono il loro status, in teoria , anche se chiunque vede bene che è ormai la Russia a condurre il gioco.
Le armi chimiche hanno due usi: sia quello militare sia quello volto a sterminare una popolazione. Esse sono state utilizzate durante le guerre di trincea, dalla Prima Guerra Mondiale all’aggressione irachena contro l’Iran, ma non servono a nulla nelle guerre moderne, il cui fronte si sposta in continuazione. È pertanto con sollievo che 189 Stati hanno firmato la Convenzione che le vieta, nel 1993: hanno potuto così sbarazzarsi di stock pericolosi e inutili, la cui custodia risultava per loro onerosa.
Un secondo uso è lo sterminio delle popolazioni civili prima della colonizzazione del loro territorio. Così nel 1935-36, l’Italia fascista conquistò gran parte dell’Eritrea eliminando la sua popolazione con il gas mostarda. In questa prospettiva coloniale, dal 1985 al 1994, Israele finanziò segretamente le ricerche del dottor Wouter Basson presso il laboratorio Roodeplaat (Sud Africa). Il suo alleato, il regime dell’apartheid, cercava di mettere a punto delle sostanze, chimiche e soprattutto biologiche, che avrebbero ucciso solo gli individui secondo le loro "caratteristiche razziali" (sic), che si trattasse dei palestinesi in particolare e degli arabi in generale, o persone dalla pelle nera. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione non è stata in grado di determinare i risultati ottenuti da questo programma, né quel che sia diventato. Tuttalpiù ha dimostrato il coinvolgimento in questo enorme progetto segreto degli Stati Uniti e della Svizzera. È stato accertato che diverse migliaia di persone sono morte come cavie del dottor Basson. Se si capiscono le ragioni per le quali né la Siria né l’Egitto hanno firmato, nel 1993, la Convenzione, l’opportunità offerta da Mosca a Damasco per unirsi ad essa oggi è un affare: non solo mette fine alla crisi con gli Stati Uniti e la Francia, ma le permette anche di liberarsi di scorte inutili diventate sempre più difficili da difendere. Per tutti gli scopi pratici, il presidente al-Assad ha specificato che la Siria agirebbe su richiesta della Russia, e non sotto costrizione degli Stati Uniti, un modo elegante per sottolineare la responsabilità di Mosca di proteggere in futuro il paese da un eventuale attacco chimico israeliano.
In effetti, l’insediamento ebraico di Palestina non ha ancora ratificato la Convenzione. Questo potrebbe diventare rapidamente un peso politico a carico di Tel Aviv. Questo è il motivo per cui John Kerry vi si reca oggi, domenica, per discuterne con Benjamin Netanyahu. Se il primo ministro dell’ultimo Stato coloniale è accorto, dovrebbe cogliere la palla al balzo per annunciare che il suo paese riconsidererà la questione. A meno, naturalmente, che Wouter Basson non abbia trovato gas etnicamente selettivi e che i falchi israeliani ancora considerino di farne uso.

Traduzione
Matzu Yagi


El secreto de los gases israelíes
por Thierry Meyssan

Históricamente, las investigaciones israelíes sobre las armas químicas y biológicas fueron el factor determinante en la decisión de Siria de rechazar la Convención internacional que prohíbe las armas químicas. Y es por eso que la firma de ese documento por parte de Damasco podría acabar sacando a la luz la existencia y la posible continuación de investigaciones sobre armas destinadas a matar únicamente a la población árabe.
Red Voltaire| Damasco (Siria)| 15 de septiembre de 2013

http://www.voltairenet.org/squelettes/elements/images/ligne-rouge.gif

Los medios occidentales parecen extremadamente sorprendidos por el inesperado cambio de actitud de Estados Unidos ante Siria. Los mismos medios que hace dos semanas anunciaban en coro una campaña de bombardeos y la inevitable caída del «régimen», se han quedado mudos ante el retroceso de Barack Obama. Retroceso que era sin embargo muy probable, como yo mismo adelanté desde esta columna, en la medida en que la implicación de Washington en Siria carece de objetivo estratégico importante. Su política actual responde sobre todo al deseo de mantener su estatus de única hiperpotencia.
Cuando propuso la adhesión de Siria a la Convención sobre la Prohibición de Armas Químicas, retomando así al vuelo lo que había empezado siendo no más que una respuesta rápida a una pregunta de último momento, Moscú complació la exigencia retórica de Washington ahorrándole a la vez la complicación de tener que embarcarse en una guerra en este duro momento de crisis económica. De esa manera, Estados Unidos conserva en teoría su estatus, aunque todo el mundo se da cuenta de que ahora es Rusia quien lleva la voz cantante.
Las armas químicas tienen dos usos posibles: se les da un uso militar o se usan para exterminar a la población. Fueron utilizadas en las guerras de trincheras, desde la Primera Guerra Mundial hasta la agresión iraquí contra Irán, pero de nada sirven en las guerras modernas, con frentes en perpetuo movimiento. Fue por lo tanto con alivio que 189 Estados firmaron, en 1993, la Convención que prohibía ese tipo de armas, ya que ese documento les daba la posibilidad de deshacerse de las cantidades ya almacenadas de un armamento muy peligroso y a la vez inútil, cuyo cuidado se había hecho oneroso.
Su segundo uso es el exterminio de la población civil como paso anterior a la colonización del territorio donde vive esa población. En 1935-1936, la Italia fascista conquistó gran parte de Eritrea mediante la eliminación de su población con gas pimienta. Fue con ese mismo objetivo colonial que Israel financió –de 1985 a 1994– las investigaciones del doctor Wouter Basson en el laboratorio de Roodeplaat, en Sudáfrica. El régimen sudafricano del apartheid, aliado de Tel Aviv, trabajaba allí en la creación de sustancias químicas y fundamentalmente biológicas, que debían matar a la gente únicamente en función de sus «características raciales» (sic), ya fuesen palestinos, árabes en general o personas de piel negra. La Comisión Verdad y Reconciliación creada posteriormente en Sudáfrica nunca logró determinar los resultados que llegó a obtener aquel programa, ni adónde fueron a parar. Pero sí demostró la implicación de Estados Unidos y Suiza en aquel proyecto secreto de gran envergadura. Y también se demostró que varios miles de personas murieron al ser utilizadas como conejillos de Indias en las investigaciones del Dr. Basson.
Lo anterior explica por qué ni Siria ni Egipto firmaron la Convención en 1993. Y también explica por qué la posibilidad que Moscú acaba de ofrecer a Damasco de incorporarse a ella constituye una magnífica oportunidad, que no sólo pone fin a la crisis con Estados Unidos y Francia sino que además permite deshacerse de un arsenal inútil y cada vez más difícil de defender. Para precisar las cosas, el presidente Assad especificó que si Siria acepta esa opción no es cediendo a la presión de Estados Unidos sino a pedido de Rusia, lo cual es una manera elegante de subrayar la responsabilidad que Moscú asume en cuanto a la futura protección del país árabe ante un eventual ataque químico israelí.
En efecto, la colonia judía de Palestina sigue –por su parte– sin ratificar la Convención que prohíbe las armas químicas, situación que puede convertirse rápidamente en un problema político para Tel Aviv. Es por eso que el secretario de Estado John Kerry viaja este domingo a Israel, donde discutirá el tema con Benjamin Netanyahu. Si el primer ministro del último Estado colonial es hábil, debería aprovechar de inmediato esta ocasión para anunciar que su país está dispuesto a reconsiderar el asunto. A no ser, claro está, que el Dr. Basson haya logrado producir algún tipo de gas étnicamente selectivo y que los halcones israelíes sigan acariciando la posibilidad de utilizarlo.


lunedì 16 settembre 2013

L’imbarazzato silenzio dei governanti / El vergonzoso silencio de los gobernantes italianos (Manlio Dinucci)




 L’imbarazzato silenzio dei governanti

È tradizione consolidata in Italia che, ogni volta che il Papa apre bocca, si leva dai politici un coro bipartisan di consensi. Ora però Papa Francesco si è espresso contro la guerra, rife-rendosi implicitamente ma chiaramente all’attacco in prepa-razione contro la Siria. E si è chiesto: «Questa guerra di là, quest’altra di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davve-ro una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi?».
Di fronte a tale presa di posizione e alla vasta mobilitazione popolare che la sostiene, i coristi si sono ammutoliti. Praticamente assenti, sui media, i soliti plausi del presidente della repubblica, del capo e dei membri del governo, dei segretari dei maggiori partiti. In compenso, il segretario del Pd Guglielmo Epifani ha lodato il governo perché ha fatto «una scelta giusta fin dal principio, dichiaran-dosi contrario all’intervento in Siria». Si è dimenticato
Epifani che il giorno prima il governo Letta aveva sottoscritto, ai margini del G-20 a San Pietroburgo, la Dichiarazione sulla Siria presentata dagli Stati uniti, che condanna il governo si-riano per il «terrificante attacco con armi chimiche», accusa il Consiglio di sicurezza di essere «paralizzato» (dal veto russo) e chiede «una forte risposta internazionale».
Tace Epifani anche sul fatto che l’Italia è in prima linea nella preparazione dell’attacco aeronavale alla Siria: come quello contro la Libia nel 2011, sarebbe diretto dal Comando Usa di Napoli e soste-nuto dall’intera rete di basi Usa/Nato in Italia, in particolare da quelle di Sigonella e Camp Darby.
Per un primo attacco, della durata di alcuni giorni, sono più che sufficienti le forze aeronavali messe in campo da Stati uniti e Francia, che lance-rebbero centinaia di missili e bombe a testata penetrante. Sa-rebbero probabilmente impiegati anche bombardieri strategici B-2 Spirit, gli aerei più cari del mondo (oltre 2 miliardi di dollari ciascuno), già usati contro la Serbia, l’Iraq e la Libia. Concepiti per l’attacco nucleare, possono trasportare oltre 18 tonnellate di bombe e missili a testata non-nucleare.
Una par-tecipazione diretta italiana nella prima fase è quindi superflua sul piano militare, anche se non esclusa: con la motivazione ufficiale di proteggere il contingente italiano in Libano, è sta-to inviato nel Mediterraneo orientale il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che si aggiunge alle unità statuni-tensi, francesi, israeliane e turche che fronteggiano quelle russe. Situazione sempre più pericolosa: con quelle in arrivo, le navi da guerra russe nel Mediterraneo orientale saliranno a 12.
Epifani passa sotto silenzio anche il fatto che l’Italia è da tempo impegnata a sostenere la guerra interna: partecipa al gruppo intergovernativo degli «Amici della Siria» che, lo scorso giugno a Doha, si è apertamente impegnato a fornire armi ai «ribelli» (cosa che da tempo già faceva sotto direzio-ne Cia). Pur tacendo, il governo non ha però fatto mancare la sua presenza alla preghiera per la pace. Il ministro della dife-sa Mario Mauro è giunto alla veglia in piazza San Pietro, senza però rispondere ai giornalisti che gli chiedevano come possa conciliarsi la preghiera per la pace con l’acquisto degli F35. Il premier Letta è andato in chiesa a Cernobbio, ma ha taciuto quando gli hanno chiesto se partecipava al digiuno per la pace.
La regola del silenzio l’ha imparata partecipando al gruppo Bilderberg, cupola dei poteri occulti, che nel meeting 2012 (sempre a porte chiuse e in silenzio stampa) ha invitato insieme a Letta oscuri «rappresentanti dell’opposizione siria-na».

Manlio Dinucci
10 settembre de 2013


 
El vergonzoso silencio de los gobernantes italianos

Existe en Italia una tradición muy enraizada. Cada vez que el papa abre la boca, un coro de voces de consenso bipartidista se hace oír entre la clase política. Pero en esta ocasión, el papa Francisco se pronuncia contra la guerra, refiriéndose de forma implícita, pero muy clara, al ataque que se prepara contra Siria. Francisco I planteó la siguiente interrogante: «Guerra por aquí, guerra por allá –porque hay guerras por todos lados. ¿Es esta verdaderamente una guerra provocada por problemas o una guerra comercial para vender armas?»
Ante una declaración tan contundente y ante la gran movilización popular que la respalda, el coro se ha quedado mudo. Y han estado prácticamente ausentes de los medios de prensa los habituales aplausos del presidente de la República, del jefe y de los miembros del gobierno y de los secretarios de los grandes partidos. Para compensar, el secretario del PD (Partito Democratico), Guglielmo Epifani, felicitó al gobierno por haber adoptado «una opción justa desde el principio al declararse contrario a la intervención en Siria».
Epifani olvidó que, el día anterior, el gobierno de Letta había suscrito, al margen del G20 reunido en San Petersburgo, la Declaración sobre Siria presentada por Estados Unidos, documento que condena al gobierno sirio por su «aterrador ataque con armas químicas», acusa al Consejo de Seguridad de la ONU de estar «paralizado» (por el veto ruso) y reclama «una fuerte respuesta internacional».
Epifani tampoco menciona el hecho que Italia figura en primera línea en la preparación del ataque aeronaval contra Siria ya que ese ataque, al igual que el que se perpetró contra Libia en 2011, se desarrollaría bajo las órdenes del Mando estadounidense de Nápoles y con el respaldo de toda la red de bases que Estados Unidos y la OTAN mantienen en suelo italiano, en particular las de Sigonella –en Sicilia– y Camp Darby –en Pisa.
Para un primer ataque, de una duración de varios días, las fuerzas aeronavales ya movilizadas por Estados Unidos y Francia son más que suficientes y dispararían cientos de misiles y bombas dotadas de ojivas penetrantes. Probablemente se utilizarían también varios bombarderos estratégicos B-52 Spirit, los aviones más caros del mundo –más de 2 000 millones de dólares cada uno–, ya utilizados contra Serbia, Irak y Libia. Diseñados para asestar golpes nucleares, son también capaces de transportar cada uno más de 18 toneladas de bombas y misiles con ojivas no nucleares.
La participación directa de Italia en la primera fase es por lo tanto innecesaria en el plano militar, aunque no por ello se excluye. En efecto, pretextando oficialmente la necesidad de proteger el contingente italiano destacado en Líbano, se ha enviado al Mediterráneo el navío contratorpedero lanzamisiles Andrea Doria, que se une así a las unidades navales de Estados Unidos, Francia, Israel y Turquía ya desplegadas frente a las unidades rusas. Una situación que se hace cada vez más peligrosa ya que, con la próxima llegada de otros buques rusos, habrá en el Mediterráneo oriental un total de 12 unidades rusas.
Epifani también calla el hecho que Italia está desde hace mucho tiempo implicada en el respaldo a la agresión interna contra Siria. Italia es miembro del grupo intergubernamental de «Amigos de Siria» que, reunidos en Doha en junio de 2013, se comprometieron abiertamente a armar a los «rebeldes», algo que ya venían haciendo desde mucho antes bajo la dirección de la CIA.
A pesar de su silencio, el gobierno italiano no dejó de participar el sábado pasado en la plegaria por la paz. El ministro de Defensa Mauro se fue hasta la plaza San Pedro, pero no quiso responder a los periodistas que le preguntaban cómo podía conciliar la plegaria por la paz con la compra de aviones de combate F35. El primer ministro Letta se presentó en la iglesia de Cernobbio [1], pero él tampoco respondió cuando se le preguntó si estaba participando en el ayuno por la paz [2].
[Letta] aprendió la regla del silencio participando en el Grupo de Bilderberg, cúpula de los poderes ocultos. En su reunión de 2012 –siempre a puertas cerradas y rodeado de un estricto silencio de la prensa– ese restringido grupo invitó simultáneamente a Letta y a varios oscuros «representantes de la oposición siria».


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