giovedì 27 settembre 2012

Il governo svizzero abbandona la neutralità e finanzia la guerra civile in Siria!


Il governo svizzero abbandona la neutralità e finanzia la guerra civile in Siria!

Partito Comunista del Canton Ticino
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha stanziato 50'000 euro (circa 60'000 franchi) per le spese logistiche delle riunioni a Berlino destinate a preparare l'opposizione siriana a un'eventuale partenza del presidente della Repubblica Araba di Siria Bashar al-Assad. In pratica Berna sta aiutando esplicitamente dei gruppi integralisti islamici a prendere il potere per via armata in un paese che non ha fatto niente di male al popolo svizzero.

Si tratta, da parte del governo svizzero, di una vergognosa ingerenza negli affari di un paese sovrano, che sta vivendo una guerra civile in gran parte organizzata dagli Stati Uniti e da alcuni paesi dell'Unione Europea (la Francia in primis) per imporre ai siriani un governo più ligio agli interessi economici delle multinazionali occidentali. Ricordiamo che l'opposizione siriana (il cosiddetto CNT) ha promesso al governo francese l'usufrutto del 35% delle risorse petrolifere siriane, qualora l'Eliseo decidesse di invadere militarmente il paese.

La Svizzera ha così un'altra volta abbandonato la sua sedicente "neutralità" per schierarsi al fianco delle potenze neo-colonialiste che stanno preparandosi a una nuova guerra di saccheggio come è stato il caso in Irak e in Libia, che non sola getta il Medio Oriente nel caos, ma che sfida in maniera irresponsabile la Cina e la Russia, mettendo in grave pericolo la pace mondiale. Esprimendo solidarietà al popolo siriano, ai partiti comunisti e ai sindacati siriani impegnati a preservare l'indipendenza del paese, la laicità e i diritti sociali, come anti-imperialisti ribadiamo che la Svizzera, in quanto paese neutrale, debba solo agire per favorire il dialogo fra le parti in scontro, non certo per aiutarne una soltanto, tanto più che l'opposizione siriano è tutt'altro che democratica.

Partito Comunista del Canton Ticino
www.partitocomunista.ch




domenica 23 settembre 2012

Che cosa si gioca in Venezuela? - ¿Qué se juega en Venezuela?


Che cosa si gioca in Venezuela?

23 settembre 2012 - Marcos Roitman Rosenmann Tratto da La Jornada

Manca meno di un mese e tutto sembra indicare che la vittoria di Hugo Chavez non sia in discussione. Al di là della guerra dei sondaggi, le carte sono sul tavolo. Eppure, vale la pena ricapitolare. Sempre c'é spazio per l'imprevedibile. In queste elezioni, il Venezuela si gioca se ulteriormente avanzare nel progetto popolare, nazionale, antimperialista e democratico avviato nel 1998. Ma  entra nella competizione anche fare un passo da gigante nella costruzione di un progetto regionale il cui organigramma non contempla la presenza degli Stati Uniti.
 Se vince il candidato della destra, il processo d' involuzione è garantito. L'opposizione venezuelana, oggi raggruppata intorno Henrique Capriles, non vede l'ora di finire con tutto ciò che sa di Chávez e del processo bolivariano.
La rivoluzione genera l'odio, risentimento e disaffezione. Odio nella vecchia classe politica, le grandi imprese e le classi dirigenti, abituate a comandare incontrollate. Il risentimento e la disaffezione tra la sinistra volgare il cui immaginario di cambiamento si ostina al "manuale" di stile della "rivoluzione". In questo contesto combatte la proposta bolivariana. Politiche sociali popolari, investimenti pubblici, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione, riforma agraria, accesso alla casa, salute, istruzione. Voragine democratica che pone in questione la struttura sociale e il potere tradizionale, rimuovendo le fondamenta di una società piramidale ed escludente.
Lo sviluppo dell'alternativa ha dovuto superare timori, convocare un'assemblea costituente e  plebiscitare il progetto democratico. Il 15 dicembre 1999, per la prima volta nella storia politica del paese, é stato approvato, in un referendum con il 71,78% di voti favorevoli, la nuova Costituzione. E lo ha fatto segnando differenze con quella precedente, in vigore dal 1961, approvata in seno al Parlamento, senza l'approvazione popolare.
La promulgazione della Magna Carta è stata la prima vittoria della rivoluzione in marcia. Tuttavia, la destra tarderà a riconoscere il nuovo quadro costituzionale. Trascorreranno cinque anni e in mezzo, il fallito colpo di stato del 2002, il cui scopo era, tra gli altri oltre che l'assassinio di Chavez, l'abrogazione della Costituzione del 1999, il cui fondamento a differenza della maggior parte di quelle della regione, sta nel sottolineare il carattere fondante della democrazia partecipativa nella costruzione di una cittadinanza integrale. Così lo evidenziano due scienziati sociali venezuelani Edgar Lander e Margarita Lopez Maya: "La ricerca dell'uguaglianza sociale come obiettivo esplicito é una delle differenze che ha l'attuale democrazia venezuelana rispetto alle altre democrazie della regione, ed è uno dei sensi che si può dare al termine "rivoluzione" con cui si auto-identifica questa esperienza. E così come la Costituzione del 1999 prevede nel suo secondo articolo, i principi fondamentali della repubblica: Il Venezuela si costituisce in uno Stato democratico e sociale di diritto e di giustizia, che propugna come valori superiori del suo ordinamento giuridico e del suo agire la vita, la libertà, la giustizia, l'uguaglianza, la solidarietà, la democrazia, la responsabilità sociale e nel complesso la preminenza dei diritti umani, l'etica e il pluralismo politico".
Con questo quadro sono stati create le missioni, strumento fondamentale per risolvere e definire i progetti tendenti all'integrazione, la trasformazione economica e sociale. Inoltre, il controllo delle risorse naturali ed energetiche, come il petrolio, ha permesso di avere i fondi necessari per attuare le politiche redistributive. A cui si deve sommare, in politica estera, il carattere antimperialista e di emancipazione che affonda le sue radici nel pensiero dei liberatori.
La rivoluzione bolivariana marcia controcorrente. In America Latina e nel mondo ha nemici che si ostinano a minimizzare le sue  realizzazioni tacciandole di populismo, senza differenziare il popolare-nazionale, la costruzione di un soggetto politico autonomo, ciò che contraddistingue il populismo, un discorso operaista, che rinegozia la dipendenza e la cui leadership è nelle mani delle borghesie creole che non altera la struttura di potere né attacca, alle loro radici, le disuguaglianze. Pensate a Berlusconi, Aznar in Spagna, Putin in Russia, Calderón in Messico, Uribe in Colombia e  Piñera in Cile.
Le politiche messe in atto in Venezuela sono popolari non populiste o tappa bocche, non cercano di comprare voti. Si tratta di un'azione tendente a sradicare la miseria, restituire la dignità ad un popolo e farlo partecipe del suo destino.
 Lo dimostrano i dati economici durante questi 10 anni di cambiamenti democratici. La lotta contro la  disuguaglianza, la povertà e marginalità sociale dà frutti. Durante il periodo 1999-2010, l'investimento sociale complessivo si situa a 330 miliardi di $ (20%del PIL), mentre nel decennio 1988-1998 ha raggiunto solo l'8%. Secondo la Banca Mondiale, la povertà è scesa dal 70% nel 1996 al23,9 nel 2009 e la povertà estrema si è ridotta dal 40% a 5,9. L'indice di Gini per misura la diseguaglianza, si è ridotto di un punto attestandosi a 0,4068, il più basso in America Latina. Il tasso di disoccupazione non supera il 6,2% e il salario minimo è passato da $ 185 nel 1998 a 462 nel 2010. Nel 1998 i beneficiari del sistema pensionistico erano pari a 387000 persone, oggi sono 1916618, con una pensione omologata al salario minimo, inesistente fino alla rivoluzione. Anche il credito a microimprenditori e settori popolari ha avuto un grande impulso. Nel 2011 la banca pubblica ha aumentato del 50% i fondi di credito, passando da 40200 milioni di bolivares a 60346 milioni. Nel campo della salute, nel 2011 sono state realizzate 113 nuove costruzione, quattro ospedali, nove maternità e s'incrementò del 21,1% il numero di posti letto.
 D'altra parte, la Missione Milagro, un programma congiunto cubano-venezuelano , il cui motto è una visione solidaria del mondo, che dal 2004 opera, la popolazione a basso reddito, nelle malattie dell'occhio corneali, cataratte, glaucomi, oftalmologia pediatrica e oncologia, ha restituito la vista ad un totale complessivo di un 1413708 persone provenienti da quasi tutti i paesi latino-americani.
 Il Venezuela ha oggi un debito esterno sanato e le riserve mondiali accumulate sono raddoppiate in 10 anni, circa 30 miliardi di dollari.
 Ma i suoi successi si volatilizzano in mezzo a una propaganda falsa che occulta la realtà e presenta un paese impantanato nella violenza, il caos e la repressione. Il suo controllo sui media è schiacciante. Di 111 emittenti televisive, 61 sono private, 13 pubbliche e 37 comunitarie con portata limitata. Nelle stazioni radio AM, l'87% appartengono al settore privato, 3% al comunitario e il 10% è pubblico. E nell' FM, 57% sono private, il 31% comunitarie e la minoranza sono pubbliche. E per quanto riguarda i giornali l'80% è detenuto dall'opposizione. Ma l'immagine è invertita.
La destra venezuelana riconosce la Costituzione  per pura forma, chiede referendum e si auto definisce moderata. Il suo candidato, Henrique Capriles, si presenta sotto l'etichetta di "progressista" e "uomo di centro", nonostante la sua belligerante azione nel colpo di stato del 2002, assaltando l'ambasciata di Cuba, senza andare oltre. Non dimentichiamo che Capriles è il rappresentante di un amalgama di organizzazioni, più di una dozzina, che comprendono, principalmente, persone il cui obiettivo è quello di riconquistare, per le classi dominanti tradizionali ed il capitale transnazionale, il suo potere ora nelle mani del popolo venezuelano. In conclusione, in questa elezione si giocano due opzioni, mantenere il percorso del progetto democratico o ritornare al passato neoliberale.

¿Qué se juega en Venezuela?

Marcos Roitman Rosenmann
Queda menos de un mes y todo parece indicar que el triunfo de Hugo Chávez no se cuestiona. Más allá de la guerra de encuestas, las cartas están sobre la mesa. Aun así, vale la pena recapitular. Siempre hay lugar para imprevisibles. En estas elecciones, Venezuela se juega seguir avanzando en el proyecto popular, nacional, antimperialista y democrático iniciado en 1998. Pero también entra en liza dar un paso de gigantes en la construcción de un proyecto regional cuyo organigrama no contempla la presencia de Estados Unidos.

De ganar el candidato de la derecha, el proceso de involución está garantizado. La oposición venezolana, hoy agrupada en torno a Henrique Capriles, no encuentra la hora de acabar con todo lo que huele a Chávez y el proceso bolivariano.

La revolución genera odio, resentimiento y desafección. Odio en la vieja clase política, los grandes empresarios y las elites dominantes, acostumbradas a mandar sin contrapesos. Resentimiento y desafección entre una izquierda vulgar cuyo imaginario de cambios se afincaba en el manual de estilo de la revolución. En este contexto combate la propuesta bolivariana. Políticas sociales populares, inversiones públicas, redistribución de la riqueza, nacionalizaciones, reforma agraria, acceso a la vivienda, salud, educación. Vorágine democrática que pone en cuestión la estructura social y poder tradicional, removiendo los cimientos de una sociedad piramidal y excluyente.
El desarrollo de la alternativa tuvo que vencer temores, convocar una asamblea constituyente y plebiscitar el proyecto democrático. El 15 de diciembre de 1999, por primera vez en la historia política del país, sería aprobada, en referéndum, con 71.78 por ciento de votos afirmativos, la nueva Constitución. Y lo hizo marcando diferencias con su predecesora, vigente desde 1961 aprobada en el seno del Parlamento, sin un refrendo popular.

La promulgación de la Carta Magna ha sido el primer triunfo de la revolución en marcha. Sin embargo, la derecha tardará en reconocer el nuevo marco constitucional. Pasara un lustro y entre medias, el frustrado golpe de Estado de 2002, cuyo fin era, entre otros, aparte del magnicidio, derogar la Constitución de 1999, cuyo fundamento la diferencia de la mayoría de las existentes en la región, al subrayar el carácter fundante de la democracia participativa bajo la construcción de una ciudadanía integral. Así lo destacan dos científico-sociales venezolanos, Edgar Lander y Margarita López Maya: “La búsqueda de la igualdad social como objetivo explícito es una de las diferencias que tiene la actual democracia venezolana con otras democracias de la región, y es uno de los sentidos que se le puede dar al término revolución con que se auto-identifica esta experiencia. Es así como la Constitución de 1999, establece en su segundo artículo, los principios fundamentales de la república:Venezuela se constituye en un Estado democrático y social de derecho y de justicia, que propugna como valores superiores de su ordenamiento jurídico y de su actuación la vida, la libertad, la justicia, la igualdad, la solidaridad, la democracia, la responsabilidad social y en general la preminencia de los derechos humanos, la ética y el pluralismo político.

Con este marco se han creado las misiones, herramienta fundamental para resolver y definir proyectos tendentes a la inclusión, la transformación económica y social. Asimismo, el control de los recursos naturales y energéticos, como el petróleo, han permitido tener los fondos necesarios para llevar a cabo las políticas redistributivas. A lo que debe sumarse, en política exterior, el carácter antimperialista y emancipador que hunde sus raíces en el pensamiento de los libertadores.

La revolución bolivariana marcha a contracorriente. En América Latina y el mundo tiene enemigos que insisten en minimizar sus logros tachándolos de populismo, sin diferenciar lo popular-nacional, la construcción de un sujeto político autónomo, de lo que configura el populismo, un discurso obrerista, que renegocia la dependencia y cuyo liderazgo está en manos de las burguesías criollas que no altera la estructura de poder ni ataca las desigualdades en su raíz. Piénsese en Berlusconi, Aznar en España, Putin en Rusia, Calderón en México, Uribe en Colombia y Piñera en Chile.

Las políticas implantadas en Venezuela son populares ni populistas ni calla bocas, no busca comprar votos. Es una acción tendiente a erradicar la miseria, devolver la dignidad a un pueblo y hacerlo partícipe de su destino.

Así lo demuestran los datos económicos durante estos 10 años de cambios democráticos. La lucha contra la desigualdad, la pobreza y marginalidad social rinden frutos. Durante el periodo 1999-2010, la inversión social acumulada se ubica en 330 mil millones de dólares (20 por ciento del PIB), mientras que en la década de 1988-1998 sólo alcanzó 8 por ciento. Según el Banco Mundial, la pobreza disminuyó de 70 por ciento en 1996 a 23.9 en 2009 y la pobreza extrema se redujo de 40 por ciento a 5.9. El índice de Gini, para medir la desigualdad, se redujo en un punto, situándose en 0.4068, el más bajo de toda América Latina. La tasa de desempleo no supera 6.2 por ciento y el salario mínimo pasó de 185 dólares en 1998 a 462 en 2010. En 1998 los beneficiarios del sistema de pensiones alcanzaba a 387 mil personas, hoy suman un millón 916 mil 618, con una pensión homologada al salario mínimo, inexistente hasta la revolución. Igualmente el crédito a microempresarios y sectores populares ha tenido un gran impulso. En 2011 la banca pública aumentó 50 por ciento sus fondos de préstamos, pasando de 40 mil 200 millones de bolívares a 60 mil 346 millones. En salud, en 2011 se realizaron 113 obras de nueva construcción, cuatro hospitales, nueve maternidades y se incrementó en 21.1 por ciento el número de camas.

Por otro lado, la Misión Milagro, programa conjunto cubano-venezolano, cuyo lema es una visión solidaria del mundo, que desde 2004 opera a la población de bajos recursos en patologías oculares de cornea, cataratas, glaucomas, oftalmología pediátrica y oncológica, ha devuelto la visión a un total acumulado de un millón 413 mil 708 personas de casi todo los países latinoamericanos.

Venezuela tiene hoy una deuda externa saneada y sus reservas mundiales acumuladas se han duplicado en 10 años, aproximadamente de 30 mil millones de dólares.

Pero sus logros se volatilizan en medio de una propaganda espuria que oculta la realidad y presenta un país sumido en la violencia, el caos y la represión. Su control sobre los medios de comunicación es abrumador. De 111 estaciones televisivas, 61 son privadas, 13 públicas y 37 comunitarias con alcance limitado. En las emisoras de radio AM, 87 por ciento pertenecen al sector privado, 3 por ciento a comunitarias y 10 por ciento es pública. Y en FM, 57 por ciento son privadas, 31 por ciento comunitarias y la minoría es pública. Y en la prensa escrita 80 por ciento está en manos de la oposición. Pero la imagen es la contraria.

La derecha venezolana reconoce la Constitución con la boca chica, pide referéndum y se autodefine moderada. Su candidato, Henrique Capriles, se presenta bajo la etiqueta de progresistay hombre de centro, a pesar de su beligerante acción en el golpe de 2002, asaltando la embajada de Cuba, sin ir más lejos. No olvidemos que Capriles es el representante de una amalgama de organizaciones, más de una docena, en la cual mayoritariamente se incluyen personas cuyo objetivo es reconquistar, para las clases dominantes tradicionales y el capital transnacional, su poder hoy en manos del pueblo venezolano. En conclusión, en estas elecciones se juegan dos opciones, mantener la senda del proyecto democrático o retornar al pasado neoliberal. (Tomado de La Jornada)







Presentato “Cuentos del arañero”, un libro di aneddoti di Hugo Chávez

 
Presentato “Cuentos del arañero”, un libro di aneddoti di Hugo Chávez

Il libro “Cuentos del arañero”, che riunisce storie raccontate dal presidente venezuelano, Hugo Chávez, è stato  presentato nel teatro Teresa Carreño, a Caracas.
L’opera, redatta  dai giornalisti  cubani Orlando Oramas e Jorge Legañoa, costituisce una mostra delle narrazioni del presidente sulla famiglia, sugli Eroi della Patria, le forze armate ed altri temi, fatte nei programmi della domenica  “Aló Presidente”.
Durante la presentazione  del volume, nella sala  José Félix Ribas, Oramas ha segnalato che Chávez è uno storiografo che si apparta dalla classicità accademica, perchè è un narratore che mescola il linguaggio dello statista a vocaboli di argot popolare nei suoi discorsi. 
Legañoa ha detto a  PL  che la cosa più importante di questo testo si trova nell’incontro di uno Chávez che era disperso in centinaia di ore d’interventi, un Chávez semplice colloquiale, ameno, che non si nasconde dietro parole ricercate.  Inoltre ha sottolineato i temi ricorrenti nelle più di 220 pagine, tra i quali l’amore, l’umanesimo e una causa sociale che non si perde mai in nessuno dei suoi racconti.
Il volume pubblicato da  Vadell Hermanos, raccoglie 175 racconti del “arañero” ( il nomignolo che si deve al fatto che  Chávez, nella sua infanzia, aiutava a vendere dei dolci che si chiamano arañas), ed è diviso in otto capitoli e 36 fotografie, che mostrano attimi della vita del capo dello Stato. 
Dopo l’incontro, il ministro di Cultura, Pedro Calzadilla, ha segnalato che il Venezuela vive una trasformazione culturale che implica un cambio nella coscienza, partendo dalla riaffermazione dell’identità, la rivalutazione  della storia e gli elementi che caratterizzano il venezuelano.
Chi ha portato avanti tutto questo è il Presidente Chávez, perchè con i suoi discorsi e la sua guida ci ha aiutato a scoprirci nuovamente come popolo. Queste storie che lui racconta, queste immagini del nostro paese sono uno grande strumento”, ha commentato ancora. (Traduzione Granma Int.). 

 

venerdì 21 settembre 2012

Complice di Posada Carriles ribadisce il suo appoggio al candidato Capriles


Complice di Posada Carriles ribadisce il suo appoggio al candidato Capriles

Ricardo Koesling (il dirigente del partito politico Piedra che aveva dichiarato che “ai sostenitori di Chavez li manderemo via con il piombo, i colpi, a calci o in qualsiasi altro modo” proclamando che continua ad appoggiare il candidato della destra Henrique Capriles Radonski), è il capo della mafia cubano americana di Miami a Caracas e rappresenta in Venezuela la rete terrorista di Luis Posada Carriles.
Isterico, dopo l’annuncio della rottura di Piedra con la formazione di Capriles Radonski, Koesling, che dice di essere ancora il segretario delle finanze ed avvocato del gruppo, ha espresso la sua rabbia durante un’intervista a Radio Caracas.
Koesling è associato al terrorismo cubano americano fin dagli anni settanta. Fu complice della fuga di Luis Posada Carriles dal carcere di San Juan de los Morros, nel 1985, mentre collaborava ad alto livello con il Governo di Jaime Lusinchi.
Il 12 aprile 2002, a Caracas, Ricardo Koesling fu tra coloro che diressero l’assalto all’ambasciata cubana durante il colpo di Stato contro Chávez, insieme a Salvador Romaní, che si trova attualmente in asilo politico a Miami con la compiacenza del Dipartimento di Stato. In questo stesso atto di terrorismo contro i rappresentanti diplomatici cubani, partecipò attivamente l’attuale candidato della destra Henrique Capriles Radonski, allora sindaco del municipio di Baruta.
Koesling appartiene alla stessa rete cubano americana del terrorista Francisco Pimentel, complice degli attentati de L’Avana nel 1997, ed Hermes Rojas, artefice delle torture insieme a Posada ad El Salvador.
Tra le relazioni di Koesling a Caracas ci fu sporadicamente Henry López Sisco, che attualmente si trova in asilo politico in Costarica. Torturatore ed assassino della polizia segreta durante l’amministrazione di Carlos Andrés Pérez, vecchio sbirro che diresse le riunioni che si svolsero tra i rappresentanti della polizia del governo di Carlos Andrés Pérez e Manuel Contreras, il capo della DINA di Pinochet, nell’agosto del 1975.
Nel circolo dei legionari di Koesling, bisogna segnalare inoltre il golpista Alejandro Peña Esclusa, oggi capo di UnoAmerica, l’organizzazione fascista latinoamericana promossa da ex militari dell’Operazione Condor e complice di azioni terroriste. Peña Esclusa continua ad essere accusato di possesso illegale di esplosivi dopo le denunce del terrorista di El Salvador Francisco “El Panzón” Chávez Abarca.


A Miami, la truppa mafiosa di Capriles Radonski

Dopo il trionfo di Hugo Chávez e della sua Rivoluzione, la mafia di Miami che per decenni ha eseguito i piani della CIA per destituire la Rivoluzione Cubana, se è ampliata con un banda di venezuelani che hanno fatto dell’opposizione al Presidente il loro affare. Come lo fecero a partire dal 1959 i complici della dittatura di Fulgencio Batista, con l’appoggio aperto o occulto delle varie amministrazioni nordamericane che si sono susseguite.
Alla fine di febbraio del 2009, su iniziativa di Posada e di Ángel de Fana Serrano, si riunirono pubblicamente a Miami terroristi e mafiosi cubano americani con golpisti venezuelani guidati da Patricia Poleo e militari venezuelani traditori. De Fana partecipò nel 1997 nel complotto dello yacht La Esperanza, gestito dalla FNCA, organizzato da Posada ed auspicato dalla CIA che condusse un gruppo di terroristi verso la Isla Margarita per commettere un attentato contro la vita di Fidel.
Si trovava in prima fila nella suddetta riunione cospirativa, Patricia Poleo, profuga della giustizia venezuelana a causa della cospirazione per il vigliacco assassinio del procuratore Danilo Anderson. Al suo fianco si trovava colui che fece da aiutante a Pedro Carmona nel colpo di Stato contro il presidente Chávez nel 2002, il colonnello dell’esercito Gustavo Díaz.
Si fecero vivi anche il capitano traditore della Guardia Nazionale Javier Nieto Quintero, vincolato nel 2004 ad un caso di paramilitari colombiani, ed il tenente José Antonio Colina Pulido, responsabile degli attentati con esplosivi contro gli uffici diplomatici di Spagna e Colombia a Caracas nel 2003.
A questa truppa si sommava l’ex commissario della Direzione dei Servizi di Intelligence e Prevenzione (DISIP) Joaquim Chaffardet, anch’egli con base in Florida, nella cui casa furono ritrovati a marzo del 2009 alcuni esplosivi oltre a materiale vincolato con il caso dell’attentato contro l’aereo di Cubana de Aviacion distrutto in pieno volo nel 1976.
Da allora sono giunti a Miami molti altri delinquenti, corrotti, profughi, come Guillermo Zuloaga, ex presidente del canale di notizie Globovisión, e Raúl Díaz Peña, complice profugo di Colina Pulido.
Questa confraternita di criminali con la quale si identifica Koesling, costituisce oggi l’appoggio poco invidiabile del quale dispone in territorio nordamericano il candidato dell’opposizione alla Rivoluzione Bolivariana.

giovedì 20 settembre 2012

ONU: ci sono stranieri nei gruppi oppositori in Siria - Siria, le origini del conflitto: Dal progresso sociale alla guerra civile


ONU: ci sono stranieri nei gruppi oppositori in Siria

Nazioni Unite, 17 set (Prensa Latina) Una squadra di esperti dell'ONU ha confermato l'esistenza di elementi stranieri dentro i gruppi armati oppositori in Siria che commettono crimini di guerra. 
Esistono fondamenti ragionevoli per credere che le forze antigovernative in questo paese perpetrano assassini, esecuzioni extragiudiziali e torture, ha affermato , Paulo Pinheiro, capo di un pannello internazionale indipendente che investiga la situazione in Siria.  In un dialogo interattivo questo lunedì con la Commissione dei diritti umani dell'ONU a Ginevra, lo specialista ha denunciato anche l'utilizzo di bambini minori di 18 anni di età da parte dei gruppi armati dell’opposizione.
I crimini che realizzano questi elementi, come sequestri e torture ai militari governativi catturati, sono stati anche ripudiati dalla Commissaria dell'ONU, per i diritti umani, Navi Pillay. 
Pinheiro ha criticato ugualmente il governo per sviluppare attacchi indiscriminati attraverso bombardamenti ed attacchi di artiglieria contro zone residenziali. 
  Inoltre, ha respinto l'applicazione di sanzioni contro Siria per costituire una negazione dei diritti di base del popolo di questo paese, dove, secondo l'ONU, esistono due milioni 500 mila persone che necessitano di aiuti umanitari. 
  L'esperto reiterò la necessità di ottenere una sistemazione politica del conflitto siriano e sottolineando che non esistono possibilità di una soluzione militare.  Al rispetto ha fatto un appello alla comunità internazionale per appoggiare gli sforzi del rappresentante speciale dell'ONU e la Lega Araba per la Siria, Lakhdar Brahimi, per ottenere la fine della violenza e l'inizio di un dialogo verso una soluzione duratura della crisi. 
  Il conflitto si estende verso altri paesi dell'area e minaccia la stabilità e sicurezza della regione, ha fatto notare. 
 
Siria, le origini del conflitto: Dal progresso sociale alla guerra civile

Il giornale britannico The Morning Star ha pubblicato un'analisi interessante di Kenny Coyle sulle origini della contestazione popolare in Siria, in cui spiega anche, come questa protesta ha cambiato carattere e obiettivo diventando un conflitto armato ed una guerra civile.

Estratto

Negli anni '70, dopo l'avvento al potere di Hafez al-Assad (padre di Bachar al-Assad, l'attuale presidente, nota), il sistema politico ed economico siriano sembrava garantire la stabilità e l'indipendenza del paese. La posizione anti-israeliana della Siria ne faceva anche una potenza regionale ed araba di primo piano ed il suo settore pubblico aveva permesso al paese di migliorare le proprie condizioni di vita e portare a termine il suo ammodernamento. Una relazione del Congresso americano faceva notare che "negli anni '60 la riforma agraria, la nazionalizzazione delle industrie di base e la trasformazione socialista dell'economia, hanno avuto un impatto sul ritmo e l'ampiezza dello sviluppo economico". All'inizio degli anni 1970, Assad aveva rafforzato i legami con l'Unione Sovietica. E, nel 1972, integrava il Partito Comunista Siriano (PCS) nel suo Fronte nazionale progressista a fianco di gruppi arabi socialisti, nasseriani e nazionalisti. Si trattava tanto di rafforzare la base del regime, che di trasformare forze potenzialmente critiche in alleati subordinati. Il PCS, da parte sua, ha tentato di utilizzare la legalità per spingere verso trasformazioni sociali più profonde. Ma la sua accettazione dell'ordine legale significava anche che era costretto ad operare nei limiti definiti dal Baath.

L'inversione

Gli esperti sovietici avevano classificato la Siria come uno dei paesi "di orientamento socialista" ed avevano assimilato il partito Baath alla corrente internazionale "dei democratici rivoluzionari". Le evoluzioni ulteriori in Siria ed altrove — in Egitto, Algeria e Iraq — hanno dimostrato quanto era facile invertire tale processo e optare per un orientamento capitalista ed un regime antidemocratico. Nonostante le prestazioni eccezionali degli anni '70, segni avanguardisti della crisi facevano già capolino a partire dall'inizio degli anni '80. Jihad Yazigi, della rivista d'affari Syria Report, spiega in uno studio recente, che i progressi nel settore pubblico avevano permesso al governo siriano di acquisire una legittimità enorme presso il popolo, ma che "dopo tre decenni di disinvestimento dello Stato, di liberalizzazione del commercio, di disprezzo per l'agricoltura e le zone rurali e di priorità esclusiva verso il settore dei servizi" questa legittimità ha lasciato posto "alla disillusione". Yazigi mostra come gli accordi di libero scambio firmati da Assad hanno permesso ai prodotti stranieri di schiacciare i produttori locali. Gli agricoltori delle zone rurali erano particolarmente toccati dai tagli delle sovvenzioni pubbliche, che "hanno ridotto la parte dell'agricoltura nel PIL da 25 a 19% in meno in un decennio".

La nascita di una borghesia corrotta.

In più, parallelamente alla forza del settore pubblico, è comparsa una forma particolare di sviluppo capitalista che si nutre di appalti pubblici remunerativi, che devia i fondi con la corruzione ed il mercato nero. Imprenditori privati utilizzavano delle loro reti personali nell'amministrazione e nello Stato per accumulare delle fortune. L'economista marxista Qadri Jamil ritiene che la corruzione, nutrita dai contratti pubblici e dallo sfruttamento delle risorse dello Stato, rappresenti tra il 20 e il 40% del PIL siriano. I parenti e la famiglia di Bachar al-Assad ne sono stati certamente beneficiari. L'uomo più ricco del paese, Rami Makhlouf, è il cugino materno di Assad e possiede attivi che vanno dal settore immobiliare, al principale operatore di telefonia mobile del paese, a tutti settori fortemente soggetti ad autorizzazioni e licenze accordate dallo Stato. La disoccupazione crescente - in particolare fra i giovani -, il progredire della povertà e la visibile emersione di una classe d'affari legata al potere, sono state cause interne essenziali dei disordini in Siria e delle rivendicazioni che riguardano una più ampia libertà politica. Tuttavia, i tentativi per spingere il partito Baath ed il paese sulla via delle riforme politiche ed economiche sono stati vani ed il regime di Assad vi ha risposto soltanto fiaccamente e soltanto dopo le manifestazioni di massa scoppiate nel 2011.

Gli Stati Uniti afferrano l'occasione

D'altra parte, la politica estera della Siria non è sempre stata progressista. Hafez al-Assad è infatti intervenuto nel 1976 durante la guerra civile libanese, a fianco delle forze maronite di destra, contro i palestinesi e la sinistra libanese. La Siria ha continuato ad occupare una buona parte del Nord-Libano fino al 2005. E, durante la guerra del golfo del 1990-91, la Siria ha sostenuto gli Stati Uniti contro l'Iraq. Tuttavia, generalmente, il paese ha avuto un atteggiamento indipendente, soprattutto riguardo agli Stati Uniti, impedendo così l'egemonia di questi ultimi nella regione. Inoltre, da quando la lotta ha cambiato natura, passando dalle manifestazioni civili alla lotta armata, le proteste e le rivendicazioni legittime delle manifestazioni iniziali e le proposte di riforma di Assad sono state cancellate dall'ordine del giorno. Al posto di queste le vere linee di rottura sono tracciate attorno a questioni geostrategiche. Ormai, gli Stati Uniti colgono l'occasione di cambiare la distribuzione e rivendicare una Siria come loro Stato cliente. La strategia americana attuale schiva l'intervento diretto e opta piuttosto per il ricorso a forze che agiscono per procura. Il cronista del Washington Post David Ignatius scriveva, il 19 luglio scorso, che "la CIA lavora con l'opposizione siriana da settimane, con direttive non letali, permettendo agli Stati Uniti di valutare i gruppi che occorre aiutare nel comando e nel controllo delle operazioni. Decine di ufficiali di informazione israeliana agiscono lungo la frontiera siriana, pur con basso profilo". Che le direttive della CIA siano letali o non letali è un punto discutibile, in particolare rispetto ai resoconti credibili sull'impegno diretto dell'agenzia nell'armamento di milizie dell'esercito siriano libero.

Partner improbabili… apparentemente

Vicino agli abituali sospetti - gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna- la coalizione internazionale anti Assad si appoggia apparentemente su partner improbabili. L'Arabia Saudita, che fa attualmente fronte a movimenti di protesta che toccano la sua popolazione sciita, amerebbe vedere un regime favorevole ai suoi interessi, installarsi a Damasco, privando così l'Iran di un alleato essenziale. Il governo islamista turco ha assiduamente corteggiato la direzione dei Fratelli Musulmani e resta la base logistica principale dell'ordine dell'esercito siriano libero. Inoltre, desidererebbe neutralizzare i movimenti nazionali kurdi della Siria, che sostengono la minoranza kurda che vive in Turchia. Israele continua ad occupare territori non soltanto palestinesi, ma anche siriani e libanesi. Israele si è preso le Alture del Golan dopo la guerra del 1967 e la regione possiede ormai alcune tecnologie sofisticate israeliane di spionaggio. Damasco si trova soltanto a 50 km più in là. In un'intervista pubblicata su Miami Herald il 17 luglio, un alto responsabile dei servizi di informazioni israeliani, che si trovava alla frontiera con la Siria, ammetteva che Israele metteva insieme dettagli essenziali sullo svolgimento del conflitto e lasciava intendere che i servizi di informazioni israeliani forniscono informazioni militari sensibili alle milizie ribelli, per permettere loro di coordinare gli attacchi.


Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche..."


 

Sabra e Shatila 30 anni dopo. Una strage rimasta impunita. Vi proponiamo l'articolo che scrisse Robert Fisk uno dei primi giornalisti ad entrare nei campi palestinesi dopo il massacro

Sabra e Shatila: "Ce lo dissero le mosche..."

di Robert Fisk - settembre 1982
"Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore. Grosse come mosconi, all'inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito - a legioni - sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all'altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare.
Se non ci muovevamo abbastanza velocemente, ci pungevano. Perlopiù giravano intorno alle nostre teste in una nuvola grigia, in attesa che assumessimo la generosa immobilità dei morti. Erano servizievoli quelle mosche, costituivano il nostro unico legame fisico con le vittime che ci erano intorno, ricordandoci che c'è vita anche nella morte. Qualcuno ne trae profitto. Le mosche sono imparziali. Per loro non aveva nessuna importanza che quei corpi fossero stati vittime di uno sterminio di massa. Le mosche si sarebbero comportate nello stesso modo con un qualsiasi cadavere non sepolto. Senza dubbio, doveva essere stato così anche nei caldi pomeriggi durante la Peste nera.
All'inizio non usammo la parola massacro. Parlammo molto poco perché le mosche si avventavano infallibilmente sulle nostrae bocche. Per questo motivo ci tenevamo sopra un fazzoletto, poi ci coprimmo anche il naso perché le mosche si spostavano su tutta la faccia. Se a Sidone l'odore dei cadaveri era stato nauseante, il fetore di Shatila ci faceva vomitare. Lo sentivamo anche attraverso i fazzoletti più spessi. Dopo qualche minuto, anche noi cominciammo a puzzare di morto.
Erano dappertutto, nelle strade, nei vicoli, nei cortili e nelle stanze distrutte, sotto i mattoni crollati e sui cumuli di spazzatura. Gli assassini - i miliziani cristiani che Israele aveva lasciato entrare nei campi per «spazzare via i terroristi» - se n'erano appena andati. In alcuni casi il sangue a terra era ancora fresco. Dopo aver visto un centinaio di morti, smettemmo di contarli. In ogni vicolo c'erano cadaveri - donne, giovani, nonni e neonati - stesi uno accanto all'altro, in quantità assurda e terribile, dove erano stati accoltellati o uccisi con i mitra. In ogni corridoio tra le macerie trovavamo nuovi cadaveri. I pazienti di un ospedale palestinese erano scomparsi dopo che i miliziani avevano ordinato ai medici di andarsene. Dappertutto, trovavamo i segni di fosse comuni scavate in fretta. Probabilmente erano state massacrate mille persone; e poi forse altre cinquecento.
Mentre eravamo lì, davanti alle prove di quella barbarie, vedevamo gli israeliani che ci osservavano. Dalla cima di un grattacielo a ovest - il secondo palazzo del viale Camille Chamoun - li vedevamo che ci scrutavano con i loro binocoli da campo, spostandoli a destra e a sinistra sulle strade coperte di cadaveri, con le lenti che a volte brillavano al sole, mentre il loro sguardo si muoveva attraverso il campo. Loren Jenkins continuava a imprecare. Pensai che fosse il suo modo di controllare la nausea provocata da quel terribile fetore. Avevamo tutti voglia di vomitare. Stavamo respirando morte, inalando la putredine dei cadaveri ormai gonfi che ci circondavano. Jenkins capì subito che il ministro della Difesa israeliano avrebbe dovuto assumersi una parte della responsabilità di quell'orrore. «Sharon!» gridò. «Quello stronzo di Sharon! Questa è un'altra Deir Yassin.»
Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C'erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni e mai sotto gli occhi di un esercito regolare e presumibilmente disciplinato. Nell'odio e nel panico della battaglia, in quel paese erano state uccise decine di migliaia di persone. Ma quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un'atrocità, un episodio - con quanta facilità usavamo la parola «episodio» in Libano - che andava ben oltre quella che in altre circostanze gli israeliani avrebbero definito una strage terroristica. Era stato un crimine di guerra.
Jenkins, Tveit e io eravamo talmente sopraffatti da ciò che avevamo trovato a Shatila che all'inizio non riuscivamo neanche a renderci conto di quanto fossimo sconvolti. Bill Foley dell'Ap era venuto con noi. Mentre giravamo per le strade, l'unica cosa che riusciva a dire era «Cristo santo!». Avremmo potuto accettare di trovare le tracce di qualche omicidio, una dozzina di persone uccise nel fervore della battaglia; ma nelle case c'erano donne stese con le gonne sollevate fino alla vita e le gambe aperte, bambini con la gola squarciata, file di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. C'erano neonati - tutti anneriti perché erano stati uccisi più di ventiquattro ore prima e i loro corpicini erano già in stato di decomposizione - gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell'esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane e alle bottiglie di whisky vuote.
Dov'erano gli assassini? O per usare il linguaggio degli israeliani, dov'erano i «terroristi»? Mentre andavamo a Shatila avevamo visto gli israeliani in cima ai palazzi del viale Camille Chamoun, ma non avevano cercato di fermarci. In effetti, eravamo andati prima al campo di Burj al-Barajne perché qualcuno ci aveva detto che c'era stato un massacro. Tutto quello che avevamo visto era un soldato libanese che inseguiva un ladro d'auto in una strada. Fu solo mentre stavamo tornando indietro e passavamo davanti all'entrata di Shatila che Jenkins decise di fermare la macchina. «Non mi piace questa storia» disse. «Dove sono finiti tutti? Che cavolo è quest'odore?»
Appena superato l'ingresso sud del campo, c'erano alcune case a un piano circondate da muri di cemento. Avevo fatto tante interviste in quelle casupole alla fine degli anni settanta. Quando varcammo la fangosa entrata di Shatila vedemmo che tutte quelle costruzioni erano state fatte saltare in aria con la dinamite. C'erano bossoli sparsi a terra sulla strada principale. Vidi diversi candelotti di traccianti israeliani, ancora attaccati ai loro minuscoli paracadute. Nugoli di mosche aleggiavano tra le macerie, branchi di predoni che avevano annusato la vittoria.
In fondo a un vicolo sulla nostra destra, a non più di cinquanta metri dall'entrata, trovammo un cumulo di cadaveri. Erano più di una dozzina, giovani con le braccia e le gambe aggrovigliate nell'agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia: la pallottola aveva portato via una striscia di carne fino all'orecchio ed era poi entrata nel cervello. Alcuni avevano cicatrici nere o rosso vivo sul lato sinistro del collo. Uno era stato castrato, i pantaloni erano strappati sul davanti e un esercito di mosche banchettava sul suo intestino dilaniato.
Avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto dodici o tredici anni. Portavano jeans e camicie colorate, assurdamente aderenti ai corpi che avevano cominciato a gonfiarsi per il caldo. Non erano stati derubati. Su un polso annerito, un orologio svizzero segnava l'ora esatta e la lancetta dei minuti girava ancora, consumando inutilmente le ultime energie rimaste sul corpo defunto.
Dall'altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, trovammo i corpi di cinque donne e parecchi bambini. Le donne erano tutte di mezza età ed erano state gettate su un cumulo di rifiuti. Una era distesa sulla schiena, con il vestito strappato e la testa di una bambina che spuntava sotto il suo corpo. La bambina aveva i capelli corti, neri e ricci, dal viso corrucciato i suoi occhi ci fissavano. Era morta.
Un'altra bambina era stesa sulla strada come una bambola gettata via, con il vestitino bianco macchiato di fango e polvere. Non avrà avuto più di tre anni. La parte posteriore della testa era stata portata via dalla pallottola che le avevano sparato al cervello. Una delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola attraversandone il petto aveva ucciso anche il bambino. Qualcuno le aveva squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Aveva gli occhi spalancati, il volto scuro pietrificato dall'orrore.
Tveit cercò di registrare tutto su una cassetta, parlando lentamente in norvegese e in tono impassibile. «Ho trovato altri corpi, quelli di una donna con il suo bambino. Sono morti. Ci sono altre tre donne. Sono morte.»
Di tanto in tanto, premeva il bottone della pausa e si piegava per vomitare nel fango della strada. Mentre esploravamo un vicolo, Foley, Jenkins e io sentimmo il rumore di un cingolato. «Sono ancora qui» disse Jenkins e mi fissò. Erano ancora lì. Gli assassini erano ancora nel campo. La prima preoccupazione di Foley fu che i miliziani cristiani potessero portargli via il rullino, l'unica prova - per quanto ne sapesse - di quello che era successo. Cominciò a correre lungo il vicolo.
Io e Jenkins avevamo paure più sinistre. Se gli assassini erano ancora nel campo, avrebbero voluto eliminare i testimoni piuttosto che le prove fotografiche. Vedemmo una porta di metallo marrone socchiusa; l'aprimmo e ci precipitammo nel cortile, chiudendola subito dietro di noi. Sentimmo il veicolo che si addentrava nella strada accanto, con i cingoli che sferragliavano sul cemento. Jenkins e io ci guardammo spaventati e poi capimmo che non eravamo soli. Sentimmo la presenza di un altro essere umano. Era lì vicino a noi, una bella ragazza distesa sulla schiena.
Era sdraiata lì come se stesse prendendo il sole, il sangue ancora umido le scendeva lungo la schiena. Gli assassini se n'erano appena andati. E lei era lì, con i piedi uniti, le braccia spalancate, come se avesse visto il suo salvatore. Il viso era sereno, gli occhi chiusi, era una bella donna, e intorno alla sua testa c'era una strana aureola: sopra di lei passava un filo per stendere la biancheria e pantaloni da bambino e calzini erano appesi. Altri indumenti giacevano sparsi a terra. Quando gli assassini avevano fatto irruzione, probabilmente stava ancora stendendo il bucato della sua famiglia. E quando era caduta, le mollette che teneva in mano erano finite a terra formando un piccolo cerchio di legno attorno al suo capo.
Solo il minuscolo foro che aveva sul seno e la macchia che si stava man mano allargando indicavano che fosse morta. Perfino le mosche non l'avevano ancora trovata. Pensai che Jenkins stesse pregando, ma imprecava di nuovo e borbottava «Dio santo», tra una bestemmia e l'altra. Provai tanta pena per quella donna. Forse era più facile provare pietà per una persona giovane, così innocente, una persona il cui corpo non aveva ancora cominciato a marcire. Continuavo a guardare il suo volto, il modo ordinato in cui giaceva sotto il filo da bucato, quasi aspettandomi che aprisse gli occhi da un momento all'altro.
Probabilmente quando aveva sentito sparare nel campo era andata a nascondersi in casa. Doveva essere sfuggita all'attenzione dei miliziani fino a quella mattina. Poi era uscita in giardino, non aveva sentito nessuno sparo, aveva pensato che fosse tutto finito e aveva ripreso le sue attività quotidiane. Non poteva sapere quello che era successo. A un tratto qualcuno aveva aperto la porta, improvvisamente come avevamo fatto noi, e gli assassini erano entrati e l'avevano uccisa. Senza pensarci due volte. Poi se n'erano andati ed eravamo arrivati noi, forse soltanto un minuto o due dopo.
Rimanemmo in quel giardino ancora per un po'. Io e Jenkins eravamo spaventati. Come Tveit, che era momentaneamente scomparso, Jenkins era un sopravvissuto. Mi sentivo al sicuro con lui. I miliziani - gli assassini della ragazza - avevano violentato e accoltellato le donne di Shatila e sparato agli uomini, ma sospettavo che avrebbero esitato a uccidere Jenkins e l'americano avrebbe cercato di dissuaderli. «Andiamocene via di qui» disse, e ce ne andammo. Fece capolino in strada per primo, io lo seguii, chiudendo la porta molto piano perché non volevo disturbare la donna morta, addormentata, con la sua aureola di mollette da bucato.
Foley era tornato sulla strada vicino all'entrata del campo. Il cingolato era scomparso, anche se sentivo che si spostava sulla strada principale esterna, in direzione degli israeliani che ci stavano ancora osservando. Jenkins sentì Tveit urlare da dietro una catasta di cadaveri e lo persi di vista. Continuavamo a perderci di vista dietro i cumuli di cadaveri. Un attimo prima stavo parlando con Jenkins, un attimo dopo mi giravo e scoprivo che mi stavo rivolgendo a un ragazzo, riverso sul pilastro di una casa con le braccia penzoloni dietro la testa.
Sentivo le voci di Jenkins e Tveit a un centinaio di metri di distanza, dall'altra parte di una barricata coperta di terra e sabbia che era stata appena eretta da un bulldozer. Sarà stata alta più di tre metri e mi arrampicai con difficoltà su uno dei lati, con i piedi che scivolavano nel fango. Quando ormai ero arrivato quasi in cima persi l'equilibrio e per non cadere mi aggrappai a una pietra rosso scuro che sbucava dal terreno. Ma non era una pietra. Era viscida e calda e mi rimase appiccicata alla mano. Quando abbassai gli occhi vidi che mi ero attaccato a un gomito che sporgeva dalla terra, un triangolo di carne e ossa.
Lo lasciai subito andare, inorridito, pulendomi i resti di carne morta sui pantaloni, e finii di salire in cima alla barricata barcollando. Ma l'odore era terrificante e ai miei piedi c'era un volto al quale mancava metà bocca, che mi fissava. Una pallottola o un coltello gliel'avevano portata via, quello che restava era un nido di mosche. Cercai di non guardarlo. In lontananza, vedevo Jenkins e Tveit in piedi accanto ad altri cadaveri davanti a un muro, ma non potevo chiedere aiuto perché sapevo che se avessi aperto la bocca per gridare avrei vomitato.
Salii in cima alla barricata cercando disperatamente un punto che mi consentisse di saltare dall'altra parte. Ma non appena facevo un passo, la terra mi franava sotto i piedi. L'intero cumulo di fango si muoveva e tremava sotto il mio peso come se fosse elastico e, quando guardai giù di nuovo, vidi che solo uno strato sottile di sabbia copriva altre membra e altri volti. Mi accorsi che una grossa pietra era in realtà uno stomaco. Vidi la testa di un uomo, il seno nudo di una donna, il piede di un bambino. Stavo camminando su decine di cadaveri che si muovevano sotto i miei piedi.
I corpi erano stati sepolti da qualcuno in preda al panico. Erano stati spostati con un bulldozer al lato della strada. Anzi, quando sollevai lo sguardo vidi il bulldozer - con il posto di guida vuoto - parcheggiato con aria colpevole in fondo alla strada.
Mi sforzavo invano di non camminare sulle facce che erano sotto di me. Provavamo tutti un profondo rispetto per i morti, perfino lì e in quel momento. Continuavo a dirmi che quei cadaveri mostruosi non erano miei nemici, quei morti avrebbero approvato il fatto che fossi lì, avrebbero voluto che io, Jenkins e Tveit vedessimo tutto questo, e quindi non dovevo avere paura di loro. Ma non avevo mai visto tanti cadaveri in tutta la mia vita.
Saltai giù e corsi verso Jenkins e Tveit. Suppongo che stessi piagnucolando come uno scemo perché Jenkins si girò. Sorpreso. Ma appena aprii la bocca per parlare, entrarono le mosche. Le sputai fuori. Tveit vomitava. Stava guardando quelli che sembravano sacchi davanti a un basso muro di pietra. Erano tutti allineati, giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro e giacevano lì dov'erano caduti, una scena patetica e terribile.
Quel muro e il mucchio di cadaveri mi ricordavano qualcosa che avevo già visto. Solo più tardi mi sarei reso conto di quanto assomigliassero alle vecchie fotografie scattate nell'Europa occupata durante la Seconda guerra mondiale. Ci sarà stata una ventina di corpi. Alcuni nascosti da altri. Quando mi inchinai per guardarli più da vicino notai la stessa cicatrice scura sul lato sinistro del collo. Gli assassini dovevano aver marchiato i prigionieri da giustiziare in quel modo. Un taglio sulla gola con il coltello significava che l'uomo era un terrorista da giustiziare immediatamente. Mentre eravamo lì sentimmo un uomo gridare in arabo dall'altra parte delle macerie: «Stanno tornando». Così corremmo spaventati verso la strada. A ripensarci, probabilmente era la rabbia che ci impediva di andarcene, perché ci fermammo all'ingresso del campo per guardare in faccia alcuni responsabili di quello che era successo. Dovevano essere arrivati lì con il permesso degli israeliani. Dovevano essere stati armati da loro. Chiaramente quel lavoro era stato controllato - osservato attentamente - dagli israeliani, dagli stessi soldati che guardavano noi con i binocoli da campo.
Sentimmo un altro mezzo corazzato sferragliare dietro un muro a ovest - forse erano falangisti, forse israeliani - ma non apparve nessuno. Così proseguimmo. Era sempre la stessa scena. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati sulle pentole. Molte donne erano state violentate, i loro vestiti giacevano sul pavimento, i corpi nudi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, adesso tutti neri di morte.
C'era un altro vicolo in fondo al campo dove un bulldozer aveva lasciato le sue tracce sul fango. Seguimmo quelle orme fino a quando non arrivammo a un centinaio di metri quadrati di terra appena arata. Sul terreno c'era un tappeto di mosche e anche lì si sentiva il solito, leggero, terribile odore dolciastro. Vedendo quel posto, sospettammo tutti di che cosa si trattasse, una fossa comune scavata in fretta. Notammo che le nostre scarpe cominciavano ad affondare nel terreno, che sembrava liquido, quasi acquoso e tornammo indietro verso il sentiero tracciato dal bulldozer, terrorizzati.
Un diplomatico norvegese - un collega di Ane-Karina Arveson - aveva percorso quella strada qualche ora prima e aveva visto un bulldozer con una decina di corpi nella pala, braccia e gambe che penzolavano fuori dalla cassa. Chi aveva ricoperto quella fossa con tanta solerzia? Chi aveva guidato il bulldozer? Avevamo una sola certezza: gli israeliani lo sapevano, lo avevano visto accadere, i loro alleati - i falangisti o i miliziani di Haddad - erano stati mandati a Shatila a commettere quello sterminio di massa. Era il più grave atto di terrorismo - il più grande per dimensioni e durata, commesso da persone che potevano vedere e toccare gli innocenti che stavano uccidendo - della storia recente del Medio Oriente.
Incredibilmente, c'erano alcuni sopravvissuti. Tre bambini piccoli ci chiamarono da un tetto e ci dissero che durante il massacro erano rimasti nascosti. Alcune donne in lacrime ci gridarono che i loro uomini erano stati uccisi. Tutti dissero che erano stati i miliziani di Haddad e i falangisti, descrissero accuratamente i diversi distintivi con l'albero di cedro delle due milizie.
Sulla strada principale c'erano altri corpi. «Quello era il mio vicino, il signor Nuri» mi gridò una donna. «Aveva novant'anni.» E lì sul marciapiede, sopra un cumulo di rifiuti, era disteso un uomo molto anziano con una sottile barba grigia e un piccolo berretto di lana ancora in testa. Un altro vecchio giaceva davanti a una porta in pigiama, assassinato qualche ora prima mentre cercava di scappare. Trovammo anche alcuni cavalli morti, tre grossi stalloni bianchi che erano stati uccisi con una scarica di mitra davanti a una casupola, uno di questi aveva uno zoccolo appoggiato al muro, forse aveva cercato di saltare per mettersi in salvo mentre i miliziani gli sparavano.
C'erano stati scontri nel campo. La strada vicino alla moschea di Sabra era diventata sdrucciolevole per quanto era coperta di bossoli e nastri di munizioni, alcuni dei quali erano di fattura sovietica, come quelli usati dai palestinesi. I pochi uomini che possedevano ancora un'arma avevano cercato di difendere le loro famiglie. Nessuno avrebbe mai conosciuto la loro storia. Quando si erano accorti che stavano massacrando il loro popolo? Come avevano fatto a combattere con così poche armi? In mezzo alla strada, davanti alla moschea, c'era un kalashnikov giocattolo di legno in scala ridotta, con la canna spezzata in due.

Camminammo in lungo e in largo per il campo, trovando ogni volta altri cadaveri, gettati nei fossi, appoggiati ai muri, allineati e uccisi a colpi di mitra. Cominciammo a riconoscere i corpi che avevamo già visto. Laggiù c'era la donna con la bambina in braccio, ecco di nuovo il signor Nuri, disteso sulla spazzatura al lato della strada. A un certo punto, guardai con attenzione la donna con la bambina perché mi sembrava quasi che si fosse mossa, che avesse assunto una posizione diversa. I morti cominciavano a diventare reali ai nostri occhi.


www.resistenze.org

immagini inserite da internet da autore Blog

Eurodeputato chiede di sospendere coltivazioni di mais Monsanto -LUGO afferma :Monsanto e golpisti sono mercanti della morte


Eurodeputato chiede di sospendere coltivazioni di mais Monsanto 

 

Parigi, 19 set (Prensa Latina) L'eurodeputato Josè Bovè ha chiesto oggi all'Unione Europea di sospendere le autorizzazioni per la coltivazione di mais transgenico della multinazionale statunitense Monsanto, dopo la pubblicazione di uno studio sulla sua presunta tossicità. 
Secondo il politico francese, l'investigazione realizzata da scientifici di questo paese costituisce un nuovo argomento per quelli che si sono opposti al consumo di questo tipo di prodotti per anni. 
L'eurodeputato ha chiesto al commissario europeo John Dalli di proibire le coltivazioni del mais Monsanto, come della patata Amflora, creata dal gruppo tedesco BASF.   
Dopo la pubblicazione dello studio, il ministro francese dell’Agricoltura, Stephane Le Foll, ha segnalato la sua decisione di chiedere regole europee più strette per l'utilizzo di questi semi. 

Agiamo a scala europea affinché si modifichino le condizioni di autorizzazione dei protocolli, ha chiesto a Foll. 

Secondo i risultati dell'investigazione realizzata da Gilles Eric Seralini, dell'Università di Caen, i topi alimentati col mais NK 603, in alcuni casi trattati con l'erbicida Rondup, presentavano una mortalità maggiore che la popolazione di riferimento. 

L'Associazione Francese delle Biotecnologie Vegetali ha respinto lo studio ed ha detto che fino ad ora indagini realizzate da scientifici di diversi orizzonti non hanno dimostrato effetti tossici di transgenici in animali. 

Ig/car



Monsanto e golpisti sono mercanti della morte ha affermato Lugo

 

Asuncion, 19 set (Prensa Latina) Il destituito presidente paraguaiano, Fernando Lugo, affermò oggi che la multinazionale statunitense Monsanto ed il governo golpista sono seminatori della morte.  
Lugo parlò nella chiusura di una fiera agro-ecologica presentato dalle organizzazioni degli agricoltori ed indigeni, come parte della Settimana del Seme, che ha come obbiettivo protestare per la liberazione dell'acquisto di semi transgenici per semine di cotone e mais. 
Nel suo discorso, ha esposto che il suo governo lavorò per due anni per recuperare il seme nativo usato nelle stesse coltivazioni con successo.,ma il colpo di stato
parlamentare nel giugno scorso ha portato l'offensiva delle multinazionali, specialmente di Monsanto. 
  Stanno introducendo in massa i semi transgenici pregiudicando le piantagioni native paraguaiane e mettendo a rischio la vita umana per favorire il commercio.
  Ha ricordato che, nella decade degli anni 90 del passato secolo le imprese ed entità statunitensi promossero una campagna in Bolivia affinché gli indigeni non avessero figli e seminarono la morte nel ventre di molte donne boliviane e quelli che lo fecero erano seminatori della morte.  Queste grandi multinazionali come Monsanto, dopo il golpe, seminano la morte nei semi nativi paraguaiani, ma noi vogliamo che torni a nascere il nostro seme tradizionale Lugo ha fatto un appello al paese affinché continui a resistere ai golpisti ed alle multinazionali perché il tentativo di ammazzare la democrazia in Paraguay non sia per loro molto facile. 
 
Ig/jrr



 Alcune immagini da internet sono state aggiunte da autore Blog

mercoledì 19 settembre 2012

Piedad Cordoba chiede all’Unione Europea di appoggiare il processo di pace in Colombia

 

Piedad Cordoba chiede all’Unione Europea di appoggiare il processo di pace in Colombia  


Bruxelles, 18 set (Prensa Latina) L'ex senatrice colombiana Piedad Cordoba, mediatrice della guerriglia colombiana in una ventina di sequestri,ha sollecitò l’appoggio al processo di pace nel suo paese nella Camera dell'Unione Europea (UE).

“Invitiamo l'UE a collaborare con la pace in Colombia. Non solo appoggiando le negoziazioni con buona volontà, ma anche con esigenze reali da presentare allo Stato colombiano”, ha segnalato la portavoce del movimento “Marcha Patriotica” e “Colombianas y Colombianos por la Paz”, in una conferenza organizzata dal Gruppo di Sinistra Unitaria Europea (GUE/NGL).

Nell'appuntamento, nel quale ha partecipato insieme ad un altro portavoce del movimento, l’agricoltore Mauricio Ramos, incorniciata nelle settimane previe al processo di negoziazione tra Bogotà e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), previsto per l’8 ottobre prossimo ad Oslo, Cordoba ha precisato l’esigenza di finire col finanziamento del paramilitarismo da parte di una grande maggioranza di imprenditori e multinazionali.

“Devono capire che il peggiore servizio che possono fare ad un paese in mezzo ad una guerra è continuare a finanziarla”, ha detto.
Cordoba e Ramos hanno mostrato il loro scetticismo su che queste negoziazioni permettano la soluzione del conflitto colombiano in appena sei mesi.

“In sei mesi non si risolvono dei conflitti di quasi 60 anni sulle risorse del paese, la terra ed il territorio”,ha enfatizzato l'ex senatrice.

Il Governo colombiano e le FARC si sono compromesse all'apertura di un tavolo di negoziazioni nel chiamato “Accordo generale per il termine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura”, il passato 26 agosto a L'Avana.

In quell'incontro, i governi di Cuba e Norvegia si esercitarono come garanti di questi avvicinamenti, mentre quelli del Venezuela e Cile lo fecero come accompagnatori, condizioni che manterranno nella tappa di negoziazioni che si aprirà ad Oslo e dopo si trasferirà a L'Avana.

Ig/dav